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L’evoluzione del numero dieci: da Pelé a Pirlo

L’evoluzione del numero dieci: da Pelé a Pirlo

Il 21/07/2015 alle 17:55Aggiornato Il 04/08/2015 alle 15:04

Quinta puntata dello speciale estivo di Lavagna Tattica dedicato alla trasformazione delle principali posizioni in campo nel corso della storia del calcio: questa settimana tocca al grande fascino dei trequartisti

Una settimana fa avevamo lasciato il discorso in sospeso, ricordando come l’evoluzione del mediano fosse strettamente legata a quella di un altro ruolo, il suo esatto opposto per peso tecnico e tattico. Quello del trequartista, il numero dieci che ha acceso le fantasie di generazioni. Con le spalle coperte da un faticatore di centrocampo, il fantasista ha avuto per decenni la possibilità di accendere la luce e inventare. Illuminando i palcoscenici più importanti, ispirando tifosi e appassionati. Sino ai nostri giorni, quando il discorso si è fatto decisamente più complicato.

Quel forte legame con l’Italia

Non è semplice capire dove nasca il trequartista in senso stretto. Ovvero il numero dieci che rifinisce l’azione e mette in porta il centravanti, ispirando la manovra offensiva della squadra. Di certo c’è l’esaltazione del numero dieci scaturita dal nostrano “catenaccio”, un sistema di gioco tremendamente ruvido e bisognoso di affidarsi a una luce come quella del trequartista. L’arrivo di Schiaffino nel 1954 dà sostanzialmente vita a un filone genealogico che in Italia durerà per almeno quarant’anni. I grandi numeri dieci, che manovrano ed esaltano altrettanto grandi attaccanti. Ma sin dalle origini si apre una frattura tra lo stilema tradizionale del trequartista ispiratore/regista e quello del trequartista evoluto, un po’ seconda punta e un po’ centrocampista. Rivera da una parte, Mazzola dall’altra. Due linee unite spesso dalla maglia numero dieci indossata da alcuni di questi straordinari interpreti e da poco altro. Il dieci fantasista istrionico come Sivori, il trequartista evoluto come Pelé. Proprio “O Rey”, a cui nel 1958 (primo Mondiale con i numeri fissi) fu assegnato per caso il 10, è stato il primo portatore sano del DNA del fuoriclasse associato a quel numero di maglia. Che, grazie a lui, è divenuto semplicemente quello del giocatore con maggiore classe di tutta la squadra.

Sandro Mazzola e Gianni Rivera

Sandro Mazzola e Gianni RiveraImago

Da Cruijff a Baggio: la definizione di uno stile

La storia del trequartista procede su binari stabili fino all’abbandono della marcatura a uomo e, quindi, agli anni 90. Anni in cui si possono ammirare figure rivoluzionarie come quella di Cruijff (dopo Mazzola, il primo trequartista a mettere nel gioco una fisicità inaudita), ma anche figure onnicomprensive come quella di Maradona e Platini. Gente che impostava il gioco e, quando era necessario, riusciva anche a concludere. Magie su punizione, lanci calibrati al millimetro e invenzioni fuori dalla norma. Al punto che la figura del trequartista alle volte coincide con quella del regista e, in altri casi, con quella della seconda punta. Variando a seconda delle occasioni. Con l’avvento del gioco a zona e del sacchismo, però, le cose cambiano. I ruoli ottengono una maggiore definizione e per un certo lasso di tempo sembra che per i trequartisti non vi sia più spazio se non in attacco o sulla fascia. Di certo non tra le linee, dove gli spazi si fanno angusti. È il periodo dei “nove e mezzo”, per mutuare la definizione di Roberto Baggio data da Platini. Dei “dieci” che si evolvono in seconde punte, così come accadrà a Del Piero e Zola, per sfuggire al pressing avversario e alla morsa dei 4-4-2 che fioriscono ovunque.

Roberto Baggio

Roberto BaggioImago

I nostri giorni: da Zidane a Pirlo

La linea di demarcazione tracciata da Rivera e Mazzola si ripresenta anche all’evoluzione del ruolo da fine anni 90 in poi. A scardinare nuovamente il tutto è una figura dirompente come quella di Zidane, l’ultimo in grado di vestire i panni del numero dieci capace sia di impostare che di rifinire e concludere. Ma per uno Zizou dotato di un fisico fuori dalla norma e di doti tecniche sublimi, vi sono mille trequartisti destinati a soccombere nei campi di provincia nonostante colpi d’alto livello. La lentezza, che fino a qualche anno prima era una dote, diventa un peccato mortale. E non resta che spostarsi. Ci sono i “nove e mezzo”, ma anche i registi. Come Pirlo, che tredici anni fa lasciava il ruolo di trequartista per divenire una sorta di quarterback davanti alla difesa. Una via di mezzo tra il metronomo e il “dieci”, del quale ha perso la forza in fase conclusiva ma ha conservato le doti tecniche e la visione di gioco. Sulla trequarti resta soprattutto spazio per i “falsi dieci”, quei giocatori che nascono centrocampisti e si piazzano dietro le linee potendo vantare buoni doti fisiche (Sneijder ne è un ottimo esempio). C’è chi si sposta sull’ala, come Ronaldinho, il primo Messi e Ozil. C’è chi arretra definitivamente sulle mezz’ali di centrocampo. Da Xavi a James Rodriguez, passando per Iniesta. Nessuno di loro può essere considerato trequartista in senso stretto. Ma alzi la mano chi non ritiene che nelle loro movenze sia rimasto qualcosa dell’antica grandezza.

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