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Il caso Spagna subito all'esame Cristiano: fascino e rischi dell’autogestione

Il caso Spagna subito all'esame Cristiano: fascino e rischi dell’autogestione

Il 15/06/2018 alle 07:30

Non ricordo di un ribaltone simile a quello vissuto dalle Furie Rosse in nessun altro caso: anche quando Conte disse che avrebbe lasciato la direzione dell'Italia per andare al Chelsea, la federcalcio era già stata avvisata. E adesso si parte già con un esame difficile: il Portogallo di Cristiano Ronaldo...

Dal divorzio di Zinédine Zidane all’esonero di Julen Lopetegui non c’è Mondiale che tenga. il Real continua a essere l’ombelico della Spagna, la cui Nazionale già questa sera, a Sochi, debutterà contro il Portogallo di Cristiano Ronaldo (a proposito di Real). E, sempre per restare in tema, come carro attrezzi è stato precettato Fernando Hierro, realista fino al midollo.

Non ricordo un ribaltone simile. Di Antonio Conte si sapeva, per esempio, che dopo l’Europeo sarebbe andato al Chelsea, ma lo aveva comunicato a chi di dovere già «prima» e così, «durante», non ci furono mal di pancia. Anzi.

Tra commissario «dimissionario» e commissionario «dimissionato» in corso d’opera balla una differenza notevole. Se le cose sono andate come le ha raccontate il presidente della Federazione spagnola, Luis Rubiales, è difficile dargli torto. Il 22 maggio scorso Lopetegui aveva allungato il contratto fino al 2020: e questo, proprio per la bontà della semina (venti partite, zero sconfitte). Ora, che sia stato il presidente del Real in persona ad accelerare il reclutamento, bé, è un’uscita che sa, quanto meno, di «invasione». A Florentino Perez piace stupire. Detesta chi gli fa ombra: Zizou l’aveva capito (e per questo ha tagliato la corda), Lopetegui lo capirà (con calma).

Voglio sperare che l’ex ct abbia fatto di tutto per convincere il suo nuovo datore di lavoro a rinviare l’improvvido tweet. La crociata di Sergio Ramos (del Real pure lui, casualmente) ha sollevato altra polvere da sparo, visto il palese conflitto di interessi che rigava l'utilità dell'armistizio.

E così la Spagna, per molti favorita o comunque una delle favorite, si ritrova al centro di un terremoto dagli sviluppi oggi romanzeschi e domani chissà. A cominciare dal peso del tecnico. E’ vero che siamo di fronte a un torneo breve (sette partite al massimo), ed è pur vero che i convocati sono tutti maggiorenni e vaccinati, anche se i 34 anni di Andrés Iniesta rappresentano un indizio ambiguo. Ma se per salire sul podio bastasse il primo Hierro che passa, la figura dell’allenatore classico, più Nasa che naso, ne uscirebbe ridimensionata. Aperta parentesi: non è detto che sia un male. Chiusa parentesi.

In attesa che i risultati spazzino via i dubbi, da mercoledì le furie dispongono di un alibi di ferro (o di Hierro, a scelta). Il caos istituzionale giustificherebbe molto, se non tutto, anche perché, con Vicente Del Bosque in panca, nell’edizione del 2014 la Spagna uscì addirittura al primo turno e agli Europei del 2016 negli ottavi. La ricostruzione è un fatto: l’autogestione che si profila, non ancora.

Cristiano Ronaldo

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La parola al campo. Il Portogallo non è più il francobollo che incollavamo su ogni cartolina. Con il titolo europeo di due anni fa si è liberato della zavorra di eterno piazzato. Inoltre, a 33 anni, Cristiano sa che non ci saranno altre occasioni. Scritto che per me finirà pari, tocca a voi: concordate con il pugno duro delle Spagna? E cosa cambierà sul piano pratico: poco o molto?

Video - Spagna a Russia 2018: la scheda-video

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