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Da Icardi a Dzeko: essere attaccanti oggi, se il gol non basta...

Da Icardi a Dzeko: essere attaccanti oggi, se il gol non basta...

Il 08/12/2015 alle 11:21Aggiornato Il 08/12/2015 alle 11:24

Da Mauro Icardi a Carlos Bacca, passando per Edin Dzeko e Alvaro Morata: tanti protagonisti della nostra Serie A stanno mancando all'appello per ragioni di fondo difficili da capire eppure così simili tra di loro. Analizziamole caso per caso

Il caso di Icardi

Ne avevamo già parlato quando si è trattato di analizzare le prospettive dell’Inter e il quadro non sembra essere mutato con il passare del tempo. L’arrivo di Stevan Jovetic ha comportato un adattamento per Mauro Icardi, ora non più l’unico terminale dei nerazzurri. Il montenegrino è un accentratore di gioco che chiede triangoli ai compagni per andare al tiro come una prima punta. Mancini lo ha capito e, dopo averlo fatto partire da trequartista, sembra essersi orientato per l’alternanza: uno a turno tra Icardi e lui. La situazione, però, non sta giovando particolarmente e il discorso vale per entrambi. Ma, se nel caso di Jovetic si tratta comunque di un adattamento tattico richiesto a un calciatore che non nasce come prima punta, sulla posizione dell’argentino si deve obbligatoriamente riflettere. Mancini si è detto convinto che i gol per arrivare in Champions League arriveranno dal suo capitano, la realtà dei fatti spiega invece come il radicale cambiamento dell’Inter abbia lasciato Icardi orfano delle principali fonti di gioco. La presenza di trequartisti come Ljajic, Jovetic e Perisic – giocatori che partono su una fascia per tagliare dentro al campo – lo ha privato di cross (e, tra i terzini, solo Alex Telles pare in grado di rifornirlo). E, al contrario, è richiesta una maggiore presenza dell’argentino in fase di fraseggio. Lui è sempre stato abituato a segnare e a pensare alla via più breve per arrivare al gol, adesso è costretto a un cambio di prospettiva dovuto al salto di qualità operato dall’Inter. Una squadra che prima era talmente priva di soluzioni da dover obbligatoriamente giocare soltanto per Icardi e che, ora, ha velleità da grande squadra difficilmente compatibili con una sola risorsa offensiva. Su tutto, vale la frase di Mancini: “Io non alleno Icardi e Jovetic, alleno l’Inter”. E, dunque, in questo scenario Icardi sarà obbligato ad evolversi tatticamente per dire la sua.

Icardi

Dove eravamo rimasti? Le ultime reti dell’Icardi capocannoniere risalgono a Inter-Empoli dell’anno scorso e, guardando ora come giocavano i nerazzurri qualche mese fa, emerge subito una differenza evidente. Tutti i movimenti di squadra sono finalizzati a liberare al tiro l’argentino. Adesso, invece, è lui a doversi contestualizzare in una fase offensiva che può segnare quasi con ogni uomo. L’anno scorso, l’Inter chiuse il campionato con 12 marcatori diversi e nessuno in doppia cifra oltre all’argentino. Quest’anno è già a quota 11. E i cross prodotti in media a partita nel 2014-15 erano 27, adesso sono 22….

Se Dzeko gioca come Totti

Insieme a Salah, è stato il grande colpo dell’estate romanista. Eppure, Edin Dzeko ha sinora prodotto la miseria di 5 gol su 17 presenze complessive (3 in 13 di Serie A). Come mai? Prova delle difficoltà giallorosse, certo. Ma anche la testimonianza migliore di ciò che è divenuto il calcio post “falso nueve”. In altre parole, non è più sufficiente gettare nella mischia un bomber per risolvere i problemi offensivi di una squadra. È necessario costruirgli un gioco attorno. Il problema principale di Rudi Garcia è proprio questo, il non essere stato in grado di creare schemi che vadano oltre al contropiede per Gervinho. Una pochezza strutturale nella quale Dzeko è stato ridotto a mero clone tattico di Francesco Totti, un centravanti snaturato e costretto a muoversi lontano dalla porta per lanciare nello spazio i mille esterni romanisti. Aggiungete che il bosniaco non ha mai giocato da prima punta in un 4-3-3 ma che è sempre stato abituato a giocare con almeno un giocatore vicino (4-3-1-2 al Wolfsburg, 4-4-2 in nazionale e 4-2-3-1 al Manchester City) e capirete il quadro. Una serie di problemi tattici che sta rallentando oltremodo l’inserimento del giocatore nel calcio italiano. Una spirale a cui la Roma dovrà prestare attenzione, sperando che Dzeko non finisca in sabbie mobili simili a quelle di Mario Gomez a Firenze. Al contrario del tedesco, il bosniaco è integro fisicamente. Ma la testa fa tutta la differenza del mondo per un attaccante in cerca di fiducia e, dunque, meglio non scherzare con il fuoco.

