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Tra rivoluzione e conservatorismo: cosa ci è piaciuto (e cosa no) delle ATP NextGen Finals

Tra rivoluzione e conservatorismo: cosa ci è piaciuto (e cosa no) delle NextGen Finals
Di Eurosport

Il 13/11/2017 alle 10:09Aggiornato Il 13/11/2017 alle 12:25

A fine torneo e dopo una notte di riflessione abbiamo provato a tirare il bilancio al tentativo di rivoluzione del tennis introdotto dalle NextGen. Tra le varie sfumature il quadro generale è piuttosto chiaro: viva la tecnologia al servizio di giocatori e pubblico; abbasso la rinnovata formula del punteggio.

Prima vedere, poi giudicare. Ci eravamo ripromessi questo per l’innovativa formula delle NextGen ATP Finals. Un torneo-esibizione che doveva riportare il tennis a Milano e che così, al termine di una settimana di discreto successo, ha fatto. Abbiamo così deciso di tirare le somme complessive di tutto: dalla formula all’evento, passando chiaramente per tutte le innovazioni viste, tracciando un semplice bilancio tra i tre giornalisti della nostra redazione che si occupano di tennis che da Rho Fiera questa settimana sono passati. Due domande secche e molto semplici: cosa è piaciuto e cosa non è piaciuto delle ATP Finals.

Cosa ci è piaciuto

  • Alessandro Dinoia . "Le Next Gen ATP Finals sono state un'occasione che Milano ha saputo cogliere. Lo testimonia il costante incremento di pubblico, cifre alla mano, culminato con le serate delle semifinali (malgrado la concomitanza con Svezia-Italia) e della finale. A Rho Fiera si è passati da Expo 2015 all'Expo del tennis del futuro, con uno spazio allestito a dovere in grado di soddisfare anche i più scettici. Della nuova formula apprezzo lo shot clock di 25 secondi per limitare le perdite di tempo tra un punto e l'altro (ma non ditelo a Nadal), il campo senza le linee per il doppio (se si giocano solo dei singolari sono superflue) e soprattutto l'occhio di falco in tempo reale che elimina dubbi e contestazioni. È gradevole vedere i giocatori a stretto contatto con i tifosi: la speranza è poter ammirare un nuovo Federer, nella città che nel 2001 lo battezzò con il primo titolo ATP".
  • Fabio Disingrini . "Sì al format nel contesto di un torneo nuovo in una “nuova” città, fra tennisti NextGen che ancora dovranno migliorare servizio e spinta. Così che il set corto sia meno statico per un pubblico di giovanissimi e spettatori privati da tempo, a Milano, di un grande torneo. Che l’hawk-eye live mostri la forma più limpida e condivisa di uno sport ai tempi del VAR. Che un campo senza corridoi c’era già al Masters di trent’anni fa al Madison Square Garden: erano finali vinte da Lendl, Becker e Stefan Edberg, quindi chissà mai che scandalo".
  • Simone Eterno . "Anch’io – egoisticamente – parto dal fatto che un torneo di tennis di spessore internazionale, a Milano, mancava proprio. E fin qui tutto bene. Al di là di questo però di interessante ho trovato tutte le novità connesse al miglioramento dell’esperienza del pubblico. Credo che l’introduzione del count-down tra un punto e l’altro sia una rivoluzione di cui il tennis ha davvero bisogno. E se non devono essere per forza di cosa 25 secondi – che dopo lunghi scambi (penso alla stagione del rosso) possono essere davvero fastidiosi, siano anche 30 o 35. Ma con un chiaro countdown e fine delle polemiche. E a proposito di polemiche bene anche l’hawk-eye in tempo reale così come la possibilità del coaching tra il giocatore e il suo angolo. Innovazioni che non snaturano la disciplina, ma che la rendono solo più giusta e da un certo punto di vista attraente (col coaching abbiamo sentito parlare di tattica, così come di caffè e cappuccini). Insomma, viva la tecnologia".
Khachanov e la rivoluzione tecnologica introdotta dalle NextGen

Khachanov e la rivoluzione tecnologica introdotta dalle NextGenGetty Images

Cosa non ci è piaciuto

  • Simone Eterno . "Senza ombra di dubbio la formula. Fatemelo dire: il tennis è un’altra cosa. Mi accodo in pieno a quanto dichiarato da Rublev dopo la prima uscita, ovvero che la formula a 4 set con no-let sul servizio e punto secco sulla parità uccide completamente lo sport così come l’abbiamo conosciuto. E se quello vuole essere l’intento, non va bene. Il tennis è fatto dai giocatori, dal loro lavoro e dalla loro tenacia dentro il campo. La formula introdotta alle NextGen stravolge completamente la disciplina e la rende qualcos’altro; un prodotto probabilmente più d’intrattenimento ma dove caso, momento, e senza dubbio fortuna la fanno eccessivamente da padrone. In cambio di cosa? Della certezza, fondamentalmente, di stare tra l’ora e le due ore di gioco, per la gioia – e lo scriviamo pur essendo questa testata anche una televisione – dei palinsesti. Così però il rischio è eccessivo. Sempre Rublev infatti sottolinea un problema importante: come il lavoro fatto sul campo rischi di non pagare proprio per la rapidità del gioco e l’eccessiva componente legata a fortuna e momento. E’ una sorta di premio verso i giocatori “più scarsi”, che con un paio di colpi buoni nella giornata giusta avrebbero decisamente più possibilità di venirne a capo. Probabilmente, così, però, non avremmo mai conosciuto le epopee di Federer e Nadal. Ci sarebbe stata più varietà, ma è davvero questo ciò che vogliamo dal tennis? Più vincitori diversi anche se meno forti? Io, personalmente, dico di no. Anche perché sulla lunga distanza più che attirare nuove persone a mio parere ne perderebbe credibilità il prodotto".
  • Fabio Disingrini . "No alla libertà di movimento sugli spalti, al pubblico che entra e si muove come in uno stadio di calcio anche durante il gioco. Ecco, del nuovo format FAST4 - oltre a quei cuffioni con cui i tennisti parlano ai coach sui cambi di campo - la Free Movement Policy è la parte che non mi piace perché il tennis è una prova di concentrazione: per giocatori e spettatori. Poi, al di là di quanto da segnalare in campo, evitiamo infine altre critiche al sorteggio del round robin: preferiamo Hyeon Chung che alza il primo trofeo NextGen - che bravo – a quello che sfila i guanti di una modella coi denti – che imbarazzo".
  • Alessandro Dinoia . "Avete già scritto tutto. Mi accodo al pensiero sulla formula del punteggio. Mi hanno lasciato poi molto perplesso il no-let sul servizio e il punto secco ai vantaggi: indubbiamente aggiunge suspence e accorcia le partite, ma i match lunghi hanno forgiato la tradizione e la bellezza di questo sport dunque perché privarsene? Una cosa, infine, la voglio sottolineare bene: non condivido la possibilità di entrare e uscire dalle tribune in qualsiasi momento. Il silenzio della platea della racchetta è sacro. Almeno quello, lasciatecelo".

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