Usain Bolt, i segreti dell'uomo che ha cambiato l'atletica per sempre

Usain Bolt, i segreti dell'uomo che ha cambiato l'atletica per sempre

Alla vigilia dei Mondiali di atletica, ultima apparizione internazionale dell'uomo più veloce al mondo, siamo andati a esplorare come il giamaicano abbia cambiato in modo radicale per sempre l'atletica e lo sport in generale.

La storia del velocista allampanato di umili origini che irruppe sulla scena ai Giochi di Pechino 2008, demolendo tre record mondiali e assurgendo a nuovo re dell’atletica mondiale, ormai la conosciamo tutti. Provvisto del perfetto mix di ingredienti – velocità senza precedenti, spavalderia e quel cognome così profetico – Usain Bolt è stato il dominatore dello sport sin da allora.

Mentre il romanzo di Bolt si appresta a vivere il suo ultimo capitolo con i Mondiali di Londra, tuttavia, ancora poco si conosce circa la forza mentale del campionissimo. Come ha fatto questo giullare dell’atletica a mantenere un’incrollabile forza mentale per nove lunghi anni in gare che durano pochi e fugaci secondi? Tiger Woods, Michael Jordan, Michael Phelps e Serena Williams sono alcuni dei nomi eccellenti capaci di dominare i loro rispettivi sport con irreprensibile disciplina. Bolt, al contrario, è quel personaggio intento a fare il clown sulla linea di partenza. Come la mettiamo?

" Solo nel momento in cui il giudice di partenza dice ‘Ai vostri posti’ mi concentro sulla gara"

Rivela Usain Bolt in esclusiva a Eurosport, mentre ci conduce in un viaggio nella mente di un gigante dello sport. Alle 22:45 di sabato 5 agosto 2017 il giudice di partenza pronuncerà quelle parole a Bolt per un’ultima volta. Il trentenne giamaicano allora interromperà il suo show, si concentrerà e – quasi certamente – vincerà l’ultima gara di una carriera sfolgorante.

Come farà a rimanere imperturbabile con la consapevolezza che un solo errore potrebbe macchiare il suo lascito nell’atletica? Qual è l’ingrediente segreto di quella mentalità che l’ha spinto sino a vette inimmaginabili? E come diavolo potrà l’atletica continuare a prosperare una volta che il sipario sulla carriera di Bolt sarà calato?

1. Il salvatore della velocità

Usain Bolt e la sua celebre posa - Allegra Lockstadt

Usain Bolt e la sua celebre posa - Allegra LockstadtEurosport

Quando Bolt si batté le mani sul petto e si lasciò andare alla sua tipica esultanza dopo aver trionfato nei 100 metri a Pechino, non si stava solo facendo beffe del protocollo olimpico ma stava anche stracciando il manuale del perfetto sprinter. Per la prima volta nella storia un velocista non si curò di correre l’intera distanza dei 100 metri, cominciando a esultare ancora prima di tagliare il traguardo…E nonostante ciò stabilì il nuovo record del mondo. Il distacco complessivo tra primo e secondo nei 100 metri da Barcellona 1992 ad Atene 2004 ammonta a 24 centesimi di secondo; Bolt – il ragazzo che seguiva una rigorosa e nutriente dieta a base di crocchette di pollo - in un colpo solo rifilò due decimi secchi al suo più immediato rivale. L’avvento di Bolt fu quanto di più salvifico potesse capitare all’atletica, un movimento funestato dall’ombra del doping sin dai Giochi di Atene 2004: Kostantinos Kenteris, uno dei papabili per l’accensione della fiamma olimpica, insieme alla compagna di allenamento Ekaterini Thanou mancò di eseguire un test antidoping scatenando l’indignazione planetaria…E questo fu solo l’episodio più emblematico. Suona paradossale ma questo nobile sport sarebbe stato salvato di lì a poco dal più eccentrico dei personaggi.

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Si pensava che gli sprinter dovessero essere tutti conformi a un unico stereotipo: esplosivi, compatti e alti al massimo 1,80. La partenza è sempre stata considerata la fase cruciale in cui una gara si vinceva o si perdeva: cosa avrebbe potuto fare Bolt dall’alto del suo 1,95? Come avrebbe potuto “esplodere” dai blocchi con quell’ingombrante mole?

