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Come hanno giocato le 32 di Russia 2018: il fallimento degli ideali e il trionfo dei calci piazzati

Come hanno giocato le 32 di Russia 2018: il fallimento degli ideali e il trionfo dei calci piazzati

Il 16/07/2018 alle 20:23Aggiornato Il 18/07/2018 alle 12:35

L’analisi tattica completa delle nazionali che abbiamo visto all’opera nel Mondiale appena concluso: se una volta questo palcoscenico era l’ideale per mettere in mostra innovazioni, ora è la conferma dello status quo e della pressoché totale assenza di grandi allenatori tra i commisari tecnici.

Fino a qualche anno fa, le grandi rassegne come Europei e Mondiali erano attese non soltanto dagli appassionati ma anche dagli allenatori. In quel mese di calcio ad altissimo livello, infatti, si vedeva una sorta di corso di aggiornamento accelerato per i professionisti della tattica. Un momento speciale nel quale poter scovare novità in termini di moduli, schemi e soluzioni. Adesso, con ogni probabilità, non è più così. Russia 2018 - così come Euro 2016 - ha sì compreso e reso visibili al grande pubblico le tendenze tattiche del momento. Ma, in senso assoluto, non ci ha regalato alcun tipo di novità (ammesso e non concesso che il divario Europa/Sudamerica, la crisi del guardiolismo e l'assenza di grandi prime punte di ruolo costituiscano ancora notizie degne di nota). La vera notizia del Mondiale appena trascorso è proprio la pressoché totale assenza di innovazioni.

Livello medio più alto, ma senza valori di punta

Mettendo da parte Panama per limiti tecnici acclarati, l’equilibrio ha in gran parte regnato. Certo, le nazionali materasso non sono mancate (all’elenco aggiungiamo Arabia Saudita e Tunisia), ma nel complesso la stragrande maggioranza delle 32 ha presentato un know-how tattico elevato. Squadre organizzate in fase di non possesso, pronte a ripartire senza ricorrere alla palla lunga e in gran parte dei casi intenzionate a costruire il gioco sfruttando le sovrapposizioni degli esterni difensivi. Se anche il Marocco ha avuto modo di esibire un abbozzo di gioco di posizione, verrebbe dunque da pensare che si sia appena conclusa una festa del bel gioco. In realtà, non è stato così. Perché a mancare all’appello sono stati i valori di punta, quelli che fanno la differenza nella storia del calcio. Basta pensare a chi è arrivato in fondo. Da un lato, un Didier Deschamps che non ha variato se non minimamente la ricetta con cui aveva perso l’Europeo di casa due anni fa. Dall’altro, quello Zlatko Dalic salito sulla panchina della Croazia giusto in tempo per gli spareggi mondiali. Le grandi nazionali si sono affidate soprattutto ai gestori. Gente che, per quanto abile (come lo stesso Gareth Southgate), è destinata a non aggiungere nulla di innovativo all’andazzo tattico generale. Chi doveva dettare la linea (Loew in primis, Tite e Sampaoli a ruota) ha fallito miseramente. E dunque? La sensazione è che i grandi allenatori siano sempre meno conciliabili con il ruolo di commissario tecnico, per evidenti limiti temporali ed economici.

L’importanza dei calci piazzati

La prova del nove di un Mondiale di certo emozionante ma non tatticamente rilevante si ha dall’incredibile incidenza dei calci piazzati. Una tendenza balzata all’occhio sin dalla prima giornata e divenuta addirittura decisiva nelle fasi finali. In Russia, sono stati segnati 71 gol su situazioni da fermo su 169 gol totali, ovvero il 42% del totale. Quattro anni prima in Brasile, non si andò oltre il 28%. Ma non solo, con questa cifra è stato battuto anche il record di Francia ’98 (62 gol da fermo). Inserite in questo contesto anche il nuovo primato di autogol (12 contro i 6 del 1998) e avrete qualche dettaglio in più di una competizione nella quale a farla da padrona non sono state le grandi idee tattiche, ma le situazioni. Basta pensare alla cavalcata dell’Inghilterra, giunta al miglior risultato dal 1966 grazie a 12 reti prodotte: 9 da fermo.

