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Quello che abbiamo imparato dal primo anno di Conte ct dell'Italia

Quello che abbiamo imparato dal primo anno di Conte ct

Il 08/09/2015 alle 11:10Aggiornato Il 08/09/2015 alle 11:14

Dall’entusiasmante 2-0 inflitto all’Olanda nell’amichevole di Bari (4 settembre 2014) all’1-0 con cui la Bulgaria è stata messa al tappeto domenica al Barbera ne è passata di acqua sotto i ponti: il selezionatore ha dimostrato di essere all'altezza del ruolo, lo stesso non si può dire del materiale tecnico con il quale è costretto a lavorare

Fra un anno, forse, sarà tutto finito. Perché, nonostante i tentativi di rinnovo avanzati da Carlo Tavecchio, la sensazione è che l’esperienza di Antonio Conte sulla panchina della Nazionale si esaurirà all’indomani dell’Europeo francese. Ma quello che più ci interessa ora è capire cosa potrà accadere da qui al prossimo mese di luglio, quando il biennio dell’attuale ct entrerà nella fase decisiva. Per farlo non c’è niente di meglio che ripercorrere i primi dodici mesi di Conte. Dall’entusiasmante 2-0 inflitto all’Olanda nell’amichevole di Bari (4 settembre 2014) all’1-0 con cui la Bulgaria è stata messa al tappeto domenica al Barbera.

Quello che dicono i numeri

1-0 a Malta, 1-0 alla Bulgaria. Non è stata soltanto la riapertura della nuova stagione, è stata la conferma di una tendenza piuttosto evidente. Le ultime quattro vittorie dell’Italia sono tutte arrivate con il minimo scarto. Del resto, nelle 12 partite della gestione di Conte, gli Azzurri hanno prodotto la “miseria” di 15 gol (1,25 di media) incassandone 7 (0,58). Soltanto in tre occasioni ufficiali sono riusciti a metterne dentro più di uno (due contro Norvegia, Azerbaijan e Bulgaria). Nel complesso, però, l’output è piuttosto incoraggiante: 7 vittorie su 12 partite e una sola sconfitta giunta nell’amichevole di giugno contro il Portogallo. Conte ha convocato 35 giocatori, cambiando due moduli. E dando l’impressione di aver trovato la strada definitiva verso la Francia con il passaggio dal 3-5-2 al 4-3-3 visto a partire dallo scontro in Croazia dello scorso giugno.

Il primo anno di Conte

Il new deal: dal 3-5-2 al 4-3-3

Se i debutti sono stati scintillanti sull’impronta del modulo a tre già visto alla Juventus, il progetto tattico è parso arenarsi nello scontro diretto di San Siro contro la Croazia, quando la maggior qualità a centrocampo degli avversari si è tradotta in un dominio ospite. Conte ha insistito finché ha potuto, ma dopo il 2-2 rimediato a marzo in Bulgaria si è convertito al modulo di scorta. Difesa a quattro e attacco a tre con una punta centrale di riferimento e due esterni: uno di taglio (Eder o El Shaarawy) e uno di cross (Candreva). Il tutto mantenendo intatta la mediana a tre. Partite come quella di giovedì contro Malta confermano che la strada è ancora lastricata di insidie, ma sprazzi come il primo tempo contro la Bulgaria lasciano intendere che l’unica via percorribile per trovare un’Italia competitiva in Francia sia quella di insistere sul 4-3-3. Nella speranza che il campionato ci regali almeno un attaccante credibile nel ruolo di prima punta.

Dal 3-5-2 di Bari al 4-3-3 di Palermo

Il problema inatteso: la successione a Pirlo

Quello che forse Conte non si sarebbe atteso è il problema della mediana, sulla carta uno dei reparti più ricchi di talento. Pirlo, che aveva annunciato il ritiro dall’azzurro all’indomani del Mondiale brasiliano salvo ritornare sui propri passi dopo la nomina dell’attuale ct, si è ripresentato a Coverciano notevolmente rallentato dall’esperienza americana. E, adesso, è logico interrogarsi sulle possibili alternative al regista dei New York FC. La risposta di Conte – dopo mesi di dubbi – è stata affidare le chiavi della squadra in mano a Verratti, non più impostato da regista davanti alla difesa ma inquadrato da mezz’ala destra. Il suo ruolo. E, con Pirlo in panchina, con la doverosa copertura alle spalle che De Rossi (a patto che si rimetta a correre) o Marchisio potrebbero garantirgli. Con un po’ di fiducia, Verratti non può che migliorare. Permettendoci di arrivare all’Europeo non dipendendo più da Pirlo. Un fattore da non trascurare affatto. Perché un problema, certe volte, può trasformarsi in un’occasione per migliorare il quadro generale di una squadra.

Andrea Pirlo

Andrea Pirlo LaPresse

Tra certezze difensive e dubbi offensivi

Sei clean-sheet in 12 partite, due su quattro partite giocate senza la retroguardia a tre. Inutile girarci attorno, la certezza di questa Italia resta la difesa improntata sul blocco Juventus (Buffon in porta, Bonucci e Chiellini centrali). Un dato di fatto al quale si aggiunge un Darmian ulteriormente arricchito dall’esperienza al Manchester United, con un solo dubbio sul ruolo dell’altro terzino. De Sciglio si manterrà ai livelli di Italia-Bulgaria o scenderà nuovamente di tono? Il campionato ci offrirà nomi nuovi? Detto questo, Conte ha capito che – con un centrocampo stabile – non cambia molto passare dalla difesa a tre a quella a quattro se si pensa alla tenuta di squadra. Dal punto di vista offensivo, invece, la situazione migliora. A patto che qualcuno si dia realmente una mossa e voglia mettere in difficoltà il ct nelle scelte riguardanti la prima punta. Immobile rischia di passare un altro anno in panchina, Zaza – presumibilmente – giocherà meno di quanto non sia accaduto l’anno scorso e Balotelli resta una variabile impazzita. L’unica certezza è Pellé, di certo non una macchina da gol ma un giocatore “tatticamente” importante. Per gli inserimenti dei centrocampisti o i tagli di un altro esterno offensivo. Lì dove Eder ed El Shaarawy potrebbero dare vita a un dualismo interessante. Quello che abbiamo imparato dal primo anno di Conte ct è questo. Il tecnico c’è e ha dimostrato di sapersi adattare alla materia prima messa a disposizione. Ma la qualità del sistema Italia, in alcuni ruoli strategici, è ai minimi storici.

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