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La notte di Dino Meneghin, il più grande di sempre consegnato all’immortalità del basket

La notte di Dino Meneghin, il più grande di sempre consegnato all’immortalità del basket

Il 19/11/2019 alle 14:31Aggiornato Il 19/11/2019 alle 14:32

Nel giorno in cui l'Olimpia Milano ritirerà la sua maglia numero 11, ripercorriamo parte della carriera di Dino Meneghin, arrivato in biancorosso nella primavera del 1981 e diventato, nel volgere di un solo anno, il perno di una squadra irripetibile. Da avversario con Varese a leader di uno spogliatoio unico e di una squadra capace di scrivere la storia della pallacanestro.

Riassumere in un articolo chi sia stato, cos’abbia dato e quanto abbia significato per la pallacanestro italiana Dino Meneghin è un’opera titanica, forse irrealizzabile per chiunque. Nella giornata che si concluderà con la Dino Meneghin Night”, in cui la società biancorossa ritirerà il numero 11 che ha sempre accompagnato la carriera del leggendario pivot, ripercorrere qualche tappa di un matrimonio cestistico nato nella primavera del 1981 è utile a far comprendere, ancor più, la grandezza dell’uomo, oltre che quella del professionista.

L’arrivo a Milano

La carriera di Dino Meneghin è caratterizzata da un turning-point fondamentale. È la primavera del 1981. La Famiglia Gabetti ha da poco portato quattrini e rinnovato entusiasmo nella pallacanestro milanese, sponda Olimpia, ma al Billy manca ancora qualcosa e Dan Peterson, l’allenatore, lo sa bene. La "banda bassotti", formazione caratterizzata dalla bassa statura media per la pallacanestro dell’epoca, ha già fatto miracoli sportivi. L’obiettivo Scudetto passa però per l’acquisizione di un pivot di assoluto valore. Meneghin è ancora un giocatore della Turisanda Varese, ma il patron Guido Borghi ha più volte manifestato l’intenzione di passare la mano e situazione economica dello storico club varesino non è delle migliori. Nell’incontro tra queste due diverse necessità, matura così il «più clamoroso trasferimento» nella storia della pallacanestro italiana: La Gazzetta dello Sport riporta le cifre dell’affare – 400 milioni di lire più il prestito annuale di Dino Boselli in cambio del pivot – mentre i tifosi si dividono. Quelli di Varese piangono il campione perduto, quelli di Milano storcono il naso davanti all’acquisto di un giocatore che ormai ritengono bolso e perennemente infortunato. Basterà il girone di ritorno del campionato 1981-82 per far comprendere a tutti l’importanza dell’acquisto di Meneghin da parte del Billy.

L’infortunio all’esordio, i dubbi e la liberazione finale con lo Scudetto

100 milioni di lire l’anno di stipendio, per un giocatore di 32 anni, rappresentano un record ma anche un rischioso investimento secondo la stampa dell’epoca. L’investimento rischia di diventare fallimentare già nel precampionato, quando Meneghin patisce un infortunio al menisco sinistro che lo terrà lontano dai parquet per circa metà stagione. I dubbi e le perplessità aumentano e devono così passare 11 mesi e 39 partite di campionato, tra Stagione Regolare, Fase a Orologio e Playoffs, affinché Milano comprenda la grandezza dell’acquisto. Con Mike D’Antoni nasce il "gioco L", antesignano però diversissimo dell’attuale pick&roll. Con John Gianelli, Vittorio Ferracini e Vittorio Gallinari si struttura un quintetto in cui spesso giocano 3 lunghi contemporaneamente insieme, seppur con caratteristiche molto diverse l’uno dall’altro. Dopo 11 mesi e 39 partite di campionato, Dino Meneghin si prende anche l’Olimpia, diventandone faro, non solo a livello di esperienza e di talento. L’imprescindibilità del pivot emerge chiaramente da alcune dichiarazioni rilasciate da Peterson dopo la doppia semifinale contro la Berloni Torino, in cui Meneghin era stato assente.

" Un giornalista mi ha chiesto se il Billy gioca meglio senza Dino Meneghin. Con tutte le mie forze ho resistito alla tentazione di dargli dell’incompetente perché sapevo che lui aveva sentito questa idea da altri […] Abbiamo già provato a giocare senza Dino Meneghin quest’anno. Poco divertente, posso assicurarvi. Spezzo il campionato, la prima fase, in due metà. Nelle prime 16 partite (senza Meneghin, a parte il suo rientro nelle ultime tre, giocando pochissimo!) siamo stati 7-9. Nelle ultime 16 (con Dino recuperato in pieno), siamo stati 14-2. Mi spiego?"