Nessuno poteva insidiarlo nella prima fase della sua carriera, era un uomo che semplicemente stava ridefinendo i canoni di uno sport. Per cinque anni il dominio di Bolt fu tale da potergli consentire quei siparietti pre-gara, per la felicità del pubblico. Solamente la partenza falsa nei 100 metri ai Mondiali di Daegu del 2011 macchiò il suo percorso netto nei grandi campionati internazionali.

Quando la sua giovinezza volò via, invece, gli spaventosi distacchi che era solito infliggere agli avversari diminuirono. Al Mondiale di Pechino del 2015 la musica cambiò: per la prima volta in carriera il campionissimo giamaicano non deteneva i gradi del favorito; sulla sua strada si stagliava un rivale tanto temibile quanto controverso, quel Justin Gatlin già squalificato due volte in passato per utilizzo di sostanze dopanti. Il velocista newyorchese si presentò a Pechino in forma smagliante, imbattuto da ventinove gare. La sfida tra di loro si tramutò presto in una sorta di battaglia iconica tra il bene e il male.

Con la sua imbattibilità nelle grandi competizioni internazionali a serio rischio, Bolt si presentò ai blocchi di partenza con la proverbiale sbruffonaggine; al momento dell’annuncio degli atleti sembrava totalmente rilassato. A permettergli di vincere la finale non fu tanto la sua velocità, bensì il predominio mentale nei confronti di Gatlin, un ex campione olimpico che improvvisamente dimenticò il modo adeguato di correre nei 15 metri finali. Non fu un colpo di fortuna, ma il materializzarsi dell’effetto Bolt. Pensare di poterlo battere, e batterlo effettivamente, sono due faccende completamente diverse. Il dilemma non è mai stato districato da nessuno dei suoi rivali, anzi, spesso li ha mandati fuori di testa.

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2. Lo spaccone che ha scioccato l’atletica

Nessuno aveva assistito mai a nulla di simile. Nel wrestling, forse, certamente non nell’atletica. Quando Bolt si allineò per i 100 metri a Pechino nel 2008 i suoi rivali rimasero sbigottiti, assieme agli spettatori di tutto il mondo. Era impressionante, a tratti sconvolgente: i suoi rivali erano concentrati, rigidi e inflessibili mentre Bolt si pavoneggiava; è come se avesse ruggito al mondo: “Gente, sono arrivato! D’ora in poi si farà a modo mio!”.

Nessuna atleta prima di lui aveva festeggiato una vittoria in una maniera così fragorosa e coinvolgente; nessuno aveva osato trasformare i 100 metri una festa privata, interrotta solamente in modo estemporaneo dalla gara. La gara stessa, tuttavia, rappresentava solo una piccolissima porzione di una celebrazione ad ampio raggio: non risaltava solo il talento grezzo, ma soprattutto la personalità del mattatore.

Nemmeno il tempo di apparire sulle scene e la sua corsa da record mondiale fu subito incastonata tra selfie, accecanti luci della ribalta e pose disinibite. Era come se il giovane giamaicano stesse vivendo un sogno a occhi aperti, anche se l’unico a non essere sopraffatto dal successo sembrava proprio lui. L’atletica era cambiata per sempre: il tutto nel ristretto giro di trenta, indimenticabili, minuti.

“Non ho mai visto nessuno gareggiare con un atteggiamento così spensierato e un senso di gioia, di celebrazione del suo talento”, ha dichiarato a Eurosport il detentore del record mondiale di salto triplo Jonathan Edwards. “Per me tutto ciò lo fa spiccare ancor più del talento fine a se stesso, più dei risultati che è stato capace di ottenere in carriera”.

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“Per me equivale solo a mostrare la mia personalità”, spiega lo stesso Bolt. “L’ho fatto qualche volta ed è piaciuto al pubblico, così ho continuato a farlo. Amo quando uno stadio è pieno di energia, mi ispira e mi spinge a dare il massimo”.

È per questa ragione che la camminata da spaccone non si arresta, che le pose non si trascinano; perché Bolt è se stesso, la versione sfrenata e incontrollata di se stesso. È l’autenticità delle sue buffonate che permette a milioni di fan di riconoscerle e identificarsi, perché è proprio così che lui si comporta con il suo gruppo di amici e a casa. L’opposto dell’essere costruito a tavolino per le telecamere: in quei momenti lui si sta semplicemente mostrando al mondo per com’è davvero.