Dzeko

Un’immagine che spiega bene come gioca la Roma. Dzeko deve allargarsi sulla fascia destra per fare la sponda su un triangolo chiesto da Maicon. Nello spazio che solitamente occuperebbe lui, invece, si buttano Florenzi e lo stesso terzino brasiliano. Il bosniaco ha qualità tecniche che gli permettono di sostenere anche sforzi simili, ma siamo sicuri che sia il modo corretto per sfruttarne il potenziale?

L’astinenza di Bacca

È partito forte, con 6 gol nelle prime 11 partite di campionato. Poi, però, ha frenato bruscamente. Carlos Bacca non segna dal 7 novembre e le sue prestazioni paiono in netta flessione. Come mai? Il suo problema sembra quello accusato da un infinito numero di predecessori nel passato recente del Milan, quello di una squadra ben poco propensa al gioco. Una formazione che tira pochissimo e che fatica tremendamente a muoversi negli spazi ristretti in quanto priva di qualità tra centrocampo e attacco. Il 4-3-3 è finito ben presto per isolare eccessivamente la prima punta, ma anche il 4-4-2 con Mbaye Niang non è riuscito a svegliare Bacca. Che, al contrario, aveva dato interessanti riscontri dai primi tentativi di coppia con Luiz Adriano. Nel caso dell’ex Siviglia c’è poi l’aggravante atletica dovuta all’incessante lavoro in fase di non possesso che il giocatore si sobbarca. Così come una considerazione tattica da non trascurare. Siamo sicuri che sia una prima punta?

Bacca

Bacca riceve palla dalla lunetta dell’area e calcia. La maggior parte delle sue 11 conclusioni in porta in questo campionato è giunta in questo modo. Una soluzione di tiro ottima se, come contro la Sampdoria, ha spazio per concludere. Una corsia di certo non preferenziale se si pensa che – quasi sempre – il colombiano deve scartare un uomo prima di concludere. Qui non si tratta di non sapersi liberare al tiro, ma di schemi di gioco che ti portano a tirare da posizioni secondarie. E, allora, come si fa a segnare?

L’avvicendamento tra Mandzukic e Morata

Tre soli gol in 18 partite per Alvaro Morata, 6 in 16 fra tutte le competizioni per Mario Mandzukic. Aggiungete che lo spagnolo è a secco da due mesi spaccati, ma anche che il croato ha prodotto 3 gol nelle ultime 5 presenze e avrete capito che alla Juventus il sorpasso è già stato completato. Ai blocchi di partenza, Morata pareva l’unica certezza in un attacco bianconero stravolto dal mercato estivo. E, invece, lo spagnolo si è ben presto scoperto un dubbio tattico difficilmente risolvibile da Massimiliano Allegri. Inizialmente, lo ha messo in ballottaggio con Paulo Dybala nel ruolo di punta di raccordo “alla Carlos Tevez”. Poi l’esplosione dell’argentino ha finito per relegarlo a semplice alternativa d’attacco. Nel mezzo, la Juventus ha cambiato modo di giocare. È tornata al 3-5-2 e ha iniziato a sfornare cross su cross. Quelli che servono come il pane a Mandzukic. Dunque? L’errore di fondo è pensare che Morata – mobile sì, ma pur sempre prima punta – possa muoversi da secondo attaccante. Ma, con un duo che sta trovando maggiore affiatamento come quello attuale, il problema rischia di essere soprattutto per lo spagnolo. Che non è rimasto al passo dei cambiamenti della squadra e ha finito per pagare un adattamento tattico ancora scarso nonostante qualità ben oltre la norma. Ora, non resta che recuperare spazio nelle gerarchie massimizzando i minuti dalla panchina. Cosa che non è sempre accaduta in questa stagione. Altrimenti, Mandzukic farà a lui quello che lui fece a Fernando Llorente un anno fa.

Morata

Anche in presenza di Dybala e non di Mandzukic, la posizione in campo di Morata sembra essere divenuta quella di attaccante di raccordo, principalmente sul versante sinistro del campo. In questa collocazione tattica possono emergere il suo dinamismo e la capacità di portare la palla avanti per metri e metri. Difficilmente, però, gli si possono chiedere i gol segnati nella passata stagione.

