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Marcelo Bielsa verso la panchina della Lazio, ecco chi è il Loco

Marcelo Bielsa verso la panchina della Lazio, ecco chi è il Loco

Il 17/06/2016 alle 09:47

Dice che gli allenatori non contano nulla, ma crede fermamente nella tattica e nel lavoro sul campo. Non guarda mai in faccia i giornalisti, non concede interviste e non accetta compromessi. Anche a costo di attaccare pubblicamente le scelte del club che allena. Tutto quello che devi sapere su un tecnico più unico che raro.

La Lazio ha scelto Marcelo Bielsa per la panchina. Ma chi è il tecnico argentino? Per raccontarvi il personaggio del Loco, vi riproponiamo un articolo a lui dedicato dopo i suoi primi mesi di lavoro a Marsiglia, nell’autunno 2014.

“Quarto potere” è un film girato nel 1940 da Orson Welles. L’idea attorno cui ruota è cercare di capire il significato dell’esistenza di Charles Foster Kane, magnate dell’editoria, attraverso le ricostruzioni postume di chi lo ha conosciuto. Ognuno ne offre una visione differente, raccontandone un’angolatura personale, provando a spiegare perché quell’uomo – incapace di vivere se non alla propria maniera - avesse fatto terra bruciata intorno a sé. Ma, alla fine, si scopre come nessuno di questi fosse riuscito ad avvicinarsi al significato autentico, racchiuso nell’ultima parola pronunciata da Kane prima di morire: “Rosabella”. Rosabella non era una donna, era soltanto il nome di uno slittino che l’uomo possedeva nella propria infanzia, prima che questa gli fosse stata strappata di mano. A capire questo, però, è lo spettatore. Non chi gli stava accanto o chi su di lui si era tanto interrogato. Ecco, se dovessimo provare a spiegare il senso di Marcelo Bielsa nel calcio di oggi, arriveremmo di certo a milioni di congetture senza coglierne l’essenza. Accadrebbe qualcosa di molto simile a “Quarto potere”. Perché sì, l’argentino è un’esperienza non completamente comprensibile. E proprio per questo importante in un calcio che divora tutto in pochi istanti. Bielsa ci costringe a pensare, a interrogarci su quale sia il suo obiettivo, il percorso che ha tracciato. L’esempio dei suoi primi mesi a Marsiglia ne è la prova, forse la migliore.

" L’allenatore non conta nulla"

Marcelo Bielsa, allenatore.

Fenomenologia del Loco

Non ha mai allenato dalle nostre parti, per quanto il gruppo argentino dell’Inter fosse quasi riuscito a convincere Massimo Moratti a portarlo in Italia quando Leonardo salutò per andare al PSG. Ma la parabola di Bielsa è piuttosto nota anche a queste latitudini. Rosarino, con una carriera da calciatore mediocre conclusa a 25 anni, quando si rende conto che, nonostante qualche comparsata con il Newell’s Old Boys (sua squadra del cuore), la sua strada sia un’altra. Diventa professore di educazione fisica, poi entra nello staff del settore giovanile della “Lepra” ricoprendo anche il ruolo di scout e trovando il tempo di scovare un talento come quello di Gabriel Omar Batistuta. Nel 1990, il club lo rende l’allenatore più giovane del campionato argentino e lui, con una banda di ragazzini, vince il torneo Apertura, perde la Copa Libertadores in finale contro il San Paolo l’anno successivo e nel 1992 mette la ciliegina sulla torta del Clausura. I suoi metodi sono già chiari e gli valgono quel soprannome che non si sarebbe mai levato di dosso. A Rosario, Bielsa è diventato il “Loco”. Per chi ha lavorato con lui, la causa è nella ricerca ossessiva della perfezione sul campo di allenamento. Per chi lo ha visto dal di fuori, per quel grido “Newell’s, Newell’s” sotto la curva dei tifosi di casa nel giorno del trionfo (anni dopo, lo stadio sarebbe stato intitolato proprio a lui). Bielsa lo capisce e sente che l’Argentina può far detonare la sua passione eccessiva per il calcio, cui pensa in ogni minuto del giorno. Va così all’Atlas, in Messico, dove fa in tempo a ristrutturare il settore giovanile e pescare un certo Rafa Marquez. Passa al Club America e infine torna al Velez Sarsfield, con il quale nel 1998 vince il Torneo Clausura, suo ultimo trofeo vinto con un club. Dopo una breve parentesi all’Espanyol, infatti, riceve la chiamata che sognava da una vita e diventa ct dell’Argentina. Che porta in carrozza al Mondiale 2002, ma anche alla prima eliminazione ai gironi dal 1974. “El Loco” scoppia a piangere nello spogliatoio, commuove i suoi ragazzi. Si apre uno iato tra il Bielsa che tutti conoscevano e quello che avremmo imparato a conoscere noi. Perché l’Argentina per la prima volta si divide, lo prende di mira. E lui, dopo aver portato l’Under 23 alla prima vittoria in un’Olimpiade (2004), lascia nel bel mezzo delle qualificazioni per Germania 2006. Scompare, letteralmente. Non concede più interviste (e mai lo avrebbe fatto in seguito), sceglie il silenzio. Ingrassa sino a sfondare i 100 kg e sfoga la sua fame compulsiva di calcio, arrivando a vedere circa 30mila partite (in tv, ovvio).

