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Italia zero in Europa, i motivi della crisi

Italia zero in Europa, i motivi della crisi

Il 18/03/2016 alle 07:12Aggiornato Il 18/03/2016 alle 09:51

Nessuna italiana nei quarti delle Coppe Europee. Non capitava da quindici anni: nelle gare ad eliminazione diretta di questa stagione in Europa su 12 match ne abbiamo vinto uno. E’ una crisi che ha radici profonde e non retoriche. Di fronte allo specchio delle nostre brame, continuiamo a considerarci i più belli, anche quando non lo siamo: colpa del ritmo, dei tatticismi e del crollo di Milano

Zero su sei. Nessuna italiana nei quarti di coppe. Non capitava da quindici anni. La prima a lasciarci fu la Sampdoria nei preliminari di Europa League per mano dei serbi del Vojvodina, avesse detto. Era d'estate e l'allenava ancora Zenga. Poi, nei sedicesimi, fuori Fiorentina e Napoli. Passando alla Champions, Roma e Juventus sono cadute negli ottavi. Sempre negli ottavi, tornando all’ex Coppa Uefa, la Lazio. E in che modo: 0-3 in casa con lo Sparta Praga.

Da quando vige l’eliminazione diretta, su dodici partite ne abbiamo vinta una (la Lazio, 3-1 al Galatasaray), pareggiate cinque e perse sei. Ecco a voi il calcio del campionato italiano, da non confondere con il calcio italiano, sul gobbo del ct Conte.

E’ una crisi che ha radici profonde e non banalmente retoriche. Quel terno all’improvviso della stagione scorsa - Juventus finalista di Champions, Fiorentina e Napoli semifinaliste di Europa League - ci fece pensare che il peggio fosse passato. Viceversa, era passato il meglio.

Per Mourinho, le coppe sono castelli di dettagli. E allora sbarazziamocene subito: gli infortuni, le squalifiche, i pali, le rotazioni, la iella, gli arbitri. Immagino come José avrebbe gestito i casi caldi di Bayern-Juventus in chiave Guardiola: “Por qué Atkinson, por qué Eriksson?”. Capisco Marotta, ma ha esagerato: guai a distribuire alibi.

Al dissesto ha contribuito il livellamento verso il basso del nostro campionato. Abbiamo, oggi, solo una squadra di respiro europeo: la Juventus. Non ancora all’altezza dell’ultimo, grande Milan di Ancelotti e neppure dell’Inter del Triplete, ma in fuga dal gruppo. Lo dimostrò con il Real, e persino con i marziani del Barcellona: per alcuni tratti, almeno. L’ha ribadito con il Bayern, spingendolo sull’orlo del burrone. E chissà dove sarebbe finito se Cuadrado (eccellente) e Morata (straordinario) non avessero fallito il 3-0.

Dietro la capolista, si agita il Napoli: negli ottavi di Champions con Mazzarri, semifinalista di Europa League con Benitez. Manca Milano, ed è assenza cruciale, deleteria per i progressi tecnici di tutto il sistema. M’incuriosisce la Roma di Spalletti. Più che al gioco del Real, si è arresa a un giocatore: Cristiano Ronaldo. Il mister la sta inoltre liberando dalle catene di quel vittimismo su cui le radio e lo spogliatoio campano da decenni di moviole.

La superficialità, anche. Nella fase a gironi, la Fiorentina perse in casa con Basilea e Lech Poznan: da qui la pesca del Tottenham, che l’ha asfaltata prima di essere asfaltato dal Borussia Dortmund. Lo stesso discorso vale per la Juventus: se non avesse perso a Siviglia, le sarebbe toccata la Dinamo Kiev. Peccati mortali. Come la rinuncia di Higuain, da parte di Sarri, nella tana del Villarreal. E da come la Lazio si è schiantata contro lo Sparta, siamo sicuri che lo staff di Pioli l’avesse studiato bene? Di fronte allo specchio delle nostre brame, continuiamo a considerarci i più belli del reame, anche quando non lo siamo. Per tacere del ritmo. Infernale all’estero, sdolcinato sui nostri campi. Non a caso, solo il campionato turco è più vecchio della serie A.

La scuola italiana di allenatori rimane all’avanguardia. Non altrettanto il nostro modo di giocare, non più italianista e non ancora europeista. Troppa tattica. E fra un esubero di tattica e il tatticismo più bieco i confini sono sottili, ibridi, rischiosi. Ranieri, parole sue, ha costruito il miracolo Leicester nascondendo la lavagna. Noi, in compenso, la portiamo anche a letto.

Sullo sfondo, un altro pericolo: diventare un campionato di passaggio. Gli indizi cominciano a essere tanti. Anche se, a naso, non credo che lo Sparta fatturi più della Lazio.

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