Il gran ritorno di Destro

Rieccolo. Quattro gol nelle ultime quattro partite (più di quanti ne abbia segnati in sei mesi di Milan), ma soprattutto un crescendo continuo nella qualità delle prestazioni per un Mattia Destro che sembra essersi ritrovato con l’arrivo di Roberto Donadoni in panchina. Che cosa è successo? Il modulo del Bologna è lo stesso di inizio stagione, un 4-3-3 che numericamente non differisce affatto dall’atteggiamento tattico adottato da Rudi Garcia e Filippo Inzaghi (gli altri allenatori che non sono riusciti a farlo rendere al meglio nell’ultimo anno). Eppure, cambia l’interpretazione. I felsinei, come dimostrato ampiamente dal 3-2 inflitto al Napoli, adesso giocano a calcio. Pressano alto, producono un calcio collettivo in entrambe le fasi. E, dunque, hanno inserito Destro in un contesto di squadra finalmente valido e non più estemporaneo. Tutto il resto lo ha fatto la testa di un giocatore che, con la fiducia del proprio tecnico, è tornato a volare. Per un attaccante così, in caso di condizioni fisiche, l’Europeo è un obiettivo tutt’altro che fuori portata. L’aria di Bologna, dopo aver rivitalizzato Roberto Baggio, Giuseppe Signori, Marco Di Vaio e Alberto Gilardino, potrebbe aver colpito ancora.

Destro

Higuain e Kalinic: uomini giusti al posto giusto

Chiudiamo con le note liete e guardiamo ai primi tre marcatori della nostra Serie A. Gonzalo Higuain capocannoniere con 14 gol in 15 partite, Nikola Kalinic secondo al pari di Eder a quota 10 (in 14 partite per il viola, in 15 per il blucerchiato). Tre casi che valgono bene per capire le problematiche degli attaccanti nostrani. Se per il ritorno ad altissimi livelli dell’argentino valgono soprattutto motivazioni psicologiche e di gruppo (della riscossa guidata da Maurizio Sarri si è già scritto abbastanza), il croato spiega bene che cosa significhi essere un centravanti oggi. La Fiorentina non ha cambiato modo di giocare passando da Vincenzo Montella a Paulo Sousa. Ma, a differenza del biennio precedente con Mario Gomez, ha un terminale offensivo adatto alle caratteristiche della squadra. Un polivalente come Kalinic, in grado di giocare con la palla tra i piedi e di colpire di testa, di muoversi nei 25 metri così come in area. Un giocatore che sa fare fronte da solo e, con il proprio movimento senza palla, crea spazi determinanti per non rendere prevedibile la fase offensiva gigliata. L’uomo giusto al posto giusto, così come Higuain a Napoli e così come Eder fino all’arrivo di Montella a Genova. Perché sì, Walter Zenga avrà sbagliato molte scelte, ma aveva visto giusto portando il brasiliano nel ruolo di prima punta. Ora, invece, gli viene chiesto di sacrificarsi maggiormente per Luis Muriel o Antonio Cassano. E, inevitabilmente, il rendimento suo (e della Sampdoria) è sceso.

Kalinic

Il gol di Kalinic contro la Sampdoria. Il croato segue l’azione sviluppatasi da una rimessa laterale. Si muove per andare a ricevere il pallone e detta il triangolo a Ilicic. Poi va a ricevere in area, e conclude da bomber vero. Opportunista quando serve, tremendamente utile allo sviluppo del gioco in tutte le altre circostanze. L’uomo giusto al posto giusto, ma anche l’emblema di ciò che è richiesto ora a una prima punta.

Le conclusioni

Pochi giorni fa Hernan Crespo, parlando dei migliori attaccanti al mondo, sottolineava come “ai suoi tempi” uno come Luis Suarez sarebbe stato considerato una seconda punta e non un attaccante centrale. Vero, verissimo. Almeno quanto è vero che, nella Serie A dei nostri giorni, non ci sono più centravanti come lui e Gabriel Omar Batistuta. Ma non solo. Sono progressivamente scomparse anche le seconde punte e i trequartisti autentici (l’unico erede del ruolo nelle venti di A è Riccardo Saponara). Sono fioriti quasi ovunque 4-3-3 imbastiti di esterni d’attacco obbligati a un incessante lavoro in fase di non possesso, alle volte più interessati a quello che alla rifinitura. E, così, le prime punte sono quasi costantemente abbandonate a se stesse. Il risultato è stata la progressiva estinzione dei bomber tradizionali, ma anche degli attaccanti che vivevano esclusivamente per il gol. Se una volta esisteva il calcio delle specializzazioni (l'ala, l'ala tornante, lo stopper, ma soprattutto il trequartista e il centravanti d'area), adesso siamo nell'epoca della polivalenza. Non si può più vivacchiare sul gol segnato, si deve aggiungere molto altro al proprio gioco. Di conseguenza, gli scenari per i centravanti sono due. O finiscono per riciclarsi in provincia, lì dove possono ricoprire il ruolo di unica soluzione offensiva, come capitato a Luca Toni, re del gol nella passata stagione. O, altrimenti, sono costretti a evolversi, a completarsi e muoversi costantemente. Come probabilmente dovrà fare anche l’altro capocannoniere dello scorso campionato, quell’Icardi da cui è iniziato questo approfondimento. Essere attaccanti oggi è anche questo. Vivere per il gol, ormai, non basta più.

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