"Fuga dal Tour": quando il coraggio sfida la maglia gialla

"Fuga dal Tour": quando il coraggio sfida la maglia gialla
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Si parte all'avventura, si va in fuga! Quando il ciclismo rivede le sue forme, certi corridori dietro le quinte diventano eroi per un giorno. Per questo viaggio ci vuole coraggio: storie di piccoli campioni che fecero l'impresa e di chi, grazie alla fuga, vinse il Tour o vestì la maglia gialla...

Il dizionario Larousse fornisce diversi significati della parola Echappée, ma la spiegazione del termine nel ciclismo non è poi così soddisfacente: Action, pour un ou plusieurs coureurs, de distancer les autres concurrents; "Azione, di uno o più corridori, di distanziare gli altri concorrenti". Troppo restrittiva, meglio la prima voce per decifrare la vera essenza della fuga nel ciclismo: Espace libre, mais resserré, par lequel la vue peut plonger au loin. Exemple: une échappée sur la mer; "Spazio libero, ma ristretto, per il quale la vista può perdersi in lontananza. Come una vista sul mare".

Questa sì che è l’anima di una fuga al Tour de France: una veduta panoramica, uno spazio di libertà che però solo di rado schiude la vista del traguardo. Fino alla vittoria o alla gloria dell’impresa, la magia si compie al Tour de France nelle più speciali delle occasioni. Leggerete qui di cinque storie di eventi straordinari, chance irripetibili, momenti leggendari che hanno stravolto la carriera, se non la vita dei loro audaci protagonisti. Quando, sulle strade della Grande Boucle, si svela il miracolo e s’avvera l’impossibile.


Capitolo 1 - Tour alla Walko, Tour alla Pereiro

1956/2006. A mezzo secolo di distanza, due vite di corridori s’intrecciano alle storie dei campioni grazie alle loro fughe memorabili. Due “piccole” imprese che per sempre accomuneranno Roger Walkowiak e Oscar Pereiro nel grande libro del Tour de France. Come fossero prigionieri della loro fuga liberatoria (che strano paradosso) e questo vale specialmente per Walko.

A 29 anni, Roger Walkowiak è un piccolo corridore francese di una modesta squadra regionale del Nord-Est-Centre, la Saint-Raphael-Geminiani, che sta per diventare il più grande “intruso” nell'albo dei vincitori del Tour de France. Lui che non ha alzato le braccia su un mitico traguardo di montagna o non è volato contro il tempo in una celebre cronometro. No, Walko non è Coppi né Merkx, però c’è un’altra maniera di vincere la Grande Boucle… Ed è nel corso della 43ª edizione che Le petit français riscrive i codici del ciclismo.

Roger Walkowiak all'arrivo di Angers

Roger Walkowiak all'arrivo di AngersAFP

Settima frazione di 244 chilometri: da Lorient, si forma una “fuga bidone” di 31 corridori che stacca il gruppo di 19 minuti: tappa ad Alessandro Fantini, maglia a Walko. Angers è la svolta di questo Tour e della vita di Roger Walkowiak, che cede la gialla nella seconda settimana e se la riprende sulle Alpi, fra Torino e Grenoble, per certificare la sua impresa a Parigi tra i grandi nomi dell’epoca: Miguel Poblet, Charly Gaul, Stan Ockers, Gastone Nencini. Il 1956 è un "Tour alla Walko".

Cinquant’anni più tardi, quando Oscar Pereiro sbucherà dal nulla dopo il gancio sui Pirenei, tutti penseranno a Walko, eppure la storia dello spagnolo è, se possibile, anche più rocambolesca. Al Tour del 2006, Pereiro sogna «Un posto nei primi cinque», ma le sue ambizioni s’infrangono al termine dell'11a tappa, quella del Pla de Béret, quando si ritrova a 28 minuti dalla maglia gialla di Floyd Landis. Un vero incubo:

" Faceva caldo, ho vissuto una giornata terribile. Pensavo: "Sono pronto a tornare a casa, questo Tour per me è finito, mi sento una nullità. Che delusione: sono finito. Non riesco a dirmi che potrò recuperare il distacco"."

