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Road to the NBA: Markelle Fultz, l'esterno che manca a Philadelphia

Road to the NBA: Markelle Fultz, l'esterno che manca a Philadelphia

Il 19/06/2017 alle 09:54

Dal nostro partner Play.it USA

Nel corso della stagione 2016-17, Markelle Fultz, da Upper Marlboro, Maryland, si è gradualmente imposto come il miglior prospetto proveniente dal college basketball, nonostante la stagione abbondantemente insoddisfacente della sua Washington University: il numero 20 degli Huskies è una combo-guard potente (1.93 per 88 kg di peso) e atletica, capace di passare la palla e di costruirsi canestri o di tirare in catch-and-shoot. Viene da una famiglia normale (è cresciuto con mamma Ebony e con la sorella maggiore, Shauntese. Il padre è assente, in quello che purtroppo è un cliché di molti nuclei familiari afro-americani), ed è esploso come cestista in modo quasi inatteso; il primo a crederci è stato coach Keith Williams, vecchio compagno di scuola di sua madre, la signora Ebony Fultz, classica generalessa nera, forgiata da un vita passata a sgobbare in solitudine per crescere due figli in modo più che decoroso.

Williams è una di quelle figure tipicamente americane d’allenatore capace di scoprire giocatori nei circuiti AAU, e radicato sul territorio (nel suo caso, Distretto di Columbia e Maryland). Il suo più grande alievo è stato, fin qui, Kevin Durant (senza dimenticare Steve Francis e Allen Iverson), ma Markelle Fultz parla già della sua voglia di diventare uno dei migliori della pista. Keith Williams conobbe Markelle quando quest’ultimo aveva sei anni ed era alto come un soldo di cacio. Da allora gli è sempre rimasto accanto, come figura paterna e mentore cestistico. Non che Fultz sia uno di quei ragazzini instradati sin dalla più tenera età verso il professionismo (com’è successo a Lance Stephenson, JR Smith, o allo stesso Lonzo Ball). La sua è una storia più simile a quella di Russell Westbrook, che, alle scuole superiori, tutto si sognava tranne un futuro da dominatore NBA.

Il primo amore di Markelle è stata la bicicletta (BMX, ça va sans dire…) con cui si esibiva in ogni genere di evoluzione urbana (pare abbia un bel po’ di cicatrici a dimostrarlo!). Il basket è arrivato in seguito, e non è stato un successo immediato: al secondo anno di superiori era alto 1.75 (quindi nemmeno poco) e fu ugualmente tagliato dalla squadra Varsity della leggendaria DeMatha High School. Il caso volle che un assistente di Washington State, Raphael Chillious, originario del Maryland, fosse in zona e andasse a vedersi una partita della squadra Junior Varsity di DeMatha, rimanendo impressionato dal talento di Markelle. Chillious (ora a UConn) riferì quanto aveva visto al suo capo, Lorenzo Romar, e da allora l’ateneo di Seattle iniziò a tener d’occhio quella guardia talentuosa, ma un po’ indisciplinata in campo.

Un anno più tardi, Fultz era cresciuto di ben 5 pollici (quasi 13 centimetri) arrivando a 6’3’’, e diventò Giocatore dell’Anno nella tostissima Washington Catholic Athletic Conference, galleggiando in contropiede (sembra davvero che abbia i pattini ai piedi), e finendo a piacimento al ferro e dalla media distanza. Coach Romar ruppe gli indugi, capendo che quella sarebbe stata l’ultima chance per reclutare il ragazzo prima dei college maggiori; gli offrì così una borsa di studio, coltivando un rapporto con lui e con l’intero clan dei Fultz. L’anno successivo, da junior, Markelle continuò a crescere, espandendo il suo gioco fino ad attrarre l’attenzione delle varie Kentucky, Kansas, North Carolina (oltre a mettersi in mostra con la Nazionale Under-16). Era già troppo tardi: Romar si era guadagnato la fiducia della famiglia Fultz in tempi non sospetti, e Markelle scelse di attraversare l’America per ripagarne la perseveranza, affrontando così il college in una realtà che, oggettivamente, gli ha messo ben poca pressione addosso, se non quella di dover gestire palloni a ripetizione (UsgRt al 31.3%!).