Il Professor Steve Peters, autore de Il Paradosso dello Scimpanzé e apprezzato psichiatra dello sport, ha raccontato a Eurosport come Bolt abbia padroneggiato l’arte di essere completamente rilassato prima della partenza di una gara “concentrandosi al momento opportuno, riducendo al minimo la paura di fallire o sotto-performare e sentendosi completamente preparato”. Psicologia pre-gara alla massima potenza.

La linea di partenza, conosciuta prevalentemente come una landa di nervi tesi e tensioni insostenibili, è stata convertita in una pista da ballo e al contempo in una passerella dall’ineguagliabile Bolt.

3. Nella mente di una spietata macchina da vittoria

Usain Bolt e le fasi della sua cavalcata - Allegra Lockstadt

Usain Bolt e le fasi della sua cavalcata - Allegra LockstadtEurosport

A cosa pensa Bolt, quando il cuore sta pulsando e la tensione diventa insopportabile giusto prima dell'inizio di una finale olimpica dei 100 metri? Dove si dirige questa straordinaria mente in momenti di così estremo stress, quando l'adrenalina scorre attraverso le vene? La risposta potrebbe sorprendere qualcuno.

"Cerco di pensare a cose casuali", rivela Bolt. "Quello che mangerò per cena, quello che devo fare l’indomani". Non sono nemmeno “cose casuali” collegate alla gara, né al fatto che sia sulla linea di partenza con milioni di tifosi in tutto il mondo intenti a osservare ogni singola torsione dei suoi muscoli. Sembra incredibile che il più grande sprinter di tutti i tempi non si preoccupi nemmeno di pensare al compito che gli si prospetta fino al momento del "ai vostri posti". Poi, come per magia, piomba in uno stato di assoluta concentrazione, trasformandosi in una persona completamente diversa. È solo a quel punto che il sorriso svanisce, le pose s’interrompono e quella spietata macchina da vittoria si mette in moto.

Video - Cosa passa nella mente di Usain Bolt prima di una gara?

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Durante una gara di 100 o 200 metri c’è pochissimo tempo per pensare. “Non c’è molto tempo per pensare ma generalmente ho alcune cose su cui ho bisogno di focalizzarmi, dalla partenza, alla fase di accelerazione, alla fase di lanciato”, ancora una volta la risposta di Bolt non è banale.

Come tutti coloro che l’hanno visto gareggiare – e vincere – sanno perfettamente, le celebrazioni del post-gara sono importanti almeno quanto la gara stessa per Bolt.

“Ottenere la vittoria è sempre la cosa più importante, dopodiché controllo il tempo per capire quanto ho corso veloce. A quel punto si tratta solo di ringraziare i fan per il loro supporto. Di solito faccio un giro di pista celebrativo che prevede un sacco di selfie e di autografi”.

Si potrebbe pensare che il mattacchione Bolt si diverta realmente con le sue trovate ma c’è di più: quel sorriso cela una volontà ferrea.

4. L’inesorabilità di partire battuti

La fiducia nei propri mezzi è la migliore amica di un atleta. Gli sprinter, in particolare, se la portano appresso come fosse un bagaglio. Se non si possiede la convinzione non ha alcun senso togliere quelle cuffie giganti e spogliarsi degli indumenti fino a mostrare il classico tessuto in lycra: varrebbe la pena non presentarsi sulla linea di partenza dei 100 metri piani. Al cospetto di Usain Bolt, tuttavia, la fiducia nei propri mezzi non è mai apparsa così futile, inconsistente: in una parola sola, inutile.

È molto difficile convincere un atleta a parlare apertamente della sfida di affrontare Bolt: il fattore d’intimidazione così spesso accennato, non è mai stato ammesso pubblicamente. Kim Collins è un esempio emblematico. Se da una parte troverete diversi atleti che ammetteranno l’assoluta supremazia di Bolt, il campione del mondo del 2003 e la leggenda dello sprint Collins - che sarà straordinariamente in gara a Londra alla veneranda età di 41 anni - respinge l'argomento su due piedi, con un enfatico "No!" . Provate a dirgli che affrontare Bolt è qualcosa di cui avere paura….

“Un rivale è un rivale; lui non è diverso da mio figlio di cinque anni” risponde in modo animato. “Quando corro con il mio figlioletto mi rifiuto di lasciarlo vincere e di lasciargli pensare che sia migliore di me, proprio come quando sei un contendente gareggi contro tutti per batterli, non per lasciarli vincere. In questo modo quando perdiamo, non ci limitiamo a rimanere indietro e accettare la sconfitta passivamente.”

