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Lavagna tattica: da Guardiola a Paulo Sousa, alla scoperta del DNA dei grandi allenatori

Da Guardiola a Paulo Sousa, alla scoperta del DNA dei grandi allenatori

Il 17/11/2015 alle 14:19Aggiornato Il 17/11/2015 alle 14:28

Proviamo a capire se c'è una corsia preferenziale per diventare un tecnico di alto livello, iniziando con la carriera da giocatore, il ruolo avuto in campo e la storia di chi ha rivoluzionato il gioco senza essere mai stato un calciatore professionista

Non è un discorso da bar, nemmeno un tema propriamente da “lavagna tattica”. Semmai, è il tentativo di rispondere a una domanda che, di tanto in tanto, balena nella testa di addetti ai lavori e appassionati. Qual è il percorso migliore da seguire se si vuole diventare un allenatore? Meglio essere stato un grande calciatore o non aver mai raggiunto il professionismo? È preferibile aver avuto alle spalle una carriera da centrocampista o da difensore? Insomma, nel DNA di un giocatore esiste già qualcosa che possa farci pensare a un suo futuro da tecnico? Proviamo a rispondere.

Il pensiero di Sir Alex Ferguson

Lo studio nei cinque campionati europei

Per mettere insieme un po’ di numeri, abbiamo esaminato il passato dei 98 allenatori in sella alle panchine dei cinque maggiori campionati europei (Bundesliga, Liga, Ligue 1, Premier League e Serie A). Il ruolo più ricorrente è quello del centrocampista, presente nel 39,8% dei casi, seguito a ruota dagli ex difensori con il 36,7%. Al terzo posto gli attaccanti con il 14,2%, poi il vuoto. E, in questo caso, la sorpresa è notare come attualmente gli allenatori senza un passato da calciatore professionista siano il doppio rispetto a quelli che in carriera hanno fatto i portieri (6 a 3). Una spiegazione? Quello dell’estremo difensore è storicamente il ruolo più specializzato (soltanto da pochi anni gli staff si stanno arricchendo di specialisti di fase difensiva e offensiva) e comporta una carriera da tecnico differente. Che, nella maggior parte dei casi, coincide con un percorso da preparatore dei portieri. Il dato, però, resta. Così come non si può trascurare una differenza che ha del clamoroso. In Bundesliga, Liga e Serie A, gli ex centrocampisti vanno per la maggiore con un certo distacco sui difensori (in Italia e Spagna sono il doppio). L’esatto opposto di quanto accade in Premier League, lì dove gli ex difensori sono addirittura al 70%. Che sia ancora un retaggio della vecchia Premiership?

Il passato degli allenatori nei big five europei
Il passato degli allenatori di Serie A

Non tutti i numeri possono stupire

Il dominio di difensori e centrocampisti, in fondo, potrebbe avere innanzitutto una spiegazione puramente quantitativa. Se si guarda alla rosa di una squadra di calcio, infatti, quei due ruoli sono nettamente in maggioranza per presenza numerica rispetto ad attaccanti e portieri. Per questo, c’è da stupirsi soltanto in parte se il 76,5% dei tecnici europei ha un passato in quelle posizioni. Semmai, il quadro muta leggermente se si elimina dal confronto la già citata Premier League. I tecnici con un passato da centrocampisti passano dal 39,8 al 46,1% e, contemporaneamente, i difensori scendono dal 36,7 al 28,2%. Il primato di chi ha un passato nelle zone centrali del campo si rafforza e conferma la sensazione che stare in mezzo possa aiutare a capire il gioco meglio degli altri. Un tesoro autentico per la carriera da allenatore. Qualche esempio viene dalla Serie A attuale, dove militano ex registi come Massimiliano Allegri e Paulo Sousa. Ma il più lampante dei casi è ovviamente Pep Guardiola, metronomo del Barcellona di Johan Cruijff e poi inventore del “centrocampo totale”. Molti dei nuovi tecnici sono reduci da una carriera passata in mezzo al campo e viene da pensare che, in futuro, sempre meno avranno trascorsi da difensori. E la progressiva scomparsa di un ruolo come quello del libero, che ci ha regalato grandi allenatori partendo da Marcello Lippi e arrivando ad Arsene Wenger, potrebbe esserne la causa. Quel ruolo, così come quello del regista attuale, associava controllo del gioco a leadership morale del gruppo. Doti indispensabili per un grande allenatore.