I moduli base utilizzati:

  • 4-2-3-1: 11 squadre
  • 4-5-1/4-1-4-1: 7 squadre
  • 4-4-2: 6 squadre
  • 4-3-3: 4 squadre
  • 4-4-1-1: 2 squadre
  • 5-4-1: 2 squadre
  • 3-4-3: 2 squadre
  • 3-5-2: 2 squadre

Arabia Saudita

Per due partite e mezzo, è parsa ampiamente la formazione meno competitiva a livello tecnico. Poi la pochezza dell’Egitto ha permesso agli uomini di Juan Antonio Pizzi di andarsene dalla Russia con tre punti. Un giusto premio al coraggio del ct argentino, l’uomo che ha costruito la formazione su un 4-5-1/4-3-3 a tratti eccessivamente ambizioso vista la qualità media della squadra. Perché? L’idea di costruire un gioco a palla bassa fin dalle retrovie si è spesso scontrata con la scarsa disciplina tattica di una rosa in pieno sviluppo. I mesi trascorsi in Spagna da gran parte dei sauditi prima del Mondiale hanno permesso loro di sognare in grande. Per ottenere risultati, però, è necessario ancora un lungo lavoro di base.

Il 4-5-1 dell'Arabia Saudita

Argentina

La più grande delusione del Mondiale, anche maggiore della Germania. Perché a differenza dei tedeschi, il mago Sampaoli non si è mai fatto promotore di un progetto tattico sostenibile. Quattro partite e quattro moduli, con altrettante formazioni schierate. Dal 4-3-3 con il tridente Messi-Aguero-Di Maria al 4-2-3-1 degli ottavi contro la Francia con il solo Diez a fare da falso nueve, passando per lo sciagurato 3-4-3 visto all’opera nello 0-3 contro la Croazia e il 4-4-2 dell’unico successo con la Nigeria. L’unica cosa peggiore delle voci di autogestione è stato questo tourbillon tattico senza né capo né coda. Con l’unico risultato di non consentire a Messi di muoversi in un contesto pronto a esaltarlo. Dal quasi nullo utilizzo di Dybala all’onnipresenza di Perez (fuori dalla lista dei 23 ma convocato in extremis per un infortunio). Sampaoli non ci ha capito nulla. Per certi versi, ha eguagliato la debacle del suo maestro Bielsa, uscito ai gironi nel 2002. Che un calcio simile non sia proponibile con calciatori di un certo livello è possibile. Che Sampaoli si sia dimostrato più fumo che arrosto è invece innegabile.

Il 4-4-2 dell'Argentina

Australia

Ricordate l’Olanda finalista nel 2010? Bert van Marwijk ha riproposto lo stesso copione pur avendo avuto a disposizione nemmeno sei mesi di lavoro con l’Australia. Insieme al vice Mark van Bommel, ha impostato la squadra su un 4-2-3-1 estremamente quadrato. Jedinak e Mooy a fare legna davanti alla difesa (come accadeva a de Jong e allo stesso van Bommel otto anni fa), Leckie, Rogic e Kruse a movimentare la trequarti dietro all’unica punta Nabbout. Aggiungete due terzini abbastanza statici e avrete il quadro completo. L’Australia non ha impressionato per qualità di gioco, ma ha salutato la Russia dopo i gironi senza particolari demeriti. Il problema principale è stato la mancanza di fantasia, limitata all’estro e alla corsa del solo Leckie. Rogic è parso ancora troppo macchinoso, mentre il classe 1999 Arzani avrebbe meritato più spazio. van Marwijk è andato comunque molto vicino al ricalcare le orme del connazionale Guus Hiddink a Germania 2006.

Il 4-2-3-1 dell'Australia

Belgio

Una delle nazionali capaci di esprimere il calcio più piacevole. Il lavoro di Roberto Martinez non merita alcun tipo di paragone con le occasioni perse dal predecessore Wilmots, per qualità di gioco e risultato finale. Certo, non ha vinto e nel match decisivo contro la Francia si è probabilmente perso in una formazione troppo cervellotica che costringeva Eden Hazard ad allargarsi a sinistra in fase difensiva in quello che era divenuto un 3-5-2 di fatto. Ma l’idea propositiva di fondo che ha sorretto un calcio collettivo (testimoniato anche dai 10 marcatori differenti portati in rete: record dell'Italia 2006 eguagliato), di tecnica e movimenti senza palla, è stata probabilmente la più affascinante del torneo. Partito da un 3-4-3 a trazione anteriore con de Bruyne in mediana e Carrasco esterno sinistro, il ct dei Diavoli Rossi è stato abile nel modificare l’assetto inserendo Fellaini in mediana e avanzando la stella del City nel tridente d’attacco quando il Giappone stava ormai estromettendo il Belgio agli ottavi. Lì è nata l’impresa, non soltanto con i nipponici ma anche con il Brasile. Hazard è stato il faro (3 gol e 4 assist), la crescita parziale di Lukaku (migliorato nei movimenti, non nel senso del gol) ha illuso. E la difesa ha tradito le attese al momento del dunque, puramente per limiti individuali.