Nel doppio-confronto della Finale la Scavolini Pesaro si arrende per 0-2 e l’Olimpia può celebrare finalmente lo Scudetto della doppia stella. Un titolo agognato, che mancava da 10 stagioni e che riabilita una società considerata, fino a quel momento, la grande nobile decaduta della pallacanestro italiana. Per Meneghin è una liberazione, da raccontare a caldo a La Gazzetta dello Sport: "Mi pare di essere ritornato al primo scudetto conquistato a Varese quando avevo 18 anni. Allora ci davano per candidati alla retrocessione, così come stavolta, a un certo punto del campionato, nessuno avrebbe scommesso una lira su di noi. Io stesso, al momento dell’infortunio al ginocchio, ho subito una tegola che mi aveva ammazzato psicologicamente. Sinceramente mi sentivo finito. Riprendere da capo a 32 anni è stato durissimo".

L’importanza dei numeri

Quando si scrive o si dibatte intorno al concetto di più grande di sempre”, spesso e volentieri le statistiche vengono prese come punto iniziale della discussione. Mai come nel caso di Meneghin i numeri debbono però essere razionalizzati, soppesati. In una pallacanestro in cui i dati individuali dovevano essere sudati, in cui l’assist era davvero il passaggio smarcante che permetteva al compagno di tirare e realizzare subito un canestro, senza mettere palla a terra e compiere cinquanta movimenti diversi prima del tiro, le statistiche di Meneghin assunsero una rilevanza particolare. E mai come nel caso della carriera milanese di Meneghin, i numeri individuali debbono passare in secondo piano rispetto a quanto l’Olimpia riuscì a vincere proprio grazie all’innesto del pivot. L’aspetto tecnico è poi fondamentale se è vero che, già nella sua prima annata milanese, Dino venne dirottato dal ruolo di pivot a quello di ala. Ciò avrebbe permesso la futura convivenza sul parquet con Bob McAdoo, giocatore che davanti alla leggenda Meneghin deciderà anche di cambiare numero di maglia, passando dall’11 con cui aveva calcato i campi NBA al 15 con la Tracer. Dal 1981 al 1990, in maglia Olimpia, Meneghin sarà protagonista di 5 Scudetti, 2 Coppe Italia, 2 Coppe dei Campioni, 1 Coppa Korac e 1 Coppa Intercontinentale. Passano allora decisamente in secondo piano le statistiche personali, che mai come nel caso del pivot di Alano di Piave ne sottostimerebbero la carriera e l’importanza, anche e soprattutto a livello tecnico rispetto ai pari-ruolo dell’epoca.

La notte in suo onore

Per qualsiasi tifoso dell’Olimpia Milano, ma anche per gli appassionati di pallacanestro e per i più nostalgici del celeberrimo asse play-pivot, quello del 19 novembre sarà l’intervallo più lungo nella storia del gioco. I ricordi e le emozioni, mischiate alle lacrime di gioia e forse anche di tristezza, nel sapere che probabilmente di giocatori come Dino non se ne vedranno ancora per molto tempo, caratterizzeranno un momento in cui molti cuori cestistici batteranno all’unisono. Non poteva che essere nella pausa tra i 2 tempi di una sfida col Maccabi Tel Aviv, la rivale europea di sempre. Indossando le maglie di Mobilgirgi e Tracer, Meneghin ha incontrato la formazione israeliana in finale di Coppa dei Campioni in tre diverse occasioni (1977 con Varese, 1987 e 1988 con Milano), riuscendo a trionfare nelle ultime due e a coronare la sua esperienza milanese con un back-to-back continentale che sarebbe passato alla storia. Dalla finale di Losanna del 2 aprile 1987 (vinta 71-69) a quella di Gand dell’anno successivo, la prima assegnata tramite Final Four, ma anche questa portata a casa (90-84). E proprio contro il Maccabi Meneghin ha vinto il suo primo trofeo internazionale, la Coppa delle Coppe del 1967, a soli 17 anni e facendo da secondo” a Capitan Uncino, Ottorino Flaborea. Ciò nonostante, in Israele Meneghin è diventato un giocatore amatissimo e rispettato, celebrato ogni volta in cui ha messo piede sul parquet del Maccabi, ma non solo. Forse per la sua tenacia, per il sacro fuoco cestistico che lo pervadeva in qualsiasi partita, ma anche per quella cultura del lavoro e del professionismo che rappresentava un unicum, in una pallacanestro ancora "dilettantistica", per quanto bellissima. O, molto più probabilmente, perché ha ragione lui stesso quando ritiene di non essere un monumento.

" No, per favore, sui monumenti gli uccelli ci fanno i loro bisogni"

Così ha dichiarato alla Tribuna di Treviso. Un monumento è un qualcosa che può logorarsi col tempo. Dino Meneghin è invece consegnato per sempre all’immortalità del gioco della pallacanestro e dello sport in generale.

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