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Nazionale, punto e a capo: ma non è solo colpa di Tavecchio e Ventura

Nazionale, punto e a capo: ma non è solo colpa di Tavecchio e Ventura

Il 17/11/2017 alle 07:41Aggiornato Il 17/11/2017 alle 09:47

La ferita è epocale, anche se non sempre la Nazionale è lo specchio della Nazione. E quindi? L’allenatore è importante, non però come si millanta. Riportiamo il giocatore al centro del villaggio e togliamogli ogni genere di alibi.

Per pura curiosità sono corso in archivio a leggere cosa scrivemmo dopo il fiasco mondiale del 2014. A parte la non richiesta delle dimissioni di Abete e Prandelli - perché, a differenza di Tavecchio e Ventura, si erano dimessi loro, con virile dignità - scrivemmo le stessissime cose, esprimemmo gli stessissimi concetti. Tre anni fa, non un secolo fa. Ed è questo il vero problema, ancora pià grave perché sempre il «solito».

prandelli abete italy 2011

prandelli abete italy 2011LaPresse

In ordine sparso: 1) copiare il modello tedesco (che aveva scalzato il modello spagnolo); 2) ridurre la serie A a 18 squadre; 3) meno politica, più fatti; 4) largo alle seconde squadre, cavallo di battaglia di Albertini; 5) più soldi ai vivai; 6) meno stranieri, più «ius soli» sportivo; 7) cambiare lo stile di gioco (Sacchi); 8) identità comune per tutte le Nazionali; 9) riportare le famiglie alle partite; 10) agevolare l’iter per gli stadi di proprietà.

Avendo detto che sarebbe stata una porcheria licenziare Ventura in caso di qualificazione, dico che è stata una porcheria la sua volontà di non lasciare già lunedì notte. Trovo inevitabile l’esonero. Tavecchio invece resta: così debole, fa comodo a tutti gli squali, da Agnelli a Lotito. Nessun dubbio che abbiano delle responsabilità, il primo perché troppo legato alle scelte e ai risultati, il secondo perché dopo il Bernabeu ha perso la testa, ma attenzione: farne i capri espiatori non aiuta. Il Lippi bis fallì in Sud Africa, Prandelli implose in Brasile sull’onda del secondo posto all’Europeo del 2012, tempi in cui la coppia Ta-Ve batteva altri sentieri.

La ferita è epocale, anche se non sempre la Nazionale è lo specchio della Nazione, come ricorda il professor De Luna su «il Fatto quotidiano» di mercoledì: «L’ultima volta che l’Italia rimase fuori dai Mondiali era il 1958, il Paese era all’apice del boom economico e si apprestava a diventare la quinta potenza industriale nel mondo».

E allora? Sapete come la penso: l’allenatore è importante, non però come si millanta. Riportiamo il giocatore al centro del villaggio e togliamogli ogni genere di alibi. Inoltre, chiediamoci perché fra la generazione dei Del Piero e dei Totti e l’attuale ci sia stato un ricambio così modesto, così parziale. Solo per miopia? Solo per esterofilia? Tutto questo talento, in giro, non lo vedo. Gli oratori sono scomparsi, e le scuole-calcio, a pagamento, hanno ridotto il bacino di pesca. Il problema è generale e riguarda, per esempio, anche il basket, che non va all’Olimpiade dall’argento di Atene 2004.

Del Piero e Totti

Del Piero e TottiEurosport

Ci hanno rubato le idee (che catenaccio, il catenaccio della Svezia), si recluti pure Ancelotti e si promuova Maldini al posto di Oriali - con un ruolo, magari, meno decorativo - tutto fa brodo. L’ultima panchina di Insigne rimane un mistero che Ventura, bontà sua, un giorno dovrà spiegarci. Per fortuna, da domani torna il campionato: e tutti, in edicola, torneranno fenomeni.

Voi cosa fareste rispetto ai «consigli» del 2014?

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