Il 3-4-3 del Belgio

Brasile

Il cubo di Rubik del Mondiale 2018. Come si può interpretare il torneo di una squadra capace di arrivare ai quarti uscendo indenne da un girone piuttosto complicato (con Svizzera, Serbia e Costa Rica), in grado di battere l’ostico Messico negli ottavi e poi implosa nei quarti con il Belgio? Come si può giudicare il lavoro di un ct come Tite, capace di restituire i giusti equilibri alla Seleçao post-Mineirazo e di arrivare all’autogol di Fernandinho con 323’ di imbattibilità consecutiva? Difficile. Il progetto tattico impostato su un 4-3-3 di base destinato a evolversi in un 4-4-2 con Neymar avvicinato a Gabriel Jesus non ha mai brillato dal punto di vista del gioco, vittima di un’eccessiva staticità di un collettivo privato ben presto del miglior Marcelo e di Danilo. Coutinho ha tenuto accesa la luce finché ha potuto, poi il Brasile si è aggrovigliato nelle proprie lacune. Quali? Gabriel Jesus non è mai parso in grado di coprire i metri di campo che il tridente gli richiedeva, almeno quanto sono state quasi del tutto immotivate le panchine di Douglas Costa (assenza per infortunio a parte). Forse l’emblema tattico di un Mondiale nel quale molti allenatori sono stati bravi a fare il compitino, ma incapaci di mutare lo spartito alla prima difficoltà.

Il 4-3-3 del Brasile

Colombia

Purtroppo per Pekerman esisteva una Colombia con e una Colombia senza James Rodriguez. Quella che poteva fare affidamento sul migliore giocatore di Brasile 2014 ha schiantato la Polonia nel match chiave per la qualificazione. Quella senza, ha faticato le pene dell’inferno per regolare il Senegal e ha riacciuffato in extremis (sempre con un gol di Mina sugli sviluppi di un corner) l’Inghilterra per poi uscire ai rigori. Soltanto un allenatore esperto e preparato avrebbe potuto gestire un Mondiale simile, iniziato con la sciocchezza di Carlos Sanchez contro il Giappone (rigore ed espulsione dopo pochi minuti) e chiuso con James addirittura in tribuna. Partito dal 4-2-3-1 tradizionale, Pekerman ha poi virato su un 4-5-1 più coperto che ha restituito Quintero al grande calcio ma forse isolato troppo Falcao nel ruolo di prima punta. Ottima la coppia di centrali composta da Mina e Devinson Sanchez, due che quando c’è da difendere bassi e andare di fisico non hanno rivali. Fare di più, però, era complicato.

Il 4-5-1 della Colombia

Corea del Sud

Shin Tae-yong si è presentato in Russia con un gruppo tra i meno dotati dal punto di vista tecnico e con un solo giocatore di alto livello (Son). Dopo essersi infranto contro la solidità della Svezia al debutto, ha abbandonato il 4-3-3 di base per passare a un 4-4-2 elementare che non ha sortito effetto alcuno ma si è rivelato insostenibile per la Germania meno equilibrata della storia. Il successo ai danni dei tedeschi vale forse quanto una qualificazione agli ottavi. Al ct il merito di averci creduto sino in fondo e di aver mascherato parte delle lacune della squadra con un’ampia rotazione degli effettivi.

Il 4-4-2 della Corea del Sud

Costa Rica

Ricordate i Ticos di Jorge Luis Pinto che quattro anni fa in Brasile arrivarono fino ai quarti venendo eliminati soltanto ai rigori dall’Olanda? Bene, il progetto tattico del nuovo ct Oscar Ramirez è stato uguale in tutto e per tutto a quello dell’illustre predecessore. L’unica nazionale con una retroguardia a cinque per un calcio fatto di difesa collettiva e palla bassa in fase di possesso. Una tela sempre molto razionale e ordinata giunta a un passo da una nuova impresa. Sconfitta da una punizione di Kolarov al debutto, da due reti nel recupero del Brasile alla seconda ed eliminata prima di affrontare la Svizzera nell’ultimo match di un girone complicato. Ramirez se ne va comunque a testa alta, forte di un gruppo rodato nel tempo. Gonzalez a comandare la difesa in coabitazione con Acosta, Ruiz a tagliare il campo partendo dall’esterno sinistro o destro. E, purtroppo, con Bolanos e Campbell incapaci per ragioni differenti di inserirsi nell’undici se non a gara in corso.