Collins è sorprendentemente sprezzante, come se il titolo di campione mondiale e il bagaglio di esperienza lo autorizzassero ad adottare tale atteggiamento : “Ho avuto a che fare con parecchi intimidatori: Carl Lewis, Linford Christie, Dennis Mitchell, Donovan Bailey e tutti quei ragazzi erano completamente diversi. Questi ragazzi di oggi non mi possono impressionare”.

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"Se i suoi rivali scelgono di focalizzarsi su di lui, devono aspettarsi una reazione", spiega il professor Peters. "Per qualcuno questo potrebbe essere controproducente. Gli specialisti dei 100 metri devono accettare il fatto che non ci sia spazio per il benché minimo errore". Ecco perché gareggiare con Bolt diventa una sfida tanto unica quanto demoralizzante: accettare che anche la corsa perfetta non possa bastare. Anzi, quasi certamente non basterà.

Roger Black - ex velocista britannico, due volte campione europeo dei 400 metri piani nonché campione mondiale ed europeo con la staffetta 4×400, ndr – una volta ha equiparato lo sfidare il mitico Michael Johnson a “una gara per il secondo posto”. Per gli avversari di Bolt il tormento di competere unicamente per il secondo posto fa scopa con l’ineluttabile verità che aleggia sulla linea di partenza: l’idea che il resto dei partecipanti faccia parte di una sorta di evento secondario, una parata di avviliti comprimari. Potrebbe suonare blasfemo dipingere gli avversari di Bolt in questo modo, ma quando si considerano sforzi, sacrifici e dedizione richiesti per diventare un atleta di primissimo livello questa implicazione psicologica risulta paralizzante.

La mentalità di partire battuto: una forma mentis inaccettabile per un velocista, ma quasi inevitabile di fronte un uomo perfettamente consapevole che vincerà ogni gara cui prenderà parte. Se vuole essere rilassato, sarà rilassato; se ha intenzione di vincere, vincerà. Il mondo non ha mai conosciuto un atleta in così totale controllo di sé.

Indipendentemente dal fatto che i suoi rivali percepiscano il fattore di intimidazione, è lampante che Bolt al momento del dunque li tenga in pugno: è un qualcosa che va ben oltre il talento puro e la velocità. È stato il filo rosso della sua carriera, con una sola eccezione degna di nota…

5. 'Il giorno in cui ho battuto Bolt'

" Quando affermo di aver battuto Bolt la risposta è sempre la stessa: 'Ma per piacere! Mi stai prendendo in giro!' E a quel punto sono costretto a mostrare le registrazioni, dato che nessuno mi crede…"

Si è parlato molto del bilancio da record di Usain Bolt alle Olimpiadi: nove gare, nove vittorie prima che il titolo della staffetta di Pechino 2008 gli fosse sottratto retroattivamente per la positività a un test di antidoping del compagno di nazionale Nesta Carter. In realtà si tratta di un’inesattezza. 24 agosto 2004, Atene sta ospitando i Giochi delle XXVIII Olimpiade e nella quarta batteria dei 200 metri maschili gareggia una stella sul punto di emergere sul panorama mondiale. La telecamera stringe sulla quinta corsia mentre il campione e primatista mondiale juniores Usain Bolt, tre giorni prima del suo diciottesimo compleanno, sorride e fa cenni a qualcuno tra il pubblico appena prima che l’”ai vostri posti” venga pronunciato. Attorno a lui i suoi avversari sbuffano e gonfiano il petto con fare intimidatorio.

Appena sessanta secondi più tardi, il giamaicano è eliminato dai 200 dopo aver chiuso la sua batteria al quinto posto. Il semisconosciuto atleta polacco Marcin Jedrusinski, allora 22enne, sta salutando la folla dopo aver conquistato la vittoria. Jedrusinski sarebbe stato in seguito eliminato in semifinale e si sarebbe ritirato dalle competizioni con una medaglia d’argento europea nel palmares, unica ricompensa per gli sforzi profusi. Nonostante una carriera lontana dalle luci della ribalta, il polacco può vantarsi di essere stato l’unico atleta ad aver battuto Bolt alle Olimpiadi.