Invece, due giorni dopo, Pereiro stravolge la Grande Boucle e il suo riscatto inizia la sera stessa della catastrofe: «Arrivando in albergo, racconta, ho visto i tifosi venuti per me dalla Galizia e mi son detto che avrei attaccato ogni giorno», ma in quel momento Pereiro pensa a vincere una tappa, no di certo alla conquista della maglia gialla. Oscar afferma divertito: «Se prima del Tour mi avessero detto, Accumulerai un distacco di mezz'ora sui Pirenei, lo recupererai in pianura e vincerai il Tour… Ovviamente non ci avrei mai creduto, avrei pensato a una specie di battuta».

Oscar Pereiro sul podio a Montélimar, subito dopo la sua folle fuga.

Oscar Pereiro sul podio a Montélimar, subito dopo la sua folle fuga.Eurosport

L’impresa prende invece forma sulla strada di Montélimar, in una delle cosiddette tappe di transizione. Pereiro entra in una fuga di attaccanti nati con Sylvain Chavanel, Andriy Grivko, Manuel Quinziato e l'eterno Jens Voigt: «Era una tappa lunga e faceva molto caldo. Le squadre non volevano esaurire tutte le energie nel controllo della corsa. Ecco perché eravamo tutti convinti che la fuga sarebbe durata fino in fondo», ricorda il capitano della Caisse d'Epargne. Dei fuggitivi, Pereiro è il meglio piazzato in classifica generale, ma così indietro da non destare preoccupazione. Il gruppo maglia gialla lascia fare e il loro distacco aumenta velocemente fino ad assumere proporzioni incredibili. Voigt ricorda di quel giorno:

" A 15 minuti di vantaggio, sono andato da Pereiro e gli ho detto: Ehi, Oscar, finirai in maglia gialla, sarebbe divertente, no?. E lui mi rispose: Ah sì, sarebbe proprio divertente. Era una battuta: nessuno, tanto meno lui, s’immaginava che ciò potesse realmente succedere."

Qualche ora dopo, Voigt e Pereiro si contendono la vittoria di tappa a Montélimar e il tedesco vince facilmente lo sprint: «È stata la vittoria più bella della mia carriera, ma Oscar aveva conquistato la maglia gialla ed ero molto felice per lui». Per due vincitori, un esercito di perdenti: il plotone taglia il traguardo con un ritardo di 29 minuti e 57 secondi: «Quel giorno un campione come Klöden ha perso il Tour, afferma Voigt. Se avesse fatto tirare la sua squadra per una decina di chilometri, sarebbe arrivato in maglia gialla fino a Parigi».

Video - La vittoria di Jens Voigt al Tour 2006 davanti a Oscar Pereiro

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A Montélimar, tutti parlano a Pereiro di un nome che non gli dice nulla: «Non conoscevo Roger Walkowiak prima del 2006, ma mi hanno raccontato la sua storia la sera stessa", dice Oscar sorridendo. Pereiro vincerà il Tour “alla Walko" anche se a Parigi è secondo finale: Floyd Landis, erede di Armstrong, sale sul gradino più alto degli Champs-Élysées, ma tre giorni dopo risulta positivo all’antidoping e il 5 agosto il Tour de France 2006 è assegnato a Pereiro.

Walkowiak e Pereiro devono il loro posto nella storia del ciclismo a un coraggioso tempismo, al loro spirito d'iniziativa. È l'immensa virtù della fuga che svela occasioni straordinarie e chiude un’epoca per aprirne un’altra. Perché se Walko ha saputo distinguersi fra la tripletta di Bobet e l'inizio dell'era Anquetil, Pereiro è invece una linea di transizione fra Armstrong e l'avvento di Contador nuovo campione della Grande Boucle. Il 1956 e il 2006 erano terreno di conquista e questi Tour senza padrone chiedevano i loro eroi. Uno fu Walko. L'altro fu Pereiro.