Il 5-4-1 della Costa Rica

Croazia

Una delle poche formazioni riuscite ad arrivare in fondo sfruttando la forza del possesso palla. Il ct Zlatko Dalic ha rimesso in piedi una nazionale avviatasi ai playoff con le speranze ridotte al lumicino e ha gestito nel migliore dei modi una campagna resa ulteriormente complessa dal caso Kalinic, una defezione resasi obbligatoria per gli equilibri del gruppo ma pesante nelle prospettive di un torneo lungo in cui alla Croazia è spesso mancato un certo ricambio nel ruolo di centravanti. Due le versioni tattiche: il 4-2-3-1 visto al debutto contro la Nigeria e nei quarti contro la Russia, ma soprattutto il 4-1-4-1 su cui è stata basata l’impresa ai danni dell’Argentina. Se Modric è stato l’ispiratore indiscusso e Rakitic ha messo in mostra un ritrovato tono atletico, determinante è stato il lavoro sulle fasce di Rebic e Perisic, unito alla definitiva maturazione di Brozovic nel ruolo di mediano. Il miglior centrocampo del Mondiale, per qualità e rendimento. Con due terzini sempre pronti a proiettarsi in avanti (Vrsaljko e Strinic) e un centravanti unico per doti di sacrificio come Mandzukic. Un pizzico di forza d’urto in più avrebbe probabilmente permesso di arrivare alla finale senza tre supplementari sul gruppone.

Il 4-1-4-1 della Croazia

Danimarca

Uno dei progetti tattici più enigmatici visti in Russia. Una squadra giunta fino ai rigori degli ottavi contro la Croazia senza mai accendere la luce. Age Hareide ha impostato una squadra priva di talento (se non nell’individualità di Eriksen) su un 4-2-3-1 estremamente difensivo che ha raggiunto il suo massimo quando nelle ultime due partite è stato avanzato in mediana il centrale Christensen. Spinta moderata degli interessanti terzini Dalsgaard e Stryger Larsen, scarso utilizzo di un centrocampista intelligente come Schone. E un Eriksen spesso costretto a predicare nel deserto. Come nel caso delle altre nordiche, ha inciso non soltanto l’atteggiamento quanto l’assenza di una prima punta di livello. Jorgensen e Cornelius non sono mai stati all’altezza.

Il 4-2-3-1 della Danimarca

Egitto

Il tramonto calcistico di Hector Cuper. La selezione campione d’Africa si è presentata in Russia carica di aspettative, ma è presto naufragata anche per colpa della visione eccessivamente prudente dell’ex tecnico di Inter e Valencia. Il piano tattico impostato su un 4-2-3-1 di ripartenza è venuto meno per le scarse condizioni atletiche dei due giocatori di maggior livello tecnico: Mohamed Elneny in mediana e Mohamed Salah in attacco. La stella del Liverpool si è vista soltanto a sprazzi. Fuori per tutta la partita al debutto con l’Uruguay (quando Cuper avrebbe dovuto rischiarlo), ala destra titolare contro la Russia e falso nueve contro l’Arabia Saudita (a eliminazione già consumata). Un gol segnato, uno divorato. Ma, forse, il ct poteva approdare per tempo al suo ricollocamento tattico in una posizione di minore dispendio atletico.

Il 4-4-2 dell'Egitto

Francia

Tutto cambia perché non cambi nulla. O nulla cambia perché cambi tutto. Il lavoro di Deschamps è stato alquanto gattopardiano. Perché se da un lato vi è stato un notevole ricambio rispetto a Euro 2016 (fuori Evra, Sissoko, Payet, Martial e Coman, dentro due terzini lanciati a ridosso del torneo come Pavard e Hernandez, oltre a Fekir, Dembelé e Mbappé), è indubbio che il tema tattico di fondo sia stato lo stesso. Una squadra coperta, organizzata difensivamente almeno quanto bisognosa di trovare spazi in ripartenza per distendersi. E, quando questi mancavano, ecco spuntare i gol su calcio piazzato di Varane e Umtiti, pesantissimi tra quarti e semifinali. Determinanti le fiammate di Mbappé, quasi quanto l’intelligente lavoro di cucitura portato avanti da un Griezmann commovente (è divenuto il transalpino più incisivo di sempre nella fase a eliminazione diretta di Mondiali ed Europei, ma cosa potrebbe fare se giocasse in un contesto a lui adatto?) e un Pogba meno esibizionista del solito. Il vero simbolo? Il solito e inarrestabile Kanté. Oltre al cinismo sui calci piazzati che ha portato i Bleus a sbloccare da fermo 5 delle 6 partite vinte in Russia.