“A quel tempo non pensavo di aver battuto un big,” ha raccontato Jedrusinski a Eurosport Polonia. “Usain era un velocista che aveva già corso sotto i 20 secondi, ma non era ancora un atleta di fama mondiale e a essere onesto stavo tenendo d’occhio altri avversari quel giorno. Ho battuto Usain e poi sono ritornato alla mia routine quotidiana. Solo più tardi risultò che il mondo dell’atletica non aveva mai avuto qualcuno come lui. E così andò a finire che avevo battuto la leggenda!”.

Video - "Il giorno in cui ho battuto Bolt", l'impresa di Marcin Jedrusinski

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Jedrusinski ha terminato la sua carriera con un modesto primato personale di 10.26 sui 100 metri e 20.31 sui 200 e con quel fisico longilineo (1,88 d’altezza) ad alimentare le voci che non avrebbe avuto né arte né parte nello sprint – credenza che Bolt avrebbe finalmente smontato al momento della sua irruzione sulla platea mondiale quattro anni dopo a Pechino.

"Quando l'ho visto mi ha ricordato di come gli altri mi avevano trattato quando ero giovane", aggiunge Jedrusinski. "La gente era solita dirmi ‘sei troppo alto, smetti di sprecare il tuo tempo e concentrati su uno sport diverso’. Eppure io pensavo ‘è più alto di me e corre sotto i 20 secondi.’ Perché non potrei farlo io? Adesso Usain sembra uno sprinter fatto e finito, ma nel 2004 pareva un lampione: alto e così filiforme. Ai miei tempi c’erano Shawn Crawford e Maurice Green. Non erano particolarmente alti, ma estremamente muscolosi. E poi all’improvviso sbucò uno come Usain Bolt…E ribaltò tutte i luoghi comuni.

Nonostante lo scalpo di un futuro pluricampione del mondo, Jedrusinski, ora impiegato nell’esercito, insiste sul fatto che la sua sia una favola meravigliosa, ma non il punto più alto della sua carriera. “Anche dopo tutti questi anni non credo che aver battuto Bolt sia il mio più grande successo,” aggiunge. “Non è stata la corsa più veloce della mia vita e poi non ho vinto una medaglia ad Atene. È semplicemente una storia buffa. È stata la mia Olimpiade migliore, ma non perché ho battuto Bolt. Ho comunque scaricato i video per mostrarli ai miei nipotini in futuro…”

Persino il più grande di tutti ha bisogno di un piccolo aiuto. La vulnerabilità di Bolt aveva i giorni contati: da quando coach Glen Mills lo prese sotto la sua ala protettrice al termine dei Giochi di Atene 2004 tutto cambiò. Mills modificò completamente la sua tecnica e instillò una solida etica del lavoro – e il resto, come si dice in questi casi, è storia…

6. L’eredità di una leggenda

Usain Bolt e il suo famoso sorriso prima del traguardo - Allagra Lockstadt

Usain Bolt e il suo famoso sorriso prima del traguardo - Allagra LockstadtEurosport

" Nell’atletica è il più grande di sempre, e al di fuori dell’atletica è lassù a fianco di leggende dello sport del calibro di Pele, Maradona e Muhammad Ali"

Ha dichiarato Mo Farah a Eurosport. Se si riduce la carriera di Usain Bolt al semplice gesto atletico è difficile concordare con l'affermazione di Mo Farah. 14 minuti e 28.33 secondi - il tempo che Farah impiegherebbe per correre un modesto 5000 - è il tempo totale che Bolt ha trascorso in pista durante le gare individuali alle Olimpiadi e ai Campionati del mondo, da Atene 2004 a Rio 2016. Anche se s’includessero le batterie, il computo totale – di quelle 62 tra batterie e finali complessive - si estenderebbe a soli 16 minuti e 8 secondi. Un sesto di una partita di calcio; a malapena cinque round sul ring.

Bolt ha preso parte sporadicamente ai meeting della Diamond League, ai Campionati Nazionali o ai Giochi del Commonwealth, ma il suo marchio è stato forgiato in quei 16 minuti – e poco importa di quanto sia accaduto in quegli accessori eventi di Doha o Kingston.

A differenza dei giganti dello sport citati da Farah, però, ogni singolo secondo ha contato nella scalata di Bolt verso la grandezza. Maradona è stato coinvolto in scandali di droga, Pelé non si è mai confrontato con il calcio europeo e Muhammad Ali ha perso “l’incontro del secolo” con Joe Frazier. Queste macchie non hanno certo inficiato il loro lascito, ma Bolt non si è mai concesso il lusso di sperimentare mini-fallimenti. Qualsiasi errore, qualsiasi sconfitta in una finale di un grande campionato internazionale avrebbero sporcato la sua aura: sette medaglie d’oro olimpiche e un argento non hanno lo stesso sapore di otto medaglie d’oro.