Capitolo 2 - Chiappucci: il Diablo nasce al Futuroscope

Sono impazziti! È il titolo de L'Equipe all'indomani della fuga più famosa del ciclismo moderno: il “bidone” del Futuroscope. Al Tour del 1990, tra il prologo del sabato e la cronometro a squadre di domenica pomeriggio, c’è una semi-tappa di quelle “coreografiche” presso il parco di attrazioni della Vienne. Al via della 77a edizione della Grande Boucle, l’attesa è tutta per la grande sfida tra Greg LeMond e Laurent Fignon, “arbitrata” dallo spagnolo Pedro Delgado o dal vincitore del Giro d’Italia Gianni Bugno, ma lo scenario cambia già al Futuroscope.

La frazione è breve e 4 attaccanti escono subito dal gruppo: sono Frans Maassen, Steve Bauer, Ronan Pensec e Claudio Chiappucci. Nessuno proverà a riprenderli: dietro, il gruppo non vuole tirare perché il pensiero della crono paralizza i favoriti: inseguire i fuggitivi vorrebbe dire pagare il conto contro il tempo. Risultato: 10 minuti e 35 secondi di ritardo al traguardo. Che follia: quel quartetto era pericoloso. No di certo Frans Maassen vincitore di tappa, ma gli altri tre a lungo termine: Steve Bauer, canadese 4° al Tour due anni prima, e Ronan Pensec - anche se gregario di LeMond in Z, 6° nel 1986 e 7° l'anno dopo - erano due veri outsider. Poi c'è Chiappucci: «Non sapevo niente di lui, spuntava dal nulla, nessuno lo considerava in classifica», confessa Ronan Pensec.

Frans Maassen vincitore della tappa di Futuroscope

Frans Maassen vincitore della tappa di FuturoscopeImago

Avevano torto. Chiappucci è in rampa di lancio e del Giro d’Italia è appena stato il miglior scalatore... Ed è esattamente con questa idea in testa, senza altre ambizioni, che il Diablo lancia la fuga del Futuroscope. "Sinceramente, ammette Claudio, non pensavo alla classifica generale. Se ho attaccato era per la maglia a pois. Una maglia mitica, la più importante dopo quella gialla che pensavo troppo grande, troppo bella per me». Chiappucci, sottovalutato, si svaluta per primo!

La fuga del Futurscope è esemplare perché tutti i suoi protagonisti ne traggono profitto: tappa a Maassen, la maglia gialla per gli altri tre. Steve Bauer la conserverà per nove giorni fino alle porte delle Alpi, poi Ronan Pensec riceverà il testimone a Saint-Gervais suscitando una folle speranza. «OK per Ronan», dice allora Greg LeMond a favore del suo Pinpin. Pensec difende la maglia sull'Alpe d'Huez, ma il giorno del suo compleanno crolla nella cronoscalata di Chamrousse: «Al mattino, ho provato la crono con il fuoco nelle gambe. Di pomeriggio niente, sentivo le gambe di gelatina, una disfatta totale. È andata così». Ed è così che Claudio Chiappucci, a dieci giorni da Parigi, veste la prima maglia gialla della sua carriera:

" Il momento che ha cambiato la mia vita, lì ho capito l'importanza della maglia gialla. Improvvisamente avevo il mondo intorno a me: i giornalisti, i tifosi. Quando indossi la maglia gialla non puoi più nasconderti. "
Il sorriso di Claudio Chiappucci con la maglia gialla

Il sorriso di Claudio Chiappucci con la maglia giallaGetty Images

Con 6'55" di vantaggio su Erik Breukink e 7'30" su LeMond, Chiappucci ha ancora un bel margine fuori dalle Alpi: «Ma non posso dire che credessi nella vittoria finale, gli altri avevano molta più esperienza e ho sempre voluto ricordare chi ero», confida Claudio da “intruso” in maglia gialla. Questo Tour, infatti, non lo vincerà. Chiappucci cede la maglia gialla nella crono che stende un red carpet per LeMond fino a Parigi, ma non è a Vassivière o sui Pirenei che il nostro perde la sua maglia gialla bensì... Nel giorno di riposo, alla vigilia di una tappa di media montagna a Saint-Etienne: «Avevo appena conquistato la maglia gialla e ho passato l'intero giorno di riposo con i giornalisti, i tifosi, la gente. Mi sono un po' deconcentrato. Non mi sono allenato bene e l'ho pagata».