Per la verità, quegli inguaribili alternativi di Seattle (città tanto piovosa quanto culturalmente vivace) sembravano addirittura preferirgli la stella della squadra femminile, Kelsey Plum, e gli inguardabili Washington Huskies non hanno messo a referto una stagione memorabile (9-22, e undicesimo posto nella Pac-12, davanti alla sola Oregon State), ma Markelle è riuscito ugualmente a far salivare gli scout di mezza NBA, imponendosi come il miglior prospetto del draft ’17, un giocatore dal pacchetto completo e con tanti margini di miglioramento. Per tutti questi motivi, è stato fin troppo facile trasformare Markelle Fultz nell’anti-Lonzo Ball, ma è un tipo di narrazione posticcia da rifuggire con decisione. Certo, UCLA e Washington sono universi lontani anni luce, ma parlare di Fultz come di un underdog sbucato da un piccolo college sarebbe ingenuo, anche perché, a ben vedere, la stessa UCLA veniva da un 2015-16 poco entusiasmante, con un record di 6-12 in Pac-12.

Se però Lonzo Ball è ha contribuito a far svoltare un progetto cestistico più evoluto, Fultz è sbarcato alla corte di coach Lorenzo Romar, intento da anni a trasformare gli Huskies in uno di quei “programmi” che sfornano prospetti NBA, anziché gioco e successi (nonostante una storia modesta ma gloriosa, scritta anche da Detlef Schrempf e Brandon Roy, coach Tex Winter e coach Tippy Dye, che li portò alle Final Four del 1953). Dall’Edmundson Pavillion sono transitati Marquese Chriss e Dejounte Murray, ma la squadra non prende parte al torneo NCAA dal 2011, e così, Romar (allenatore dell’anno in Pac-12 per ben tre volte, ha giocato per Washington e poi in NBA), ha chiuso la sua quindicennale carriera nel nord-ovest con un record di 298–195 e verrà sostituito da Mike Hopkins, ex assistente di Syracuse. Licenziando Lorenzo Romar, Washington ha perso anche Michael Porter Jr., uno dei prospetti liceali più quotati, che ha stracciato la lettera d’intenti con gli Huskies e andrà a Missouri –che ha assunto suo padre come assistente, giusto per capire come funziona il reclutamento.

L’esperienza di Fultz in quel di Seattle è stata assai discutibile e controversa, a dispetto delle dichiarazioni positive (e comprensibilmente tali) della signora Ebony e del figlio, che hanno cercato di dipingere Washington come l’alternativa biologica alle multinazionali dei canestri. Markelle si è trovato immerso in un contesto cestisticamente mediocre, e non ha mai dato l’impressione di giocare per vincere, ma solo per stare in vetrina, forse pungolato in tal senso dal suo allenatore, che si è comportato come un Bill Self da piccolo cabotaggio. In questo senso, la stagione con Washington può essere valsa più sul piano umano (Markelle ha maturato un’esperienza di vita, allontanandosi da casa e lasciando a tutti un ottimo ricordo di sé) che su quello cestistico: tutti sapevano che Fultz sarebbe stato un one-and-done, e lo si è fatto scendere in campo per far impennare le proprie quotazioni, senza nemmeno preoccuparsi troppo di nasconderne le lacune, esacerbate da un attacco Fultz-centrico che lo ha costretto a cercare la giocata quasi ad ogni possesso.

Nello scontro diretto contro Lonzo Ball, risalente all’inverno, i due hanno chiuso con cifre simili, ma Fultz è andato a sbattere a più riprese contro un Lonzo dall’inedita verve difensiva (stimolata certamente dalla rivalità nascente tra i due). Al cospetto di un antagonista assai più scafato e mentalmente pronto, Markelle non ha giocato una partita aggressiva, subendo un po’ la talentuosa guardia di UCLA, che per giunta non ha quasi mai marcato, venendo dirottato da Romar sul meno pericoloso Holiday. Questa stagione nella Pac-12 è stata una sorta di maxi-torneo AAU che ha magnificato pregi e difetti del Fultz; parliamo di un ragazzo dal buonissimo atletismo, ma che non vanta verticalità clamorosa, per quanto sia fluido nei movimenti e veloce. Fultz non è un playmaker nel senso classico del termine, perché ha doti da passatore e visione di gioco d’alto livello, ma non ha, fin qui, migliorato molto i compagni (derelitti che fossero). Parliamo quindi –comparison allert!– di una combo-guard con le caratteristiche d’uno-contro-uno di John Wall, e con la visione di gioco di Kyrie Irving (non male, ma sarebbe stato molto meglio il contrario!).

