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Più vicino al fondo che alla vetta: l’ultimo Mourinho, il profeta senza più verbo

Più vicino al fondo che alla vetta: l’ultimo Mourinho, il profeta senza più verbo

Il 04/12/2018 alle 15:00Aggiornato Il 04/12/2018 alle 16:47

Dopo il pareggio con il Southampton il Manchester United di José Mourinho è scivolato a 16 punti dalla vetta del City, più vicino al Fulham ultimo che al primo posto di Guardiola. Settimo in campionato e lontano anche dal 4° posto Champions, il portoghese sta affrontando un crisi mai registrata prima in carriera. Stregone senza più magie, il suo capolinea inglese appare vicino.

L’immagine, se ce ne fosse bisogno di una, sarebbe quella dei numeri, fotografia incontestabile per misurare momenti e carriera. José Mourinho ne faceva utilizzo giusto settimana scorsa, quando a qualificazione raggiunta in Champions League – (grazie alla mano truffaldina di Marouane Fellaini)– il portoghese si era immediatamente lanciato con un messaggio per i suoi ‘fans’: “14 partecipazioni, 14 qualificazioni. E le due volte che non ho giocato la Champions League, ho vinto l’Europa League”.

Una rivendicazione della supremazia della matematica è però anche nella classifica del campionato inglese, che dopo quattordici – questa volta giornate – è altrettanto cristallina e imparziale nell’emettere il suo di verdetto: a dicembre, in Premier League, José Mourinho è di nuovo fuori dai giochi.

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A quota 22, il Manchester United della terza stagione firmata Mou, deve registrare i seguenti dati di fatto. Il Manchester City capolista è lontano 16 punti. E il quarto posto che vale la Champions League è distante otto lunghezze. Lo scorso anno, nello stesso periodo, i Red Devils erano secondi a -8 dal City. Oggi i punti sono raddoppiati e lo United è 7°, più vicino al fondo della classifica del Fulham (+14) che alla vetta di Guardiola (-16).

Basterebbe questo per descrivere tutto il paradosso di José Mourinho in questa stagione. Stregone, senza più magie. Condottiero, senza più soldati. Profeta, senza più verbo.

Numeri, gioco, rendimento e uomini. Tutto, infatti, sembra girare contro al portoghese, ormai all’ordine del giorno con grane e insubordinazioni iniziate la scorsa estate quando ancora lo United preparava la stagione negli Stati Uniti (ricordate i casi Valencia, Martial e Sanchez?) e proseguite fino a sabato pomeriggio. Già, perché l’ultima sarebbe nell’ennesimo battibecco con Pogba, additato come ‘virus capace di infettare tutto ciò che gli sta intorno’. E poi ci sono state le conferenze stampa alle 8 del mattino (durate 3 minuti), il pizzicarsi con la proprietà, le esultanze nervose, gli inevitabili sfoghi e il continuo rivendicare di un passato che, al momento, appare solo come un ricordo.

José Mourinho esulta rabbioso dopo il gol di Fellaini nel recupero che è valso al Manchester United la qualificazione agli ottavi di Champions League

José Mourinho esulta rabbioso dopo il gol di Fellaini nel recupero che è valso al Manchester United la qualificazione agli ottavi di Champions League Imago

Una luce più flebile, quella di Mourinho, trovatosi a combattere con un calcio rivoluzionato e in grado di metterlo in ombra. Oggi, chi comanda la Premier League, siate fan o no, sono tre uomini – Guardiola, Klopp e Sarri – che di automatismi e gioco ne hanno fatto una filosofia. Il pragmatismo di Mourinho, il sapersi adattare per sfruttare le debolezze dell’avversario, pare essere passato di moda.

O almeno così dice il suo Manchester United, spendaccione fuori ma incapace di ricreare quel valore economico sul campo, dove spesso i milioni investiti sono sembrati un buco nell’acqua. Sanchez, Lukaku, Fred, giusto per citare alcuni dei più deludenti. Lo stesso Pogba, oggetto del desiderio voluto, corteggiato, strapagato… E alla fine mai sfruttato a dovere.

Mourinho si è trovato così a sbattere la testa di fronte a un problema cui non riesce a trovare soluzione; ma che anzi individua – ormai come un disco rotto – proprio nelle lacune delle campagne acquisti. I complimenti a Bonucci e Chiellini, professori difensivi ad Harvard, nient’altro erano che un messaggio alla società. Come a dire, ‘vedete, i migliori stanno altrove’. Come se i 419,49 milioni di Sterline (dati Transfermarket, in euro 470 milioni circa) investiti da Woodward durante i 3 anni di gestione Mourinho non fossero stati un gruzzolo sufficiente per mettere in piedi un gruppo che a dicembre, in Inghilterra, non sia già fuori dai giochi.

Già perché al portoghese, in questa stagione, non resta che aggrapparsi alla Champions League. Un miraggio, al momento, più che un obiettivo realmente plausibile per il gioco espresso. Un miracolo, fin qui, raccolto da 10 minuti di amnesia della Juventus e una svista arbitrale con lo Young Boys. Senza quelle, lo United, avrebbe 5 punti in meno e la stagione di Mourinho sarebbe probabilmente già terminata.

Prosegue, invece, con la speranza che una magia si possa ancora concretizzare. Che la rincorsa al 4° posto – dove in battaglia fino alla fine ci saranno certamente anche le 3 londinesi (Tottenham, Chelsea, Arsenal) – prenda la via di Manchester; che in qualche modo, insomma, arrivi il colpo di spugna alla Mourinho. Aggrappato, nuovamente, al passato che fu. Ma quest’anno, più che mai, vicino al suo capolinea. Almeno in Inghilterra.

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