Inoltre, a Saint-Etienne, una fuga gli è fatale come un boomerang e l’artefice sarà (ancora) Ronan Pensec: «Sono andato in fuga, racconta Pinpin, e i Carrera (la squadra di Chiappucci, ndr) si sono sfiniti per riprendermi ma, giunti sui Monti del Forez, Chiappucci era rimasto solo. Se quel giorno non fossi andato in fuga, Greg non avrebbe vinto il Tour». A Saint-Étienne infatti LeMond recupera la metà del distacco di Poitevin: «Ero stressato perché mi sono ritrovato in una situazione che non potevo controllare». Eppure niente sarà più come prima per Claudio Chiappucci, secondo a quel Tour e sul podio nei due anni successivi, battuto da Indurain ma sugli Champs-Élysées con la tanto sospirata maglia a pois. Il Diablo farà tre podi anche al Giro d'Italia e vincerà la Milano-Sanremo: «La mia carriera da ciclista è cambiata per sempre dopo quel Tour: ho imparato moltissimo e trovato le mie risposte». Chissà cosa sarebbe stato della sua vita sportiva senza la grande fuga del Futuroscope.


Capitolo 3 - Fuga, istruzioni per l'uso

Per andare in fuga ci vogliono istinto, audacia e una certa dose di follia perché i rapporti di forza sono: da un lato qualche attaccante o uno soltanto, all’altro un plotone di duecento corridori. Un combattimento per sua essenza impari. «È sempre il gruppo che decide», si è soliti dire, e i racconti che narriamo qui lo confermano: l'organizzazione del plotone all'inseguimento dei fuggitivi è un sistema quasi infallibile.

Attraverso il nostro Sports Explainer, scoprite questo meccanismo spesso calcolato al millimetro che, quando si mette in moto, lascia pochissime speranze ai corridori in fuga. Questo rende ancora più eccezionali i destini di coloro che, invece, hanno portato la fuga al traguardo.

Video - Quanta fatica si fa in gruppo e in fuga? Posizioni e dispendio energetico a confronto!

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Capitolo 4 - Thierry Marie e la fuga di Normandia

11 luglio 1991, 234 pietre miliari. Da solo. Fino alla vittoria. Thierry Marie ha fatto l’impresa al Tour de France. Vincitore di 6 tappe - 3 prologhi, una cronometro e due in linea - Marie è anche l'unico francese dopo Hinault ad aver vestito la maglia gialla in tre diverse edizioni. Al Tour del 1991, sulle strade della sua Normandia verso Le Havre, Thierry Marie si lancia in un'impresa assoluta. Solo contro tutti per 234 chilometri, il francese trionfa con la più lunga fuga in solitaria degli ultimi settant'anni. Marie racconta il suo giorno di ordinaria follia:

Devo prima parlare del Tour del 1986. Quell'anno avevo perso la maglia gialla a Evreux e così il sogno di traversare la mia Normandia in maglia gialla era svanito. Questa delusione si conservò in un angolo della mia testa. Cinque anni più tardi, vinco di nuovo il prologo, ma l'indomani LeMond è già in maglia gialla. Il Tour torna in Normandia ed io ho un piano: vincere la crono di Alençon, ma due giorni prima mando tutto all’aria quando mi ritrovo davanti dopo uno sprint intermedio, mi alzo sui pedali e pedalo a fondo per 5 chilometri.

