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Roberto Baggio spiegato a chi non l'ha vissuto: istantanee del Divin Codino nazionale

Roberto Baggio spiegato a chi non l'ha vissuto: istantanee del Divin Codino nazionale

Il 18/02/2019 alle 11:24Aggiornato Il 06/03/2019 alle 11:11

Spegne oggi 52 candeline Roberto Baggio, Pallone d'Oro nel 1993 nonché unico nella storia del calcio italiano ad aver segnato in tre mondiali diversi. Un campione amato da tutti gli italiani a prescindere dalla fede calcistica.

I migliori lampi di genio di Roberto Baggio fanno registrare su YouTube un decimo, o una frazione persino più risibile, delle visualizzazioni delle più banali goal collection di Messi o Cristiano Ronaldo. Sebbene questi numeri, deo gratias, non offrano la reale misura della grandezza di un calciatore, ogni tanto occorre rinfrescare la memoria e riportare tutto nella corretta prospettiva anche a beneficio di coloro che non hanno vissuto in presa diretta la sua epoca. Chi è stato, dunque, il Roberto Baggio calciatore? Per rispondere a questa domanda ci avventuriamo in un racconto per diapositive, a cominciare dalle istantanee di un’afosa estate nord americana di 25 anni fa.

"Converge Roberto"

A prescindere dalla fede calcistica, Roberto Baggio ha rappresentato per ogni italiano il Calcio, quello con la “C” maiuscola: una sorte di patrimonio nazionale cui tributare amore incondizionato. Questo connubio si è celebrato una volta per tutte nei giorni del sogno di USA ’94. La parabola del “Divin Codino” in quel Mondiale americano è emblematica della sua intera traiettoria nel calcio. 88esimo minuto dell’ottavo di finale tra Italia e Nigeria, Foxboro Stadium di Boston: i nostri avversari conducono per 1-0 e sin lì il Mondiale di Baggio, l’uomo più atteso alla vigilia, è stato tremendo; ampiamente insufficiente contro Irlanda e Messico, sacrificato da Sacchi contro la Norvegia dopo l’espulsione di Pagliuca, un fantasma contro la Nigeria. A due minuti dalla fine, sul cross dalla destra di Mussi, scatta la folgorazione sulla via di Damasco: con un chirurgico destro a incrociare firma il pari e da lì in poi trascina per mano Italia e italiani verso un’insperata finale. I due gol in semifinale contro la Bulgaria sono Beni Italiani Unesco e poco importa se l’epilogo sia nefasto: la storia è stata clemente e le sue perle di rara bellezza non sono cadute nel dimenticatoio perché il viaggio ha contato di più della destinazione.

" Si fa vedere Roberto, si gira bene, converge, la palla è sul destro… E c’è un grandissimo gol da parte di Roberto Baggio! (Bruno Pizzul commenta il gol dell’1-0 in Italia-Bulgaria)"

Baggio Mentality: cadute e risalite

Baggio lo abbiamo amato più di tutti perché lo abbiamo visto cadere rovinosamente per poi sistematicamente rialzarsi. Roberto Baggio come Marco Pantani o Hermann Maier: personaggi la cui viscerale passione per il loro sport gli ha consentito di realizzare un qualcosa di inimmaginabile, recuperare da infortuni multipli che per la stra grande maggioranza degli atleti “normali” avrebbero sancito l’inesorabile capolinea.

La carriera di Baggio è cominciata proprio con infortunio, quando ancora militava nel Vicenza: è la primavera del 1985 e nella sfida contro il Rimini di Arrigo Sacchi al ragazzo prodigio di Caldogno partono crociato anteriore, capsula, menisco e collaterale della gamba destra; per ricucire la ferita da operazione serviranno 220 punti di sutura interni. Quel ginocchio gli darà il tormento per tutti gli anni a venire, ma a ogni caduta corrisponderà, puntuale, una risalita. Recupera a tempo record anche dalla rottura del legamento crociato del ginocchio sinistro nel 2002, a 35 anni suonati, ma nonostante una campagna mediatica e popolare senza precedenti Giovani Trapattoni non se la sente di regalargli il Mondiale di Giappone e Corea.

Quando Baggio giocava in provincia

Come quella di un artista d’avanguardia, la carriera di Baggio può essere scomposta in più periodi: il golden boy vicentino, il beniamino della Curva Fiesole, il Raffaello bianconero, il genio incompreso a Milano e così via; i periodi più densi di significato, tuttavia, sono forse quelli vissuti in provincia, dove Roberto Baggio si era rifugiato in momenti storici non proprio accondiscendenti per un carismatico – e poco collocabile tatticamente, verrebbe da aggiungere – fantasista.

Baggio lo abbiamo amato perché ha raccolto meno di quanto avrebbe potuto, schivando cicli vincenti e bisticciando con allenatori pluridecorati. Nel suo palmares campeggiano “solo” due campionati, una Coppa Italia e due Coppe UEFA: niente allori con la Nazionale, nessuna Coppa dei Campioni o Champions League che dir si voglia. Roberto Baggio come eroe mortale e per questo più umano e avvicinabile, principe del What If. Già, e se quella splendida girata volante di destro su suggerimento di Albertini fosse entrata in porta nel supplementare di Francia-Italia, quarto di finale mondiale nel 1998, invece di essere soffiata via dal vento parigino proprio quando era sul punto d’infilarsi in rete? La sua storia, la nostra storia, sarebbero cambiate? Chi ha vissuto il suo tempo, tuttavia, sa che i “se” e i “ma” stanno a zero: lo si è amato e si continua ad amarlo senza condizioni.


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