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Ginobili verso il ritiro: qualunque sia la scelta, la leggenda argentina resterà nella storia

Intramontabile Manu: una 57a scelta che ha fatto la storia usando l'istinto

Il 25/05/2017 alle 19:33Aggiornato Il 25/05/2017 alle 21:16

A quasi 40 anni quella contro Golden State potrebbe essere stata l'ultima serie playoff della sua carriera, che ha avuto l'Italia come tappa fondamentale. Reggio Calabria, Virtus Bologna e la 57a scelta al draft prima di 15 anni e 4 anelli agli Spurs

Il tempo passa, inesorabile, la storia resta, incancellabile. Quella di Manu Ginobili è tale da meritarsi le tante pagine scritte su di lui in questi giorni che sanno già di nostalgia, da quando la notte del 23 maggio scorso – gara 4 della finale di Western Conference tra San Antonio Spurs e Golden State Warriors – al mondo è sembrato che la stella dell'argentino potesse aver brillato per l'ultima volta.

" Mi sento ancora in grado di giocare ma non sarà questo a farmi decidere se continuare o meno. Si tratterà di capire come mi sento. Mi sto avvicinando sempre più al ritiro, non è un segreto, ogni volta diventa sempre più dura per me. Ma ho sempre detto di volermi prendere tre-quattro settimane per pensare, parlarne con mia moglie e poi decidere. L'alternativa è fare il padre e godermi la famiglia. Qualsiasi cosa decida, non mi sento affatto triste perché qualunque sarà la scelta, sarà meravigliosa. "

Così ha detto al termine del match, lasciando aperta la possibilità di fare ancora un anno sul parquet ma anche quella del ritiro. Dopo l'addio alla nazionale argentina al termine della scorsa Olimpiade (18 anni con la maglia albiceleste) e quello nella passata stagione del compagno Tim Duncan agli Spurs, la sensazione è che lui, così come Parker, possa essere arrivato alla fine della corsa. E come ha abituato il mondo in 20 anni buoni di carriera, lasciando ora lo farebbe da campione, dopo playoff giocati ancora una volta da maestro. A quasi 40 anni “El Contusion” - nickname che rappresenta bene la tipologia di giocatore: aggressivo, virtuoso, spericolato, in poche parole argentino - ha chiuso con 3 partite di finale di conference (in gara 2 solo 5' in campo) da antologia: 25' minuti di media e 17 punti a gara, col peso della squadra sulle spalle per via delle assenze contemporanee di Tony Parker e Kawhi Leonard.

Cuore, intelligenza e responsabilità

Ce lo si aspetta da uno così, che oltre a mezzi tecnici e classe ha sempre fatto del cuore (o “garra” per dirla nella sua lingua), dell'intelligenza (in campo e fuori) e del senso di responsabilità verso coach, squadra e gruppo, il proprio modus vivendi. Era così a 21 anni quando arrivò a Reggio Calabria, squadra che lo consacrò dopo appena una stagione europea “portandolo” al draft con una rivedibile 57a scelta; era così alla Virtus Bologna, capitolo fondamentale della sua carriera, che l'ha plasmato e reso un giocatore “sgamato”, che dopo quattro stagioni in Italia ha preso il volo verso San Antonio e per i successivi 15 anni ha spiegato basket nella lega più importante del pianeta.

Manu Ginobili - Virtus Bologna

Manu Ginobili - Virtus BolognaLaPresse

La Virtus e Pop

Bologna dicevamo, dove due anni sono valsi immagini, gesta e successi che hanno scolpito il nome di Ginobili nella storia di una società tra le più gloriose della pallacanestro italiana, presentandolo al mondo come il crack che gli Spurs avevano già adocchiato due anni prima. Scudetto, due coppe Italia ed Eurolega sono un passaggio chiave della formazione del Manu giocatore e uomo, da lì in poi decollato verso l'Olimpo della pallacanestro mondiale. L'inizio a San Antonio – dopo il Mondiale del 2002 dove vinse l'argento da protagonista – non fu facile perché il gioco di Manu, istintivo, era poco incline alle gabbie schematiche di Gregg Popovich, il quale però evidentemente sapeva di avere tra le mani un diamante purissimo, forse solo da sgrezzare un po'. Così è stato e i meri numeri – quattro anelli e, nel mentre, un oro e un argento olimpico - non spiegano a sufficienza ciò che Ginobili è diventato per la franchigia texana, per chi come Marco Belinelli ha potuto condividerci lo spogliatoio attingendo a una fonte di pallacanestro purissima e per gli amanti di questo sport, quelli romantici legati ancora alla giocata, all'istinto del campione e alla furbizia tipica dei sudamericani, da usare in campo e mai fuori: perché Manu se poteva essere “sporco” lo era sul parquet, mai davanti a telecamere o microfoni, dove al massimo prendeva le parti dei compagni.

Gregg Popovich e Manu Ginobili

Gregg Popovich e Manu GinobiliLaPresse

" E' probabilmente la persona più competitiva che io abbia mai visto"

Dice di lui Popovich, che con quel diamante grezzo ci ha costruito un'era cestistica e grazie (anche) a lui ha conquistato i risultati e l'altissima considerazione di cui gode, quella dei numero uno. Nell'Nba moderna fatta più di grandi fisici che di “fioretto”, Manu è esempio di giocatore utile (di sistema, come si suol dire), bello da vedere ma anche competitivo e con una leadership innata che gli ha permesso a quasi 40 anni di compiere la giocata decisiva (una stoppata ad altissimo rischio fallo su James Harden in gara 5 dell'ultima semifinale di conference) e ha consentito a San Antonio di mettere la mani sull'ennesima finale a Ovest. Che si ritiri o scelga di giocare ancora un anno è un fatto di poco conto davanti alla sua carriera, ma il pensiero di non poter più godere delle sue giocate, della garra e del suo cuore ipercompetitivo in campo rende gli appassionati, e questo sport, in prospettiva più poveri.

"Gracias Manu" Ginobili
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