" Siamo lontani dall'arrivo e allora mi dico: Che faccio? Mi alzo o non mi rialzo? Accidenti! Sono in Normandia, a casa mia, e quindi decido di partire. Quando mi giro per la prima volta, vedo Hinault fare un gesto in ammiraglia come a dire: Questo è pazzo, si sfinirà… E di certo non era l’unico a pensarlo! "
Thierry Marie in fuga in Normandia

Thierry Marie in fuga in NormandiaEurosport

Io però sento che questa è la mia occasione: in gruppo non c’è la maglia gialla perché, il giorno prima, Rolf Sorensen l’ha persa per colpa di una caduta e LeMond non ha voluto indossarla. Incredibile, sono arrivato a 20 minuti di vantaggio ma a cinquanta chilometri dall'arrivo devo già dare tutto perché un contrattaccante è uscito dal gruppo a 70 km/h e mi sta mangiando tutto il distacco. A dieci dal traguardo però so già di aver vinto e in fondo sì, ci avevo sempre creduto perché questo è il ciclismo deciso dalla forza della mente.

" All'arrivo, inizio a rendermi conto dell'impresa ma sono sfinito, talmente cotto che qualcuno deve aiutarmi a salire sul podio. Non mi reggo in piedi, ho paura di cadere tra la folla. Perderò la maglia a cronometro ma poco importa: non ho rimpianti. Quelli come me, per essere ricordati a lungo nel ciclismo, devono osare, fare un exploit, impressionare il pubblico: questa vittoria è di tutti anche dopo molto tempo."

Oltre al successo di tappa, conquisto la maglia gialla per la terza e ultima volta nella mia carriera… E avevo anche quella del miglior scalatore: un bottino perfetto! Sono stato folle e anche un po’ presuntuoso. E di certo ‘giocare in casa’, nella mia Normandia, mi ha aiutato nell’impresa.

Il giorno più "Bourlon"
Nella storia del Tour de France, solo un corridore ha fatto meglio di Thierry Marie. Era il primo Tour del dopoguerra e venerdì 11 luglio 1947 Albert Bourlon si lanciò in fuga alla partenza della 14esima tappa: da Carcassonne a Luchon, 253 chilometri da solo in testa e record destinato a non essere battuto per la lunghezza "ridotta" delle tappe moderne. Leggenda vuole che, dimenticato in classifica dalla giuria del Tour, Bourlon abbia urlato loro dalla linea del traguardo: "Bene, mi avete visto stavolta?"
Le fughe più lunghe e vincenti del Tour de France

Le fughe più lunghe e vincenti del Tour de FranceEurosport


Capitolo 5 - Pontarlier: la fuga dei record

Pontarlier e il Tour de France. È il 15 luglio 2001 e nel cuore dell'era Armstrong, 14 corridori sfidano il vento, il freddo e la pioggia battente per una fuga da record, perché il gruppo giungerà al traguardo con un ritardo di 36 minuti. Una cosa mai vista: l’intero plotone avrebbe dovuto essere estromesso poiché fuori tempo massimo, ma eliminare 160 corridori dal Tour de France non era un'opzione. «All'epoca ero commentatore - ricorda Christian Prudhomme, che oggi è il direttore della Grande Boucle - e non riuscivo a crederci. Il distacco era salito a 15 minuti, un gap già enorme, poi a 17’, poi 20’: ci si chiedeva quando avrebbe smesso di aumentare… Infine fu di 36 minuti».

Certe imprese richiedono circostanze straordinarie e quel giorno fu il meteo. Jens Voigt, che quel giorno era in maglia gialla, ricorda la sinistra andatura monocromatica del gruppo in impermeabile: «C’era un tempo di merda. Faceva molto freddo, tirava un forte vento e ovviamente pioveva, incessantemente. C'era persino una specie di nebbia: davvero terribile». Ma il cielo e la fortuna aiutano gli audaci: «Sì, il tempo ha pesato», assicura Erik Dekker, passato alla storia come il vincitore di questa incredibile tappa.

Pontarlier 2001: una tappa incredibile, Erik Dekker la chiude braccia al cielo!

Pontarlier 2001: una tappa incredibile, Erik Dekker la chiude braccia al cielo!Getty Images

" Avevo visto le previsioni alla vigilia e decisi che bisognava tentare la fuga. In fondo, quando il tempo è schifoso, tanto vale essere davanti, no? Così si arriva prima al riparo mentre Armstrong ha avuto freddo mezzora in più di me!"