Il 4-3-3 della Francia

Germania

Il fallimento di Russia 2018, il più grande nella storia della Mannschaft. Al contrario del già citato Sampaoli, però, Loew aveva un’idea delineata. Il suo problema è stato quello di averla seguita senza cedimento alcuno. La Germania vista agli ultimi Mondiali è caduta vittima di mancanze strutturali (tono atletico, assenza di una prima punta di valore e crollo nel rendimento dei veterani capitanati da Muller) acuite da un piano tattico iper-offensivo che ha finito soltanto per mettere in ulteriore evidenza le mancanze dei tedeschi. Il piano tattico, però, era lo stesso di quattro anni fa e di Euro 2016. Un 4-2-3-1 di base che in fase offensiva diveniva un autentico 2-1-7 con terzini in linea con la punta, gli esterni di centrocampo a tagliare e l’inserimento di un mediano. Troppo? Probabilmente sì, se le gambe non girano e se in quegli spazi ridotti non c’è il benché minimo movimento senza palla. A differenza dell’Argentina, però, le idee qui c’erano eccome. È mancato il modo di tradurle in realtà. Evidentemente è vero che non ci sono più i tedeschi di una volta.

Il 4-2-3-1 della Germania

Giappone

Akira Nishino ha messo in scena un classico della tradizione nipponica. Un 4-2-3-1 ordinato, con palla bassa in fase di possesso e undici giocatori dietro la linea della palla in fase difensiva. Kagawa da falso numero dieci per avviare il pressing, la corsa di Shibasaki in mediana per mascherare lo scarso dinamismo del ragionatore Hasebe. E il movimento instancabile di Inui e Haraguchi. Nulla di nuovo, come del resto è accettabile per una nazionale ancora priva di giocatori di altissimo livello. Dopo la qualificazione agli ottavi per meriti di Fair Play, è stata fatale la stazza belga unita a una certa ingenuità di base nello scontro con i Diavoli Rossi. Ma fare di più era impossibile.

Il 4-2-3-1 del Giappone

Inghilterra

Un Mondiale tra i più chiacchierati per via del tormentone "it’s coming home”. Un refrain del tutto incomprensibile per i non britannici se si considera che la cavalcata verso le semifinali è stata percorsa con il vento in poppa di un girone già deciso dalla partenza per lo scarso livello di Panama e Tunisia, ma anche da un tabellone affatto sfavorevole (Colombia agli ottavi e Svezia ai quarti). Allora perché gli inglesi si sono nuovamente innamorati della loro nazionale? Semplice. Gareth Southgate ha impostato una squadra giovane (età media non oltre i 26 anni), vogliosa di imporre il proprio gioco sin dalla retroguardia per via di un 3-5-2 mutuato dai dettami di Pochettino e Guardiola. Una squadra in cui tutti sapevano come trattare il pallone e sfruttare i calci piazzati come arma decisiva (9 gol su 12 da fermo), l’ideale unione tra il passato inglese il futuro del calcio. Se non è arrivata sino al 15 luglio è perché, nel momento delle difficoltà, è mancato il piano-b. Il pareggio della Croazia ha messo gli inglesi spalle al muro come era accaduto con l’1-1 colombiano, ma Southgate non è riuscito a ridisegnare la squadra, lasciata del resto a piedi da un Kane generoso ben oltre i limiti del dovuto. La strada, però, è stata tracciata dopo anni di nulla.

Il 3-5-2 dell'Inghilterra

Iran

A un soffio dalla storia che l’incredibile match-point fallito contro il Portogallo ci ha impedito di vedere. La spedizione della squadra di Carlos Queiroz è stata comunque da incorniciare con i 4 punti ottenuti nel girone di Spagna, Portogallo e Marocco. Un 4-5-1 capace di associare una notevole fisicità a discrete doti tecniche. Una fase difensiva condotta con tutti e dieci i giocatori di movimento (e Omid a dare equilibrio davanti alla retroguardia), i tagli di Karim e Jahanbakhsh dalle fasce e Sardar a muoversi su tutto il fronte d’attacco. Il peccato? Con un pizzico di coraggio in più contro la Spagna, forse il miracolo si sarebbe compiuto davvero.