Poi, nel 2007, accade qualcosa di incredibile. I giocatori della selezione cilena perdono male la Copa America. La Federcalcio locale viene rivoluzionata e il primo nome a cui pensano per rimettere ordine è il suo. Bielsa chiede due milioni di dollari di contratto all’anno per sé e il suo staff. Quando la richiesta viene accettata, capisce che può ripartire. E ripresenta al mondo un altro uomo. Fermamente composto nonostante indossi in ogni occasione una tuta sportiva. Risoluto nel mettere a freno la propria follia, così come determinato a chiudersi alle infiltrazioni dei media. Va a vivere nel centro sportivo di Juan Pinto Duràn e lo blinda (letteralmente) impedendo l’ingresso ai giornalisti (l’unica conferenza stampa che vi terrà sarà quella dell’addio, nel febbraio 2011). Ma non è paranoia, non è solo ossessione. È la semplice consapevolezza che, come lui fa spiare l’avversario di turno, anche la sua squadra verrà spiata. “El Loco” ribalta il Cile, costruendo una macchina calcistica fondata sull’amato 3-3-1-3, una squadra capace di battere per la prima volta l’Argentina in una partita ufficiale, di qualificarsi al Mondiale da seconda del raggruppamento sudamericano e di arrivare sino agli ottavi in Sudafrica (3-0 per mano del Brasile). Un trionfo, che finisce il giorno in cui Bielsa vede cambiare gli equilibri in federazione. Si dimette, resta fermo qualche mese. Poi riparte dall’Athletic Bilbao. Un altro universo parallelo, dove riesce a conquistare al primo colpo una finale di Coppa del Re e una di Europa League perdendole entrambe contro Barcellona e Atletico Madrid. Per poi chiudere soltanto un anno dopo, al termine di una stagione intossicata dalla polemica cessione di Javi Martinez, dall’esclusione del futuro parametro zero Fernando Llorente e da una questione che non avrebbe cittadinanza altrove se non nel folle mondo di Bielsa. Quella relativa ai lavori per la ristrutturazione del centro di allenamento (per il suo metodo più importante del nuovo San Mamés che sarebbe nato di lì a poco), che portò – a causa di una sua conferenza stampa di circa un’ora - a tensioni con la società sin dall’estate 2012. Quattro titoli in 24 anni di carriera e nessuno negli ultimi dieci. Eppure Bielsa incanta e ha ripreso a farlo dallo scorso luglio, quando si è insediato in un altro mondo a parte, quello dell’Olympique Marsiglia. Perché c’è chi guarderà i risultati nell’immediato e non lo riterrà mai un grande. Ma c’è anche chi osserva il suo lavoro sui giovani, la cura del gioco e il modo in cui soppesa le parole in ogni conferenza stampa. E pensa che quell’uomo venuto da un altro tempo e da un altro mondo sia merce rara per il nostro calcio. Da preservare.

Quando Bielsa era “El Loco” per davvero

" Se non avesse amato il club, Bielsa se ne sarebbe già andato"

Kyril Louis-Dreyfus, figlio dell’azionista principale dell’Olympique Marsiglia.

Il luogo: Marsiglia

Se Bielsa è un personaggio misterioso e intrigante, che dire dell’Olympique Marsiglia? Tornato campione di Francia dopo 18 anni (il crac Tapie, la retrocessione e tanta acqua sotto i ponti…) sotto la guida di Didier Deschamps nel 2010, la proprietà del club si è accorta di aver fatto il passo più lungo della gamba. Il fattore scatenante è la morte prematura di Robert Louis-Dreyfus nel 2009, numero uno della Adidas che tredici anni prima aveva salvato la società e ne aveva fatto un veicolo di promozione del marchio sfruttando la contrapposizione al PSG marchiato Nike. Attualmente, l’OM è controllato dalla vedova Margarita con la supervisione del figlio sedicenne Kyril. La gestione ordinaria è però affidata a Vincent Labrune, presidente ed ex responsabile della comunicazione della famiglia Louis-Dreyfus. L’obiettivo dell’ultimo triennio è stato il contenimento dei costi, un certo lavoro con i giovani. Ma tutto è franato di colpo durante la stagione scorsa, quando gli zero punti ottenuti nel girone della morte di Champions League (contro Arsenal, Borussia Dortmund e Napoli) hanno messo fine alla gestione di Elie Baup, costringendo il direttore sportivo José Anigo a sedersi in panchina per chiudere la stagione con un misero sesto posto. I soldi scarseggiano, ma Labrune ha il colpo di genio e chiama Bielsa, fermo da un anno. L’argentino si presenta alla Commanderie, il centro sportivo dell’OM, si incontra con la vedova Margarita e l’accordo si trova fin troppo in fretta. Il due maggio scorso l’annuncio. “El Loco” ha firmato un biennale. L’immediata conseguenza? La soppressione della carica di direttore sportivo, con buona pace del salvatore della patria Anigo.