Pensare che questa fuga dei primati ha rischiato di saltare dal suo interno per colpa di Alexandre Vinokourov: «Era un grosso problema per noi perché Armstrong non avrebbe mai lasciato partire questo gruppo con Vino. Fortuna che ha forato e quando l'ho visto, ho gridato un "Sììììììì!”, ricorda Dekker con malizia. Avevamo lottato molto per formare la fuga e Vino, quel giorno, non aveva niente a che vedere con noi». Ecco come questi 14 uomini, per 215 chilometri, si sono spinti in una fuga «Perfino un po' noiosa», scherza Dekker: «Avevamo un tale vantaggio ed eravamo così lontani dall'arrivo che ci divertivamo, scommettendo su quanto avremmo potuto guadagnare». A 31 anni l'olandese, già vincitore di 3 tappe, centra il suo ultimo successo al Tour. Il più memorabile.

François e Pascal: i fratelli dell'Alpe d'Huez
François Simon è stato uno dei grandi protagonisti della fuga di Pontarlier. Sesto finale a Parigi dopo esser stato leader per tre giorni, il primo lo passò sull'Alpe d'Huez dedicando la maglia gialla a suo fratello Pascal. Più vecchio di dodici anni, Pascal Simon indossò la Jaune per una settimana al Tour del 1983, ma in discesa dall'Alpe si ruppe la clavicola ritirandosi dalla corsa. Una macchia gialla almeno in parte placata dal fratello François, il fuggitivo di Pontarlier.

Questa folle impresa serba solo un piccolo rimpianto in Dekker: la fuga di Pontarlier non è stata “gialla” come quella di Walkowiak o Pereiro, impensabile ripetere simili prodigi negli anni Duemila, eppure «Ho pensato che i capitani stessero giocando col fuoco». Stuart O’Grady difenderà la maglia gialla per una tappa, poi i Pirenei sanciranno Lance Armstrong dominatore di un altro Tour prima delle ceneri texane.

Video - Pontarlier 2001: Erik Dekker trionfa in una tappa dantesca

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Capitolo 6 - Due volte Voeckler, da Ti-Blanc a Héros National

Ci sono quattro tipi di maglia gialla. I grandi leader con un destino scritto a caratteri d'oro: la Jaune è sempre in cima ai loro pensieri. Gli specialisti contro il tempo: vincono il prologo e si difendono finché possono - vedi Fabian Cancellara: 8 tappe al Tour, 29 giorni in maglia gialla. I velocisti: negli anni degli intertempi, potevano giocarsela la prima settimana e così Mario Cipollini 6 volte in giallo. Poi ci sono tutti gli altri: quelli che non competono a nessuna di queste oligarchie di campioni. Per questa schiera di gregari, passisti e uomini di fatica, l'audacia è il solo possibile, la fuga è l’unica via d'uscita. Per loro, mezzo Tour in maglia gialla avrebbe del miracoloso. Un sogno che Thomas Voeckler ha avverato due volte.

Da quel Ti-Blanc incurante del 2004 al corridore completo del 2011, Voeckler ha abitato due favole di dieci giorni in giallo, s’è spinto più in alto della sua sella, non s’è mai preculso un giorno (in più) di gloria. Pagine di annali del Tour e di diverso inchiostro: perché, come ci confida, «Il solo punto in comune tra queste due avventure è la durata, per il resto sono due storie completamente diverse».

Quali sono i corridori che sono stati più giorni in maglia gialla senza vincere il Tour?

Quali sono i corridori che sono stati più giorni in maglia gialla senza vincere il Tour?Eurosport

" Nel 2004, il Tour è ancora nel giogo di Lance Armstrong mentre Voeckler si presenta alla Grande Partenza di Liegi, la città della Doyenne, con la maglia di campione di Francia: pochi giorni dopo, sarà un altro colore a consacrarlo sui pedali."

L’8 luglio, sulla strada di Chartres, il cielo è plumbeo e minaccia pioggia quando Armstrong è già leader grazie a una cronosquadre dominata dalla sua US Postal: «Ricordo bene di aver visto Sandy Casar uscire: è noto che amasse quelle orribili condizioni meteo perché era un attaccante valoroso. Era la ruota giusta da prendere». E Voeckler l'ha presa: Il mio direttore sportivo è venuto a informarmi che ero la maglia gialla virtuale, ma me lo diceva in tono scherzoso».

