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La lezione di Lazio-Milan: il calcio ha battuto il calcio d’agosto

La lezione di Lazio-Milan: il calcio ha battuto il calcio d’agosto

Il 11/09/2017 alle 07:21Aggiornato Il 11/09/2017 alle 08:52

Le sconfitte aiutano a crescere più di certe vittorie, e questa molto dovrebbe aver insegnato ai padroni cinesi. Le vendemmie estive fanno bene agli abbonamenti, ma possono anche gonfiare i valori netti dei giocatori, e dunque del gioco.

Mi sta bene. Scrivere, da un lato, di non credere nel calcio d’agosto e, dall’altro, pronosticare Lazio-Milan 1-2. Naturalmente, è finita 4-1. Ignoro se «naturalmente» sia l’avverbio più appropriato, ma il risultato - così perentorio, così tranciante - azzera ogni tipo di dibattito. Non pago, mi ero spinto a dire che avrebbe deciso la panchina di Montella, molto più "lunga". Modestamente, non ci ho preso manco qui. Sommare punte non significa attaccare meglio: sull’argomento, il Ventura del Bernabeu potrebbe dare alle stampe un trattato (premesso che dipende anche dagli avversari). Simone Inzaghi ne aveva una, di punte: Immobile. Ha ricavato una tripletta. La Lazio era una squadra collaudata, con un suo equilibrio. Il Milan, una squadra rifondata dal e sul mercato, con i suoi misteri. D’improvviso, al netto della propaganda estiva, Cutrone è tornato Cutrone; e Borini, Borini. Mi ha deluso persino Suso, sempre accerchiato e spesso disarmato. Suso, il dribbling al potere.

Le sconfitte aiutano a crescere più di certe vittorie, e questa molto dovrebbe aver insegnato ai padroni cinesi. Le vendemmie estive fanno bene agli abbonamenti, ma possono anche gonfiare i valori netti dei giocatori, e dunque del gioco. A Inzaghi, "prodotto" del settore giovanile, manca la gavetta. Un handicap, di solito. Non nel suo caso. La Lazio recita a memoria: 3-4-2-1 o 3-5-2 a seconda delle esigenze o delle emergenze. Contro il Milan sono stati determinanti Milinkovic-Savic e Luis Alberto: timidi in avvio, poi capaci di scortare ora Immobile ora la fase difensiva. Nel Milan non lo è stato nessuno. Nemmeno Bonucci. Del quale rimpiango i lanci, le aperture, più che le chiusure.

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Bonucci non è un fuoriclasse. E se è diventato un leader, lo deve al castello che la Juventus gli costruì attorno, e lui contribuì a presidiare. Per carità: con Bonucci la Juventus ne presi tre a Marassi dal Genoa: senza, tre dalla Lazio un mese fa. Era uno snodo cruciale, l’Olimpico di ieri: il primo della stagione. L’hanno sbagliato tutti, al Milan. I capi e i gregari. La Lazio mi spiazza sempre. In discussione erano la personalità, ballerina e la rosa (in attesa dei recuperi di Felipe Anderson e Nani): non la formazione-tipo, e tanto meno l’allenatore. Gli ultimi derby di coppa e la Supercoppa ne hanno consolidato le certezze, che non erano poche ma erano fragili. Sarà la continuità di rendimento a tracciare i nuovi confini.

Il Milan è stato l’idea lenta di Biglia, il fumo di Cutrone, il grigio su e giù di Kessié. Aggiungetevi un tocco di presunzione, quella Lazio così mobile e Immobile e lo scarto diventa l’epilogo più naturale del mondo. Come la Juventus a Cardiff e la Nazionale a Madrid, il Milan ha cominciato a perdersi (e a perdere) in mezzo al campo, un «museo» alla mercé di troppi turisti: da Lucas Leiva e Parolo a Basta e Lulic. Per tacere del tempismo di De Vrij, quando l’area e l’aria si facevano bollenti. Una piccola, grande lezione.

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