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L’evoluzione del libero: da Picchi a Baresi

L’evoluzione del libero: da Picchi a Baresi

Il 07/07/2015 alle 12:37Aggiornato Il 04/08/2015 alle 15:04

Terza puntata dello speciale estivo di Lavagna Tattica dedicato alla trasformazione delle principali posizioni in campo nel corso della storia del calcio: questa settimana tocca a un ruolo ormai andato perduto (foto LaPresse)

La nostalgia del calcio di una volta spesso porta con sé volti e nomi indimenticabili. Se dobbiamo parlare di tattica, però, è difficile trovare un ruolo divenuto con il passare del tempo un oggetto di antiquariato così emozionante al solo ricordo. Il libero, la maglia numero 6 spesso associata a personaggi di carisma unico. Capitani ricchi di classe, uomini che trascinavano le proprie squadre restando un passo indietro agli altri. Fuori dagli schemi, eppure tremendamente decisivi. Gente d’altri tempi, verrebbe da dire.

La definizione di uno stile

Il libero è un ruolo profondamente italiano. Nasce in effetti non lontano da noi, dagli svizzeri del Servette degli anni 30. Ad allenarli era Karl Rappan, che decise di togliere un uomo al centrocampo per porlo dietro alla linea dei difensori. Libero da compiti di marcatura (da qui il nome italiano di quello che è comunemente conosciuto all’estero come “sweeper”) e primo uomo a impostare la manovra. Tramite la scuola triestina di Marco Villini e Nereo Rocco, ma anche il trevigiano Gipo Viani, la soluzione arriva in Italia nel dopoguerra. E, qui, assume tratti mitici. Perché la furbizia degli allenatori italiani dà vita a intuizioni geniali, spesso sorprendenti per gli avversari. Un esempio? Viani schierava da libero il numero 9, ovvero il centravanti che retrocedeva in difesa appena la partita iniziava. Una soluzione molto difensiva, il nocciolo del Catenaccio all’italiana. Con il passare del tempo, però, lo stile si affina e si arriva così agli anni 60, quelli della “Grande Inter” di Helenio Herrera e del capitano Armando Picchi. Con lui si definiscono per sempre i canoni di un ruolo. Il libero diventa il leader difensivo della squadra, l’uomo che aggiusta le marcature dei compagni e va a tamponare in extremis. Avviando le azioni quando serve, spronando la squadra quando è necessario. Con carisma, tocco e lettura tattica senza pari. Il libero, con la sua maglia numero 6, non ha grandi doti atletiche. Ma compensa ampiamente con la testa.

Gaetano Scirea

Gaetano ScireaImago

L’evoluzione: da Beckenbauer a Matthäus

La tipologia sopra indicata resta buona per quasi quarant’anni. Quelli in cui gli appassionati possono ammirare i più grandi liberi di sempre. Franz Beckenbauer su tutti, poi Bobby Moore, Daniel Passarella e Hector Chumpitaz. Difensori puri, trascinatori autentici. Ma le caratteristiche stesse del ruolo aprono a interpolazioni, come testimoniato dagli arretramenti negli anni della maturità di Agostino Di Bartolomei, Matthias Sammer e Lothar Matthäus. La scuola italiana resta ai massimi livelli, con una linea genealogica che parte da Picchi e arriva a Franco Baresi, passando per Gaetano Scirea. L’esempio stesso della purezza di un ruolo d’altri tempi. Grandi capitani, grandi uomini, grandi giocatori. A spazzarli via è l’evoluzione del gioco, il progressivo abbandono della marcatura a uomo e l’applicazione sistematica del fuorigioco (specie quello degli anni 80-90, molto più estremo dell’attuale). Baresi – forte di un fisico gladiatorio – si adatta, ma il ruolo si annacqua. E si può dire che abbandoni definitivamente le grandi platee nel 2000. L’anno in cui Laurent Blanc vince l’ultimo titolo con la Francia all’Europeo e Matthäus chiude la propria carriera in MLS.

Lothar Matthaus

Lothar MatthausImago

Frammenti di libero: i nuovi portieri e la salida lavolpiana

Che cosa resta di tutto questo ai nostri giorni? Qualche frammento si può trovare nel centrale difensivo delle squadre che giocano a tre, ma anche figure come quella di Leonardo Bonucci sono molto lontane dallo stilema classico. Le competenze del libero sono ormai state ripartite tra il ruolo dei portieri più evoluti – quelli che, come Neuer, non si fanno troppi problemi a uscire alti e a impostare con i piedi – e nei mediani davanti alla difesa. Il dispositivo è fondamentalmente quello della “salida lavolpiana”, una soluzione tattica che prende nome dall’ex ct messicano Ricardo La Volpe. Che cosa prevede? Semplice, che il mediano di un centrocampo a tre arretri all’occorrenza sulla linea difensiva per abbassarsi tra i due centrali e aiutarli ad alleggerire il pressing avversario in fase d’impostazione. O che faccia altrettanto senza palla, per chiudere sugli inserimenti di un trequartista. Se Rafa Marquez ne rappresenta l’emblema (specie per gli anni trascorsi a centrocampo con il Barcellona), Javier Mascherano, Xabi Alonso, Sergio Busquets e Daniele De Rossi sono indubbiamente l’attualizzazione più concreta. Qualcosa di ben diverso dai liberi di una volta, ma pur sempre una traccia della loro eredità nel calcio di oggi.

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