A Chartres, il vincitore di tappa è Stuart O'Grady e per questo Voeckler è di cattivo umore: «Era arrabbiato per non avere vinto la tappa? - racconta il suo ds, Jean-René Bernaudeau: Dannazione! Il ragazzo ha la maglia gialla e non è contento, che razza di temperamento!». «È vero - dice ridendo Thomas ripensando a quell'aneddoto - però quando ho capito di avere conquistato la maglia gialla, è stato ancora più bello: era il giorno del mio compleanno». Per dieci giorni Voeckler difende la sua leadership, poi i Pirenei gli saranno fatali ma ancora a Plateau de Beille, dei suoi residui 5'24 di gap su Armstrong, il francese riesce a conservare 22 secondi di vantaggio e l’immagine del suo pugno stretto sulla linea del traguardo è un emblema per la storia del Tour:

" Nella salita finale, pensavo fosse finita, ammette Bernaudeau, però raggiunto Thomas gli dissi: "Ce la farai, ce la farai!. A un certo punto lui si volta e mi grida: "Non è vero!". Si rese invece conto a cinquanta metri dall'arrivo che avrebbe conservato la maglia gialla sentendo Mangeas fare il conto alla rovescia: è stato un momento indimenticabile. Piangevamo tutti. Eravamo contenti di avercela fatta ancora una volta."
Thomas Voeckler accanto a Sandy Casar: il campione francese scambierà volentieri la sua maglia tricolore con quella gialla...

Thomas Voeckler accanto a Sandy Casar: il campione francese scambierà volentieri la sua maglia tricolore con quella gialla...Eurosport

Se avesse ceduto a Plateau de Beille come da logica, non sarebbe di certo diventato così famoso: «A distanza di tempo, ho capito che quel giorno avevo davvero creato un legame con il pubblico. Ero il piccolo francese che si batte con i propri mezzi contro il gigante americano». Per Christian Prudhomme, quel giorno Voeckler è diventato «Una sorta di fidanzatino per gli amanti del Tour de France alla scoperta di un grande personaggio: nato in Alsazia e partito per le Antille con la sua storia dolorosa, la morte del padre in mare, il suo ritorno in Francia nella Vandea». Un simbolo, ma anche un corridore in grado di massimizzare il suo potenziale, Voeckler possiede uno straordinario temperamento insieme a rara intelligenza tattica: Ti-Blanc è capace di grandi cose.

Tour de France 2011, atto secondo, altra fuga: è la tappa più intensa di questi ultimi anni in uno dei più bei Tour duepuntozero. Da Issoire a Saint-Flour e in discesa dal Passo del Peyrol, una caduta elimina diversi corridori di spicco fra cui Van den Broeck e Vinokourov, e la pericolosità di questa picchiata rallenta il plotone. Una strana specie di manna per i 5 fuggitivi del giorno: Juan Antonio Flecha, Johnny Hoogerland, Luis Leon Sanchez, Sandy Casar e, ovviamente, il nostro Voeckler.

A 35 chilometri dall'arrivo, un’auto al seguito della fuga tampona Flecha che rovina sull'asfalto e fa volare Hoogerland sul filo spinato: l'immagine dell'olandese sanguinante lascerà una traccia profonda anche nel fortunato Voeckler che, diversamente da Chartres, decide di correre solo per la maglia gialla: «Senza alcuna garanzia, ero pronto a sacrificare la vittoria di tappa». Sarà Sanchez ad alzare le braccia e Voeckler, come nel 2004, a vestirsi di giallo: «Non pensavo di resistere altri 10 giorni, non mi ponevo nemmeno la questione, ma avevo molta più fiducia in me stesso rispetto a 7 anni prima e l'ambizione di difendere la maglia il più a lungo possibile. Avevo il sentore che fosse l'occasione della mia carriera, ma è durata più a lungo di quanto potessi immaginare».