Il 4-5-1 dell'Iran

Islanda

Heimir Hallgrímsson non ha toccato nulla nel progetto tattico su cui ha lavorato fino al 2016 insieme a Lars Lagerback. Stesso 4-4-2 pane e burro, stessi concetti di difesa collettiva e ripartenza, stessa intensità atletica. Purtroppo, però, non è sempre domenica. Anche perché, questa volta, l’Islanda è stata inserita nell’autentico gruppo della morte con Argentina, Croazia e Nigeria. Le variazioni sul tema sono state minime: il passaggio al doppio centravanti (Finnbogason e Bodvarson con Gylfi Sigurdsson arretrato in mediana e conseguente rinuncia ad Hallfredsson) nella sconfitta contro la Nigeria, ma anche la difesa a tre nel finale contro la Croazia. Si poteva fare di più? Difficile con il materiale tecnico a disposizione.

Il 4-4-2 dell'Islanda

Marocco

Hervé Renard ha presentato uno dei progetti tattici più ambiziosi dell’intera rassegna. Un 4-1-4-1 con ampi sprazzi di gioco di posizione. Se ne è andato con un solo punto, ma quanto fatto vedere a eliminazione già decisa contro la Spagna lascia intendere la bontà di ciò che è stato costruito. Tutto è crollato nel secondo tempo del debutto contro l’Iran, quando il Marocco si è dimostrato incapace di concludere quanto di buono costruito grazie al centrocampo dei piedi buoni. Belhanda e Boussoufa interni, Amrabat e Ziyech esterni con El Ahmadi davanti alla difesa. Le cose migliori si sono viste sull’asse di destra con Dirar terzino, a deludere la tenuta di una retroguardia non gestita al meglio da Benatia (lasciato in panchina nell’ultima con la Spagna).

Il 4-1-4-1 del Marocco

Messico

Prima di partire per la Russia, el Tricolor sembrava nel caos. Gestionale e tattico. Ma, alla fine, Juan Carlos Osorio ha spremuto il massimo da un gruppo che ha per larghi tratti impressionato per organizzazione e atletismo. Il Messico non ha superato la maledizione degli ottavi (settima eliminazione consecutiva al turno a eliminazione diretta), eppure ci ha regalato uno degli upset del torneo battendo la Germania al debutto. Merito di un 4-4-2 duttile e brillante in ripartenza. Lì dove la velocità degli esterni Lozano e Layun si mescolava con gli inserimenti di Guardado e il movimento di due punte capaci di lasciare la difesa avversaria senza punti di riferimento (Vela e Hernandez). Finché le gambe hanno retto, c’è stata speranza.

Il 4-4-2 del Messico

Nigeria

Il veterano tedesco Gernot Rohr ha presentato uno dei progetti tattici maggiormente confusi tra quelli visti in Russia. Tanta velocità, molto atletismo ma scarsa organizzazione difensiva. Le Super Aquile hanno iniziato con un 4-2-3-1 piuttosto tradizionale, ma dopo la sconfitta contro la Croazia sono passati a un 3-5-2 con Moses e Idowu esterni. Il modulo ha dato maggiore tutela a Obi Mikel (regista a tutto campo) vista la presenza di due faticatori come Ndidi ed Etebo, mentre l’inserimento di Musa in attacco ha garantito una certa pericolosità offensiva. Non abbastanza per poter avere ragione di un’Argentina altrettanto confusionaria ma più forte a livello individuale.

Il 3-5-2 della Nigeria

Panama

Hernan Gomez aveva già fatto un miracolo riuscendo a portare questa nazionale ai Mondiali per la prima volta nella storia. Il resto è stato la cronaca di una morte annunciata. Il 4-5-1 molto coperto non ha mai mascherato i limiti individuali e difensivi di una squadra totalmente inefficace anche in ripartenza. E il gioco violento ha a tratti rischiato di cancellare la favola della Cenerentola di Russia 2018.

Il 4-5-1 di Panama

Perù

La prima eliminata nel Gruppo C è stata anche la formazione che ha espresso il calcio più piacevole. Merito del lavoro di Ricardo Gareca. Il ct argentino ha impostato un 4-2-3-1 basato sulla tecnica e sulla spinta dalle fasce (specie a destra con la freccia Advincula e Carrillo) ed è stato tradito soprattutto dallo sfortunato debutto con la Danimarca. Come sarebbe andata se Cueva avesse segnato quel rigore? Probabilmente i sudamericani avrebbero passato il turno. Un solo rimpianto: non aver puntato sul rientrante Guerrero sin dal debutto.