Certo, Bolt ha mostrato la sua vulnerabilità con la squalifica al Mondiale di Daegu 2011. Ma anche quella partenza falsa, il suo unico fallimento in una finale major post 2008, ha aiutato ad alimentare il mito secondo cui l'unico uomo in grado di fermarlo era lui stesso. La consistenza di Bolt sotto la pressione più intensa possibile è stata raramente testimoniata nello sport. Né è stata così gradita.

Bolt è stato eletto come il salvatore dell’atletica dopo il terremoto di Atene 2004: un lavoretto tosto per chiunque, figurarsi per un burlone che stava ancora tentando di sfruttare appieno il suo straordinario talento. Una responsabilità enorme gravava sulle spalle del giamaicano, mentre gl'incresciosi fattacci di doping stavano compromettendo la reputazione della regina degli sport.

Ogni favola con un eroe ha bisogno anche di un cattivo. O di cattivi, come è avvenuto per l’atletica, visto che i principali rivali di Bolt Gatlin, Tyson Gay e Asafa Powell si sono attirati l’inimicizia del pubblico a causa dei loro trascorsi con il doping. Ben presto la sfida con Gatlin, il primo a cascare nel trappolone del doping, divenne un testa a testa: il velocista statunitense si arrogò il ruolo di nemico pubblico numero uno. L’atteggiamento dello statunitense potrebbe essere stato oltraggioso, ma ha anche involontariamente costruito un terreno fertile per Bolt per affermarsi come la risposta dell’atletica agli imbrogli. E il giamaicano ha fatto esattamente quello, più e più volte.

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Se proprio vogliamo individuare una piccola imperfezione nella carriera di Bolt è quella di non aver ritoccato ulteriormente i suoi record mondiali. Se solo si fosse infilato in qualche meeting successivo a Berlino 2009, confidando in un ideale vento a favore di + 1,9 m / s, avrebbe potuto traghettare il record mondiale in un territorio inesplorato: 9,4 secondi per i 100 metri e un tempo inferiore ai 19 secondi per i 200, entrambi con ogni probabilità alla sua portata.

Avrebbe potuto abbattere nuove barriere, dunque? A PT Barnum (geniale imprenditore e circense del diciannovesimo secolo, ndr) è stata riconosciuta la paternità della frase, "fa sì che il pubblico se ne vada con il desiderio di volerne ancora”: Bolt è l'incarnazione vivente di questo sentimento. L’atletica sta perdendo il suo più grande intrattenitore.

Dimenticate per un attimo le medaglie e i record del mondo. Il duplice lascito di Bolt consiste nell'aver trasformato uno sport contraddistinto dagli sguardi pietrificati introducendo sorrisi sfacciati – avvicinando i tifosi come mai era accaduto prima. Ha introdotto il concetto dell’after party, dimostrando che lo spettacolo può proseguire dopo la gara. Ha inoltre smontato la tesi secondo cui i campioni devono essere perennemente concentrati e seriosi 24 ore su 24. Il suo sorriso sulla linea di partenza può essere contagioso, ma è anche una delle sue armi più brutali. L'implicito messaggio? “Nessuno può fermarmi.”

L’impatto di Bolt – sia dentro che fuori la pista – è stato rivaleggiato da pochi. Farah ha sicuramente ragione: il giamaicano appartiene al gotha dello sport. Dopotutto chi può vantare una sfavillante carriera forgiata in poco più di un quarto d’ora? Mentre Bolt si prepara a salpare verso l’ultima tappa della sua carriera, c’è solo un’ultima domanda cui rispondere…

7. Cosa ne sarà dell’atletica?

La mappa dei successi di Usain Bolt

Non chiedetelo. Per favore, non chiedetecelo. Quando Bolt e il suo amico Farah abbandoneranno la pista, rimarrà un vuoto incommensurabile sulla loro scia. Se Bolt si ritirerà dalle competizioni, Mo Farah si dedicherà alle maratone. Nessuno è consapevole delle responsabilità che spettano ai grandi campioni più di Farah, il quale riconosce che le celebrazioni post-gara sono importanti quanto le prodezze eseguite sulla pista.