Video - Flecha a terra, Hoogerland nel filo spinato... Una caduta incredibile

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Thomas e Pierrot Rockstar
Il Tour de France del 2011 è stato per la Europcar una corsa "esistenziale". C'era Voeckler e c'era Pierre Rolland, un gigante nel suo ruolo di "tenente" a tal punto che Lance Armstrong lo chiamava Rockstar. Il giorno in cui Voeckler perse la maglia gialla sull'Alpe d'Huez, Rolland firmò il più grande successo della sua carriera: "Pierrot voleva aspettarmi - dice Voeckler - ma gli ho detto subito di no, che il mio tempo era finito e doveva iniziare il suo". Rolland ha lasciato la squadra due anni fa ma gli affetti restano: "Sono stati momenti incancellabili - sempre Voeckler - siamo talmente legati da non essere due semplici ex compagni di squadra".
Pierre Rolland insieme a Thomas Voeckler, a Plateau de Beille nel 2011

Pierre Rolland insieme a Thomas Voeckler, a Plateau de Beille nel 2011Getty Images

Quasi noncurante, Thomas Voeckler rivivrà il culmine del suo Tour a Plateau de Beille, ma se nel 2004 Ti-Blanc lottava contro se stesso, stavolta siede al tavolo dei grandi coi fratelli Schleck, Cadel Evans e Alberto Contador:

" Onestamente, è stato l’unico momento della mia carriera in cui mi sono sentito il padrone del Tour. Indossare la maglia gialla in una grande tappa di montagna, vedere tutti i capitani attaccarmi, e riprenderli uno per uno, fu davvero inebriante."

A tal punto che, finiti i Pirenei, i cronisti si chiedono se Voeckler possa vincere il Tour: «Però io avevo la testa sulle spalle e conoscevo il ciclismo. Le Alpi erano in arrivo e ho sempre preferito i Pirenei, poi c'era quella lunga crono di oltre quaranta chilometri prima di Parigi: certo che dopo Plateau de Beille l'avrei presa male se non mi avessero trattato da potenziale vincitore!». Sono due errori, più che una debolezza fisica, a sancire la resa di Voeckler: un’uscita di strada in discesa verso Pinerolo e un inutile fuorigiri sull’Alpe d'Huez per staccare Evans. Cadel aveva solo avuto un problema al cambio e Thomas s’arrende a poche ore da Parigi, ma sulle strade sacre del ciclismo c’è un francese in maglia gialla. Come Fignon nel 1989.

Video - Voeckler eroe nazionale: due storie in maglia gialla

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«Oggettivamente, senza quegli errori nell'ultima settimana, avrei potuto fare secondo, ma non ho mai avuto il pensiero d’aver sfiorato la vittoria finale». Avrebbe meritato il podio, lui che ha segnato nel profondo il Tour de France senza averlo vinto: ha attaccato ogni anno, ha indossato la maglia gialla, ha conquistato la maglia a pois e vinto 4 tappe. Ti-Blanc è un simbolo del ‘Tutto è possibile’ e del Rien ne va plus: per questo è un eroe nazionale e a Düsseldorf, a Le Grand Départ di questo Tour, è stata allestita una mostra fotografica. Ci sono i ritratti Albert Einstein, Mick Jagger e Thomas Voeckler. Tutti e tre fanno la linguaccia. Al plotone, probabilmente.

Thomas Voeckler sul Galibier nel 2011

Thomas Voeckler sul Galibier nel 2011Getty Images

Introduzione"Fuga dal Tour": quando il coraggio sfida la maglia gialla
  • Capitolo 1Capitolo 1 - Tour alla Walko, Tour alla Pereiro
  • Capitolo 2Capitolo 2 - Chiappucci: il Diablo nasce al Futuroscope
  • Capitolo 3Capitolo 3 - Fuga, istruzioni per l'uso
  • Capitolo 4Capitolo 4 - Thierry Marie e la fuga di Normandia
  • Capitolo 5Capitolo 5 - Pontarlier: la fuga dei record
  • Capitolo 6Capitolo 6 - Due volte Voeckler, da Ti-Blanc a Héros National