Il 4-2-3-1 del Perù

Polonia

Una delusione, sebbene ormai poco sorprendente se si considera il filotto negativo che ha visto protagonista la golden generation polacca sin dall’Europeo di casa del 2012. Adam Nawalka, dopo aver impressionato nelle qualificazioni utilizzando spesso la retroguardia a tre, è tornato al 4-2-3-1 di Francia 2016 per via dell’infortunio di Glik. Ma la Polonia, ancora una volta, si è dimostrata estremamente statica e priva di capacità di adattamento, anche per colpa di un Lewandowski ben oltre i limiti dell’irriconoscibile. Milik è stato nuovamente sacrificato nel ruolo di trequartista, mentre Zielinski non ha mai reso (né da mediano, né da esterno d’attacco). Il ritorno al 3-5-2 nel secondo match contro la Colombia non ha sortito effetto e l’uscita di scena è stata alquanto meritata.

Il 4-2-3-1 della Polonia

Portogallo

Fernando Santos ha ripreso il discorso lì dove lo aveva interrotto in Francia e ha aggiunto ben poco alla ricetta che aveva portato il Portogallo in Russia. Un 4-4-2 con tutto il collettivo pronto a ripiegare in fase difensiva per poi distendersi in contropiede, con l’obiettivo principale di mascherare il disimpegno totale di Cristiano Ronaldo dalla fase difensiva. Ancora una volta (e dove starebbe la notizia?) è mancata una prima punta, nonostante l’alternarsi tra le promesse Guedes e André Silva. Ma è stato soprattutto fatale l’incrocio agli ottavi contro una formazione cinica come l’Uruguay. Un gruppo molto simile per caratteristiche tattiche al Portogallo, ma dotato di una maggiore pericolosità offensiva. Figura totemica di CR7 a parte, conferme ad alto livello per William Carvalho e Bernardo Silva.

Il 4-4-2 del Portogallo

Russia

Il vento di casa non fallisce mai e, questa volta, ci ha regalato la prima Russia capace di raggiungere i quarti dal 1970 a oggi. Cherchesov, giunto al Mondiale con uno score dei più negativi, ci ha messo del suo. Sia nell’impostazione di un 4-2-3-1 di base molto dinamico (a differenza dell’applicazione dello stesso modulo da parte di svariati colleghi e in virtù delle condizioni atletiche migliori tra tutte le 32) che viveva della libertà concessa a Golovin, dei tagli da sinistra di Cheryshev e della potenza aerea di Dzyuba. Senza dimenticarsi dell’apporto dei tosaerba di centrocampo: Zobnin e Gazinskii. Il capolavoro è stato però il 5-4-1 imbastito negli ottavi contro la Spagna, quando sono emerse anche le figure del terzino naturalizzato Fernandes e del centrale Kutepov. Chiedere di più era difficile. Almeno quanto sostenere nel lungo periodo un progetto nato quasi per caso.

Il 4-2-3-1 della Russia

Senegal

Aliou Cissé è stato abile nell’impostare la più ordinata delle nazionali africane, almeno quanto sfortunato nell’aver salutato il Mondiale per colpa di un cartellino giallo di troppo. Un 4-4-2 con due mediani di sacrificio (Ndiaye e Gana, ma anche Kouyate nell’ultima) e due punte di movimento (Niang e Diouf o Niang e Mané). Oltre alla coppia di centrali più rocciosa del torneo: i colossi Koulibaly e Sané. Un interrogativo, però, resta. Mané è stato sfruttato a dovere o è stato soprattutto sacrificato nelle prime due partite giocate sulla fascia sinistra? E Keita Balde non poteva essere impiegato prima del terzo match? Il retrogusto amaro resta.

Il 4-4-2 del Senegal

Serbia

Una grande illusione. Perché il meglio, per la Serbia, è stato proprio il debutto solido per quanto sofferto contro la Costa Rica. L’implosione nel secondo tempo con la Svizzera è stato il vero e proprio foglio di via per gli uomini di Mladen Krsatjic, evidentemente non sorretti da una condizione atletica all’altezza della situazione. A livello tattico, si è trattata di una delle tante formazioni impostate su un 4-2-3-1 molto statico. Matic davanti alla difesa, Milinkovic-Savic (sulle gambe) trequartista, un terzino di spinta (Kolarov) e due ali pronte al taglio (Tadic e Kostic o Ljajic). Nulla di nuovo sotto il sole, ma forse con una punta decente (Mitrovic non è mai stato all’altezza) e una condizione atletica accettabile sarebbe andata diversamente.