"Siamo cresciuti insieme nello sport e così ci conosciamo da lungo tempo", ha rivelato Mo Farah a Eurosport. "Ho notato il modo in cui interagisce con i tifosi e il fatto che trascorra molto tempo a firmare autografi, i selfie ecc. È qualcosa che noi in qualità di atleti siamo tenuti a fare".

Usain Bolt è sempre stato in grado di offrire ai fan ciò che volevano da lui: vincere, poi dare spettacolo. Non solo. Bolt ha fatto capire a chiare lettere ai suoi eredi nello sprint ciò che verrà richiesto loro, in aggiunta al puro e semplice atto di correre veloce.

"Ho detto ad alcuni atleti che conosco personalmente: 'Dovete mostrare la vostra personalità, non limitarvi a gareggiare', ha raccontato Bolt. "Ascoltami, non sto cercando di dire che dovresti provare a fare cose strane, ma la gente vuole vedere la personalità, assistere a qualcosa di diverso dall’usuale. Spero che si fideranno di me e che cercheranno di cambiare.

" Ho detto ad Andre de Grasse la scorsa stagione ‘Sì, stai facendo bene, ma voi ragazzi siete troppo tranquilli.’"

Video - Owens vs Lewis vs Bolt: leggende a confronto sui 100 metri alle Olimpiadi

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Il titolare del record mondiale di salto triplo Jonathan Edwards ha confidato a Eurosport che non c'è discussione sulla grandezza di Bolt, sia come atleta che come superstar; l'atletica vacillerà dopo il suo ritiro.

"Certo, è il più grande - non credo che qualcuno possa nutrire dubbi" conclude Edwards. "Non solo per le sue prestazioni ma anche per quello che ha donato allo sport tramite la sua personalità. L'atletica è molto fortunato ad averlo. Il suo posto è accanto a Cristiano Ronaldo, Lionel Messi e Neymar tra gli sportivi più popolari al mondo. Probabilmente l'unico altro atleta ad aver raggiunto una dimensione simile in passato è stato Carl Lewis, in un momento storico in cui l’atletica rivaleggiava per popolarità con il calcio."

Quindi cosa farà l’atletica senza la sua stella più luminosa? Edwards aggiunge: "Non credo che ci sia un altro Bolt là fuori, qualcuno che potrebbe accattivarsi l'attenzione globale come ha fatto lui - anche se ci sono alcuni atleti molto talentuosi. La competizione è ovviamente qualcosa di positivo per lo sport, ma c'è qualcosa di speciale nell’ammirare un campione con tratti da supereroe.”

Lo stesso Bolt ammette di prosperare sul suo status di atleta più grande di sempre. "Mi dà fiducia. Ho lavorato sodo per tutto quello che ho raggiunto ed è sempre fantastico vedere riconosciuti i propri meriti.”

Forse non ci sarà mai (più) un atleta capace di raggiungere un tale dominio in pista e una tale adorazione fuori da essa, ma tutto ciò potrebbe conservare un lato positivo. Fermo restando il ritiro di un campione così implacabile – quasi sovrumano – che sia giunto il momento che una vera e serrata competizione torni a essere di casa nell’atletica? Che l’imprevedibilità sostituisca l'interregno di un fenomeno? Il timore per l’atletica, tuttavia, è che lo sport non è mai stato così incentrato sull’individualità come nell'attuale congiuntura.

Le aspettative non sono mai state così alte mentre l’atletica è alla smaniosa ricerca dell’erede di Sua Maestà Usain St. Leo Bolt da Trelawny. Un erede dalla grandezza indiscussa, dall'unica e inimitabile personalità, capace di performance leggendarie: è davvero chiedere troppo?

adattato in italiano da Paolo PEGORARO

World Athletics Championships

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IntroduzioneUsain Bolt, i segreti dell'uomo che ha cambiato l'atletica per sempre
  • Capitolo 11. Il salvatore della velocità
  • Capitolo 22. Lo spaccone che ha scioccato l’atletica
  • Capitolo 33. Nella mente di una spietata macchina da vittoria
  • Capitolo 44. L’inesorabilità di partire battuti
  • Capitolo 55. 'Il giorno in cui ho battuto Bolt'
  • Capitolo 66. L’eredità di una leggenda
  • Capitolo 77. Cosa ne sarà dell’atletica?