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Come stanno Claveland Cavs e Golden State Warriors a un mese dall'inizio dei playoff?

Come stanno Cavs e Warriors a un mese dall'inizio dei playoff?

Il 16/03/2017 alle 12:53

Dal nostro partner Play.it USA

Cleveland sembrava di un altro pianeta rispetto alla concorrenza nella Eastern Conference ma ora deve rintuzzare gli attacchi di Celtics, Raptors e dei sorprendenti Wizards. Dalle parti della baia invece non solo falliranno il tentativo di eguagliare il record di vittorie dello scorso anno, ma rischiano di perdere il primo posto in favore dei lanciatissimi Spurs, con Rockets e Jazz che aspettano sulle rive del fiume, non si sa mai che passasse il cadavere del nemico. L’ultimo mese di regular season si prospetta più intrigante del solito, ravvivato da questi e altri temi. Cosa dobbiamo aspettarci dalle prime della classe in attesa dei playoff?

Qui Cleveland

LeBron James non è fatto della nostra stessa sostanza, ormai dovremmo averlo capito. A 32 anni e con una squadra competitiva a sorreggerlo ci si aspetterebbe un calo, meno minuti in campo per tirare il fiato. Invece King James è una macchina e resta fedele al proprio credo: un leader deve guidare con l’esempio, e al netto di noie fisiche resta sul parquet 38 minuti.

Il volume di tiri è ovviamente più basso, ma la difficoltà delle soluzioni è similare. Ben lungi dal suggerire che James sia tiratore migliore di Curry, il confronto dimostra però che un campione può migliorarsi anche dopo le trenta primavere. Quel che più colpisce è il dato dello usage, di cui tutti ci sentiamo più esperti dopo averlo sviscerato per spiegare le triple doppie di Westbrook. La cifra totalizzata dal 23 è ai minimi storici e basta assistere a qualche minuto di una partita per accorgersi che i Cavs sono meno LeBron-centrici che in passato.

Al terzo anno insieme il gruppo di coach Lue ha sviluppato una buona chimica e la palla, se ci sono le condizioni giuste, scorre che è un piacere. La ricerca del buon tiro è spesso premiata dalle percentuali dall’arco (le 25 triple rifilate a Atlanta sono un nuovo record) e non è raro assistere a sequenze del genere. Oltre a questo, dopo le scorse Finals LeBron ha celebrato l’investitura di Kyrie Irving e ora Uncle Drew si sobbarca più responsabilità, che non sembrano pesargli affatto. Anche Kevin Love aveva iniziato la stagione con ritrovata fiducia, un 20+10 di media che sapeva tanto di revival, prima del guaio al ginocchio che lo costringe ancora ai box.

Sono stati proprio gli infortuni a far traballare il castello di carte costruito dai Cavs, che fino ad allora sembravano inattaccabili. Prima JR Smith, poi lo stesso Love, due uomini spesso sottovalutati nelle rotazioni di coach Lue. La loro assenza ha fiaccato la resistenza del Re e di Irving, ha esposto i limiti di una panchina profonda ma composta da specialisti, povera di sostanza. All’annoso problema dello spot di guardia – Iman Shumpert non è uno starter affidabile, l’esperimento DeAndre Liggins è fallito – è stata messa una pezza con l’acquisto di Kyle Korver.

Detto, fatto. Lo svincolato Deron Williams ci ha messo poco a vestire la maglia wine & gold, un professionista di spessore abituato al palcoscenico dei playoff. Prima ancora era arrivato in Ohio Derrick Williams, confermato a suon di contratti decadali, trasformato in un decente giocatore di pallacanestro dal tocco taumaturgico di James. Infine Andrew Bogut, per puntellare il reparto lunghi. Peccato che la tibia dell’australiano lo tradisca a pochi secondi dall’esordio, in un assurdo incidente di gioco. La soluzione è recentissima e somiglia al proverbiale coniglio dal cilindro: Larry Sanders. Difficile capire che ruolo potrà rivestire in una squadra da titolo un giocatore ritirato da due anni, ma gioverà ricordare che ai tempi d’oro di Milwaukee Sanders era un rim protector di prima classe. Resta da sperare che il buon Larry abbia deciso di tornare alla pallacanestro per passione e non per denaro, dopo essersi allontanato dallo sport professionistico in preda alla depressione.