Il 4-2-3-1 della Serbia

Spagna

Una situazione mai verificatasi prima nella storia dei Mondiali, quella dell’esonero di un ct alla vigilia del debutto. Su questo, Fernando Hierro poteva fare ben poco. Il piano tattico era già stato tracciato da Julen Lopetegui e non restava che proseguire su quella traccia. Il problema, semmai, è stato nelle scelte. Dalle sostituzioni (perché risparmiare Diego Costa nel finale con il Portogallo? Perché non mettere una punta in più da subito contro la Russia?) alla formazione (emblematica l’esclusione di Iniesta dal match decisivo degli ottavi). L’impressione è sempre stata quella di una squadra che viaggiava con il pilota automatico, senza mai riuscire a cambiare marcia e variare sul tema. Gli allenatori, in fondo, servono anche a questo.

Il 4-1-4-1 della Spagna

Svezia

Una delle nazionali-simbolo del Mondiale di Russia. Il ct Jan Andersson ha continuato sul filone delle qualificazioni e dello spareggio storico vinto a spese dell’Italia: un 4-4-2 roccioso e compatto, pronto a sfruttare l’altezza dei giocatori sulle seconde palle e i tagli di Forsberg dalla sinistra. Idee poche, ma ben fatte. Visto il livello generale molto approssimativo, è stata possibile anche una straordinaria cavalcata fino ai quarti di finale. Che cosa sarebbe potuto accadere se ci fosse stata una prima punta di livello?

Il 4-4-2 della Svezia

Svizzera

Se la Serbia - su cui ha sostanzialmente vinto lo spareggio per andare agli ottavi - ha messo in campo un 4-2-3-1 standard, Vladimir Petkovic si è discostato di poco. L’unica variante è stata quella già vista due anni fa in Francia, ovvero la salida lavolpiana di Behrami. Ma, anche qui, è stata fatale la mancanza strutturale di fantasia negli ultimi 20 metri e l’assenza di un centravanti di livello (Seferovic, Gavranovic e Drmic: uno peggio dell’altro). La delusione non manca, anche perché l’ottavi di finale contro la Svezia avrebbe potuto vivere un altro epilogo con un pizzico di coraggio in più. Petkovic, però, non se l’è sentita di toccare il modulo di base aggiungendo per tempo una punta o una variante tattica come Embolo.

Il 4-2-3-1 della Svizzera

Tunisia

Nabil Maaloul sapeva che la sfida del Gruppo G sarebbe stata quasi impossibile da vincere, ha lottato con problemi di ogni tipo (ad esempio: è stato costretto a utilizzare tutti i portieri a causa dei loro infortuni) e alla fine se ne è andato con un successo dignitoso ai danni di Panama. La Tunisia era del resto più squadra, nonostante una simile impostazione su un 4-5-1 di ripartenza. Skhri a fare legna davanti alla difesa, Sassi a inserirsi dalla mediana e gli esterni Ben Youssef e Sliti a supportare l’unica punta Khazri. Non un piano tattico particolarmente innovativo, ma comunque il massimo a cui si poteva puntare vista la difficoltà del Mondiale.

Il 4-5-1 della Tunisia

Uruguay

Non è arrivato alle semifinali come otto anni fa in Sudafrica, ma Oscar Washington Tabarez ha vinto ancora una volta la propria scommessa dimostrando di essere uno dei pochi allenatori di livello presenti nel giro delle nazionali. Il perché è presto detto: è stato in grado di aggiustare il tiro non appena ha compreso che con il 4-4-2 del debutto la Celeste non sarebbe andata lontana. Accantonato de Arrascaeta e inserito Torreira, è passato al 4-3-1-2 con Vecino e Bentancur ad alternarsi nel ruolo di trequartista, inserendo anche linfa vitale con Laxalt da terzino sinistro. Cavani e Suarez (l'unica autentica coppia di attaccanti del Mondiale), meglio riforniti, sono tornati a viaggiare e il sogno si è infranto soltanto contro la Francia, un match affrontato senza il centravanti del PSG. L’Uruguay se ne va dalla Russia con la sensazione di avere un futuro davanti. Oltre alla generazione dei Godin, ecco quella dei Bentancur e Torreira.

Il 4-3-1-2 dell'Uruguay
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