Il pensiero di Arrigo Sacchi

Conoscenze, leadership e buonsenso

Fino ad ora abbiamo osservato il quadro attuale. Se guardiamo alle nostre spalle, però, possiamo forse trovare la risposta definitiva. Nella lista degli allenatori più vincenti del nostro calcio emergono i nomi di Carlo Ancelotti, Fabio Capello, Nereo Rocco e Giovanni Trapattoni. Tutti con un passato da centrocampisti, uno solo con trascorsi da regista (Capello). Qualcosa vorrà dire. Ed è indubbio che una carriera in mezzo al campo finisca per allargare gli orizzonti tattici di un uomo, ma anche quelli tecnici e umani. È un ruolo che richiede grande equilibrio, lo stesso che è indispensabile nella gestione del gruppo e delle scelte per un allenatore di alto livello. Un’assonanza fin troppo facile. Almeno quanto è da evitare una tipizzazione indebita. Pensare che chi è stato difensore tenda soprattutto a coprirsi (guardate la carriera di Andrea Mandorlini) e che chi viene da un passato di attaccante diventi necessariamente un offensivista (Sir Alex Ferguson, tanto per citarne uno). Una regola, in sostanza, non esiste. Ma esistono carriere da calciatore nelle quali si sviluppano maggiormente le tre doti citate: conoscenza del gioco, leadership e buonsenso. E, queste, fanno la fortuna di ogni allenatore.

I 10 allenatori più vincenti all-time
Il pensiero di Cesare Prandelli

Ma per rivoluzionare serve un eretico

E come la mettiamo con chi non ha avuto alle spalle una carriera da calciatore professionista? Secondo Cesare Prandelli, gli unici in grado di rivoluzionare realmente il gioco negli ultimi trent’anni sono stati tecnici senza un passato da giocatore: Arrigo Sacchi e José Mourinho. Lo stesso Maurizio Sarri, che non è andato oltre la Serie D quando indossava gli scarpini, sembra concordare sottolineando come la mancanza di un grande passato sia utile a scardinare alcuni cliché pallonari. Che sia il pressing sacchiano o il calcio neuronale mourinhano, è indubbio che vi sia qualcosa di machiavellico (il “Principe”, del resto, si basa sull’idea che giudicando da lontano si possano capire meglio le vicende politiche) in questa interpretazione. Almeno quanto è innegabile che, molto spesso, l’eretico finisca per tradursi in un estremista. Troppa tattica, troppa attenzione alle mosse dell’avversario e, spesso, scarsa conoscenza delle dinamiche di uno spogliatoio. Sacchi esauriva se stesso, Mourinho spreme troppo in fretta le proprie squadre. Ma, di certo, è molto più facile quantificare il contributo dei tecnici senza un grande passato rispetto a quello di chi è stato un fuoriclasse in campo. Partendo da Pelé e Diego Armando Maradona e arrivando sino a Michel Platini e Marco van Basten, non si trovano tracce di rilievo. Ora ci sta provando Zinedine Zidane, in passato l’unico ad esserci riuscito davvero è stato il già citato Cruijff. Caso più unico che raro. La spiegazione, forse, arriva da un grande coach come Phil Jackson: “Allenare non è solo divertimento. A volte non importa quanto tu sia una brava persona, perché dovrei comportarti da s*****o. Non puoi fare l’allenatore se hai bisogno di piacere a tutti”. Il vero problema dei fuoriclasse.

Il pensiero di Maurizio Sarri
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