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Il fallimento di José Mourinho: lo Special One è un tecnico superato?

Il fallimento di José Mourinho: lo Special One è un tecnico superato?

Il 14/03/2018 alle 12:37Aggiornato Il 14/03/2018 alle 12:46

Il ko del Manchester United col Siviglia spegne le ambizioni dei Red Devils già a metà marzo. Fuori dalla Champions, lontani 16 punti dal City in campionato e con più di 300 milioni spesi sul mercato in due estati, quello di Mourinho fin qui allo United è un rendimento sotto le aspettative. Un risultato che, anche per il tipo di gioco proposto dal portoghese, apre a una domanda legittima...

Partiamo da un dato di fatto: la domanda, di per sé, è legittima. Inutile girarci intorno: dalla seconda stagione sulla panchina del Manchester United ci si aspettava di più. Molto di più. Vuoi perché le “seconde stagioni” di José Mourinho erano sempre state il suo forte; vuoi perché con 295milioni di sterline spese in due campagne acquisti (al cambio odierno 328 milioni di euro), a Old Trafford si sperava di festeggiare qualcosina di più prestigioso del cosiddetto ‘mini-triplete’ della passata stagione.

Eh già, perché già lo scorso anno Mourinho era riuscito a nascondere lo sporco sotto il tappeto con un gran colpo di coda. Terminato il campionato inglese fuori dalle prime quattro forze, l’Europa League vinta a Stoccolma aveva avuto il benefico effetto di portare i classici due piccioni con una fava: ovvero centrare il reale obiettivo stagionale – qualificarsi in Champions League – e portare al tempo stesso un trofeo internazionale che il Manchester United, nella sua gloriosa storia, non aveva mai visto.

2017, Jose Mourinho, UEFA Europa League, Getty Images

2017, Jose Mourinho, UEFA Europa League, Getty ImagesGetty Images

Ciò che sta succedendo però – o meglio, è già successo – in questa seconda stagione, è la presa di coscienza che al 14 di marzo la stagione dei Red Devils può già dirsi conclusa. Fuori dalla Champions League e a 16 punti dal Manchester City capolista, l’ultimo obiettivo alla portata del ManU e l’FA Cup; che per quanto sia trofeo prestigioso e sentito in terra d’Albione, non è certo in cima agli obiettivi di una società con le ambizioni del Manchester United.

E non è solo una questione di esborso economico. Nonostante il grafico del portoghese non paghi particolari dividendi in termini di denaro investito/trofei vinti negli ultimissimi anni della carriera (o comunque non abbia un rapporto alto come quelli dei primi tempi), il problema a Manchester non è quello economico. Lo United, club più ricco del pianeta insieme al Real Madrid, questi famosi 328 milioni di euro se li può anche permettere senza particolari lacrime. Casomai, ciò che non può permettersi, è che l’alto investimento tecnico non venga valorizzato sul campo.

Lukaku, Pogba, De Gea. Alcuni dei grandi nomi del Manchester United

Lukaku, Pogba, De Gea. Alcuni dei grandi nomi del Manchester UnitedGetty Images

Già perché il reale problema del Mourinho dell’ultimo biennio pare piuttosto semplice da raccontare, e nella contrapposizione con Guardiola – suo vicino di casa in quel di Manchester – si sta palesando con contorni lapalissiani. Mentre da un lato della città si sperimentava infatti – non senza iniziali difficoltà – l’approdo della filosofia estremista di Guardiola (con i risultati odierni sotto gli occhi di tutti), sulla parte rossa di Manchester si è assistito al superamento concettuale del calcio di Mourinho. Almeno per quanto riguarda la corsa sulle competizioni di lunga durata.

Proviamo a spiegarci meglio. Nell’idea di calcio del portoghese volta a sfruttare più le debolezze degli avversari che le proprie reali capacità, l’approccio “distruttivo” di Mourinho si sta palesando come una filosofia ampiamente superata. Spazzato via nella scorsa stagione dalla brillantezza del Chelsea di Conte, ma anche dall’esuberanza del Tottenham e persino dai picchi del Liverpool, oltre che dal primo – e lacunoso – City dello stesso Guardiola, quanto prodotto dal Manchester United quest’anno in termini di gioco è una crescita pari a zero.