Qui Golden State

“Se non conosci il nemico e nemmeno te stesso, soccomberai in ogni battaglia” scriveva Sun Tsu nell’arte della guerra, e i Golden State Warriors provano una simile sensazione nei riguardi dell’infortunio occorso a Kevin Durant contro Washington, quando la collisione tra i colossi post-sovietici Pachulia e Gortat si è risolta in un’iperestensione del suo ginocchio sinistro. Nulla di rotto, ma la diagnosi rimandata di un mese resta appesa come una spada di Damocle sopra le teste dei Warriors; la prospettiva più realistica è quella di disputare i playoff con un KD presente ma a mezzo servizio, tuttavia il futuro resta avvolto nella stessa nebbia che circonda il Golden Gate Bridge.

“Ci sono solo tre cose certe al mondo: la morte, le tasse e Klay Thompson”. I Warriors ora avvertono la mancanza della sua leadership silenziosa, senza Durantula hanno perso l’entusiasmo e si sono resi conto che funzionano solo quando vanno al massimo. Per fare spazio agli Hampton Five hanno rosicchiato risorse tra i veterani della panchina e ora sono costretti a schierare in quintetto il rookie Patrick McCaw, a concedere ampi minuti al fantasma di Javale McGee e a pescare dalla raccolta differenziata di Sacramento il riciclabile Matt Barnes. Sarà pure un valido interprete del 3 and D, ma la sua personalità irriverente rischia di fare a pugni, non necessariamente in senso metaforico, con l’altrettanto scanzonato Draymond Green. La mancata maturazione dell’ex Spartans genera incubi nel sonno di coach Kerr, che gradirebbe una flemma differente dall’uomo che regge squadra e spogliatoio sulle sue spalle massicce.

Lo chef è sconsolato, non basta a tirarlo su nemmeno quel “carry on, my son” sapientemente pronunciato da coach Kerr in favore di microfono. Il livello medio della Western Conference non è eccelso, ma la lotta per il primo posto è apertissima. Mentre scriviamo gli Spurs completano l’aggancio nel pieno della loro consueta accelerazione post-All Star break, e con un Leonard così non rimpiangono nemmeno l’assenza di Lamarcus Aldridge, titolare di un’aritmia cardiaca da tenere sotto controllo. I Rockets hanno opzionato la terza piazza ma quando sarà tempo di playoff non guarderanno in faccia a nessuno. Dispongono della potenza di fuoco necessaria per abbattere qualsiasi rivale in una serie di 7 partite; per i Warriors non è un mistero quanto il tiro da tre punti possa dettare l’esito di una sfida.

Al di là delle questioni tecniche, Golden State pare soffrire della stessa sindrome di Narciso che li sorprese lo scorso anno. Privi di motivazioni di fronte a un parco avversarsi troppo tenero, non affrontano col giusto mordente le prime difficoltà. Ci volle una lavata di capo da parte dei Thunder per accendere l’animo competitivo dei Dubs nelle ultime finali di Conference, giusto un attimo prima che un miracolo firmato Thompson – e un mezzo suicidio sportivo di OKC – li salvasse dall’eliminazione.

Nelle Finals, la diabolica perseveranza nell’errore; per ammirarsi ancora un po’ nel loro riflesso lasciarono socchiusa la porta della rimonta e i Cavs la spalancarono. Questo duello di fine regular season con gli Spurs è una novità che potrebbe temprare l’animo degli uomini di Kerr, fortificarli alla maniera degli spartani. Il loro più grande nemico, al momento, sono loro stessi, insieme al destino nebbioso del ginocchio di Durant. C’è tempo fino a maggio perché gli elementi si allineino, e ci concedano quella sfida con San Antonio che finora ci è stata negata.

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