In questo senso, Lonzo Ball è un giocatore molto più progredito, per quanto più acerbo fisicamente. Fultz però sa giocare bene l’uno contro l’uno, ha un buon tiro (sia piazzato che dal palleggio), può andare dentro con la moto, ma non da sempre l’impressione d’esser concentrato al 100%. Coach Romar e Williams si sono affrettati ad ascrivere certe palle perse superficiali al clima poco competitivo di Washington, ma resta il dubbio che Markelle tenda ad avere un approccio “alla D’Angelo Russell”, accettabile per un teenager, ma esiziale per una futura stella NBA. I Boston Celtics avrebbero la prima scelta assoluta (in seguito, approfondiremo questo punto), e l’hanno scrutinato in lungo e in largo, portandolo a Garden per un provino privato, e poi organizzando incontri con varie figure della franchigia, tra le quali, ovviamente, non poteva mancare il GM, Danny Ainge, e la star della franchigia, Isaiah Thomas, uscito proprio da Washington nel 2011 (lui sì, riuscì a portare gli Huskies al torneo NCAA), per poi essere scelto alla 60 (!) dai Sacramento Kings.

Fultz aveva parlato con entusiasmo della prospettiva di giocare con Thomas (si conoscono dalla scorsa estate, quando si allenarono assieme), evidenziando come entrambi possano giocare con la palla o lontano da essa. Tutto bello e tutto vero, però esiste il lato oscuro della luna: la difesa, dove un backcourt formato dal nativo di Tacoma e da Markelle darebbe non pochi grattacapi a coach Brad Stevens. Una difesa NBA può sopravvivere a un cattivo difensore, ma due guardie non belligeranti sono davvero difficili da abbinare. Markelle Fultz ha le caratteristiche fisiche per essere un grande marcatore sull’uomo (apertura di braccia oltre i due metri, taglia, buona velocità) e può darsi che lo staff di Stevens sarebbe riuscito a correggerne l’approccio, ma fin qui, ha dato l’impressione di non essere un giocatore destinato a sprigionare agonismo ad ogni passo. Sembra proprio che non abbia “fame” o voglia di sfidare il suo diretto avversario.

Secondo i report di David Aldridge per ESPN, Celtics e 76ers hanno raggiunto l’accordo per uno scambio che coinvolge la prima scelta assoluta, segno che i colloqui svolti non hanno diradato le perplessità sul carisma di Markelle Fultz; il ragionamento di Boston è logico e rigoroso: Ball e Fultz non hanno evidentemente convinto, e allora, se si vuole chiamare Jayson Tatum o Josh Jackson (due ali piccole adatte a giocare con Jae Crowder in uno schieramento a 4 esterni), lo si può fare comodamente anche scegliendo alla 3, lucrando per giunta una scelta supplementare, quella dei Lakers –via Sixiers– 2018, oppure quella dei Kings –sempre via Sixiers– del 2019. Danny Ainge è un discepolo di Red Auerbach (l’eminenza grigia che ha letteralmente creato dal nulla il mito dei Boston Celtics) e non ha mai celato la propria ammirazione per la spregiudicatezza con la quale lo storico allenatore e GM della franchigia ha seguito le proprie idee, anche a costo di osteggiare l’opinione comune, come nel celeberrimo aneddoto del 1980, quando scambiò la prima scelta assoluta coi Warriors (presero Joe Barry Carroll), ottenendo la chiamata numero tre (Kevin McHale) e Robert Parish. Il risultato fu che Boston costruì la miglior frontline di sempre, e Golden State si ritrovò con un bust bello e buono.

Philadelphia (28-54 nella passata stagione) ha organizzato un po’ frettolosamente un workout (e i test atletici) nella giornata di sabato, quando Fultz ha incontrato Covington, Joel Embiid e Ben Simmons, che presto potrebbero diventare i suoi compagni in un roster traboccante talento cristallino affidato a coach Brett Brown, che intravede la luce in fondo al tunnel chiamato “The Process”, e potrà gustarsi le opzioni derivanti dal pick-and-roll tra Embiid e Fultz, oltre ad alternare Simmons e Markelle come trattatori di palla. Ai Sixiers manca un esterno del valore di Fultz da tempo immemore: se la difesa porosa e una certa tendenza a essere “leggero” nella gestione dei possessi sono difetti da non sottovalutare, è altresì corretto evidenziare i dati anagrafici d’un ragazzo nato il 29 maggio 1998, con tantissimo tempo per maturare come uomo e come cestista. Ha segnato 23.2 punti di media, con 5.9 assist e 5.7 rimbalzi, tirando il 41% da tre; se imparerà a giocare per la squadra (e magari si tratta semplicemente di chiederglielo), ha tutto il talento necessario per abbonarsi ad anni e anni di All-Star Game.