Paul Pogba e Kevin De Bruyne

Paul Pogba e Kevin De BruyneGetty Images

In una contrapposizione di nuovo impietosa con il lato della città guidato da Guardiola, Manchester ha nel paragone tra Kevin De Bruyne e Paul Pogba forse la più chiara cartina tornasole della differenza tra due scuole di pensiero completamente differenti. Mentre il belga è letteralmente esploso nel nuovo ruolo reinventato da Guardiola, riscoprendosi centrocampista poliedrico in grado di essere sdoppiarsi come mai prima in carriera in entrambe le fasi di gioco, Pogba ha sotto Mourinho conosciuto un’involuzione decisamente imprevedibile per le capacità tecniche del giocatore. E al di là dei momenti fisici dei due, tanto dei percorsi inversamente proporzionali può essere imputato al lavoro tattico dei manager. Mentre Guardiola ha chiaramente portato al City l’evoluzione della sua scuola di pensiero riadattandola al calcio inglese, Mourinho non è mai riuscito a evolversi e far evolvere il suo Manchester United, rifugiandosi nei suoi unici 3 credo calcistici: la fisicità dei singoli, l’aspetto motivazionale, i trucchi da grande comunicatore.

Il doppio confronto col Siviglia ha però smascherato – forse definitivamente – tutti i limiti e le lacune del calcio del portoghese. Gli andalusi, in grave difficoltà nella Liga (quinti in campionato, battuti sabato per 2-0 in casa dal Valencia nello scontro per il quarto posto), hanno stradominato la doppia sfida, proponendo un “banalissimo” palleggio in cui uno come Ever Banega ha spadroneggiato e a cui lo United non ha mai trovato lo contromisure. Tra andata e ritorno il Siviglia ha prodotto 48 azioni offensive di cui 14 terminate con un tiro in porta; lo United solo 24, di cui solamente 4 con un tiro terminato dentro lo specchio andaluso.

Un fallimento tattico prima ancora che tecnico, nel tramonto di una filosofia che evidentemente sta diventando di sempre più complicata applicazione in competizioni di medio/lungo termine. Il calcio basilare dello Special One, fondato sull’iper-fisicità dei suoi giocatori e limitato sulla singola contrapposizione alle lacune degli avversari, sta evidentemente facendo sottoperformare una squadra dal potenziale evidente. E da leggersi in questi connotati, da un certo punto di vista, è la tanto chiacchierata critica di De Boer dei giorni scorsi. Quando l’olandese citava testuale “è un peccato che Rashford giochi con un allenatore come Mourinho”, nel suo andare a toccare un territorio molto delicato esponendosi alle intatte capacità di fuoriclasse del portoghese dal punto di vista comunicativo, indicava una questione comunque interessante. Dei tanti talenti in rosa del ManU infatti nessuno è mai riuscito a evolversi facendo il salto definitivo, siano questi Rashford, Lingard, Martial o il caso più lapalissiano – e già citato – di Paul Pogba.

Da questa analisi vuole nascere dunque la domanda, a cui si aggiunge, in sostegno, anche quella dei numeri. Di fronte all’incapacità di evolversi, sempre più palese si presenta il bisogno di Mourinho di affidarsi al mercato, nella speranza che i migliori a disposizione – magari strappati alla concorrenza, leggasi ad esempio l’ultimo sgarro Alexis Sanchez – riescano ad arrivare laddove non sta più riuscendo la fase tattica così come quella motivazionale.

Mourinho, infografica titoli vinti/investimenti fatti sul mercato

In un calcio che sta andando in due direzioni, tra allenatori dunque dallo spiccato imprinting filosofico – Guardiola, Klopp, Conte – e tra 'gestori aziendali' di talento che tendono a lavorare con ciò che le società offrono senza troppo pressare – Massimiliano Allegri su tutti, ma anche Diego Simeone e per certi punti di vista Arsene Wenger – la figura del tecnico di Setubal resta nel panorama attuale una sorta di unicum che, di nuovo, porta alla domanda iniziale: José Mourinho è un allenatore concettualmente superato? Al futuro del Manchester United – e ai suoi risultati – la risposta definitiva.

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