Markelle ha un validissimo pacchetto offensivo, fatto di virate, cambi di direzione e velocità, esitazioni dal palleggio, conclusioni in avvicinamento e arresto e tiro (anche se le percentuali dalla lunetta, appena il 64.9%, creano qualche perplessità e sono figlie di un gesto meccanicamente rivedibile). Sa usare benissimo il pick-and-roll, esegue uno split lebroniano; insomma: ha davvero tante armi in faretra, anche al netto di una “maniglia” a volte un po’ farraginosa, il che spiega i numeri migliori quando può giocare off-the-ball. Inoltre è un topo da palestra, e ha un fisico e una forza di base che potrebbero farne un’arma da post-basso e da rimbalzi, dove può lavorare per eccellere, combinando velocità e potenza oltre alla taglia, più da guardia tiratrice che da playmaker. Qualcuno l’ha paragonato anche a Dwyane Wade, ma la guardia da Marquette è più esplosiva e aggressiva rispetto a Fultz, che però ha numeri davvero straordinari se parametrati alla verde età (1.85 è il rapporto assist palle perse, 1.01 punti per possesso da tre in cath-and-shoot, e 1.03 col jumper).

Anche l’atteggiamento dinnanzi ai microfoni è quello giusto; non nasconde certo di ambire un giorno all’MVP, o di voler essere il Rookie dell’Anno. Lo fa però senza la sicumera di chi da tutto per scontato, riconoscendo il talento degli altri giocatori, senza per questo sentirsi inferiore a chicchessia. Insomma, può darsi che la fiamma della competitività stia ardendo sotto le braci, pronta a prendere il sopravvento quando la competizione si farà realmente intensa. Markelle Fultz è un lavoratore, sa ragionare con la propria testa e ha alle spalle una famiglia lontana mille miglia dalle logiche iversioniane del “dove mangio io, mangerete anche voi”. Non si è portato dietro gli amici del Maryland fino a Washington, e mamma Ebony si è sincerata che il pargolo si stesse comportando secondo tutti i crismi dell’educazione. I dubbi insomma, non riguardano difetti tecnici o ambientali, quanto l’approccio e la capacità di “fare la stella”, il che significa continuità mentale sera dopo sera, aggressività, presenza in spogliatoio e leadership sul campo.

Un tempo, quando la maggior parte dei giocatori finiva il ciclo di studi prima di passare in NBA (e le franchigie non sceglievano in base al solo potenziale), nessuno si sarebbe sognato di giudicare così tanto un diciannovenne: ne avremmo viceversa scrutinato attentamente l’evoluzione, assistendo alla sua maturazione tecnica e tattica in un programma cestistico serio. Oggi non è più possibile ragionare così, e quindi certe elucubrazioni sul possibile impatto futuro di un cestista finiscono con l’essere più affini agli aruspici che a una scienza esatta. Nel suo anno a Washington Markelle Fultz è stato ingiudicabile, sia per l’età e per il contesto (senza Murray e Chriss, non aveva un secondo violino decente), che per il ridotto campione di partite a disposizione. In un mondo ideale, Fultz si accingerebbe a portare gli Huskies al torneo NCAA nel corso della sua campagna da sophomore, e invece tra meno di una settimana diventerà quasi certamente la prima scelta assoluta in NBA, ultima gemma sulla corona del processo di Philadelphia, che in effetti, ha tanti lunghi e nessun esterno di pregio. Qualunque scenario vada a concretarsi, è pressoché certo che il nome di Markelle Fultz sarà il primo a essere pronunciato dal “commish” Adam Silver, mentre tutto il resto, dal ruolo al rendimento futuro, è dibattibile. Fultz sarà sicuramente una stella NBA; quanto potrà splendere, dipenderà dalla sua voglia di lavorare duro (e fin qui, pochi dubbi…) e di competere ai massimi livelli.

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