Bielsa arriva a Marsiglia, per i giornalisti neanche una parola

" Il presidente ha preso con me degli impegni che sapeva di non poter mantenere. La realtà che mi tocca affrontare, se presentata sinceramente, la accetto. Diversamente, mi ribello. Ho saputo dell’acquisto di Doria quando è venuto qui a fare le visite mediche. Nessuno dei giocatori che sono arrivati all’OM è stato scelto da me. Io avevo proposto dodici opzioni che non si sono realizzate. Avevo fatto i nomi di Jara, Manquillo, Isla, Montoya, Coke, Ocampos, Rekik, Aurier, Tello, Mede e Stambouli. E di questi non è venuto nessuno"

Marcelo Bielsa, 4 settembre 2014.

Gli inizi, la rottura sfiorata e l'esplosione

Dopo i patimenti della scorsa stagione, il tifo caldo dell’Olympique è tornato a sognare soltanto immaginando di vedere in panchina Bielsa. Il nome del tecnico, però, copre un mercato in sordina. Se ne va a parametro zero Souleymane Diawara, Jordan Ayew passa al Lorient per 4 milioni di euro, l’ingaggio pesante di Morgan Amalfitano viene piazzato al West Ham per 1 milione e quello fuori portata del nazionale Mathieu Valbuena diventa della Dinamo Mosca per 7. Bielsa, che debutta davanti ai microfoni soltanto l’8 agosto (vigilia del debutto in campionato, 3-3 a Bastia) e non viene mai presentato ufficialmente, non si arrabbia per questa cessione illustre. Prende la parola il 4 settembre, a mercato chiuso, e non le manda a dire all’indirizzo del presidente Labrune: “Aveva preso degli impegni e non li ha mantenuti”. L’oggetto del contendere sono la cessione del difensore Lucas Mendes all’El Jaisch (5 milioni di euro) e l’arrivo dei soli Romain Alessandrini (5, dal Rennes), Michy Batshuayi (6, dallo Standard Liegi), Abdelaziz Barrada (4,5, Al-Jazira), Saldanha (prestito, Ponte Preta) e soprattutto Doria (6, Botafogo). “Non sono nomi che ho scelto io – ha detto Bielsa – perché non li ho mai visti giocare. Di Doria ho saputo quando l’ho visto alla Commanderie, mentre stava facendo le visite mediche”.

È il gelo. “El Loco”, senza mai alzare la testa, ha bucato lo schermo. I media francesi impazziscono, si arriva a parlare di dimissioni e di esonero. Labrune, il grande imputato, però non risponde. Lo lascia fare. Doria, che si lascia sfuggire un tenero “ma a me avevano detto che Bielsa mi voleva”, non gioca nemmeno un minuto nonostante sia stato inseguito da mezza Europa. “Si allenerà con quelli della sua età”, si limita a chiosare il tecnico. Che lo lascia in dote al settore giovanile, relegandolo al ruolo di capro espiatorio per colpe non sue. Intanto, però, questa bomba partorisce un’esplosione sul campo. Partito con un punto in due partite (ko interno con il Montpellier alla seconda), l’OM si mette in marcia e porta a casa sette vittorie consecutive segnando 20 gol e subendone soltanto due. Va alla sosta con 7 punti di vantaggio sul PSG terzo e 5 sul Bordeaux secondo. E France Football, che a metà agosto si chiedeva in prima pagina chi comandasse a Marsiglia, inizia a interrogarsi se la “Loco-motiva” potrà davvero togliere lo scettro a Ibra e compagni.

Quando Bielsa parla, pesa le parole. Ma sono comunque bordate

" La disciplina di Bielsa fonde generosità e protagonismo, umiltà e coraggio, riflessione e sforzo, disciplina e ribellione. Forze contrarie che se si uniscono sinergicamente per raggiungere il risultato, possono produrre cose fantastiche."

Alex Marvel, esperto di coaching.

Il metodo, il gioco e lo stile

Alessandrini a parte (comunque ha iniziato da titolare soltanto le prime due uscite), l’OM titolare della stagione attuale è quello dell’anno precedente senza Valbuena. I giocatori sono gli stessi, il gioco è completamente differente. Bielsa ha ereditato una squadra svuotata, distrutta dagli egoismi intestini di un gruppo che aveva come unico obiettivo quello di entrare nella lista dei 23 di Deschamps e che dunque aveva cessato di essere tale. Una squadra brutta e sfortunata, come testimonia l’episodio di Steve Mandanda, andato vicinissimo a divenire tetraplegico dopo un infortunio raccapricciante rimediato nell’ultima di campionato contro il Guingamp. Ha perso il Mondiale, ha ammesso di avere paura a giocare. Ma quest’anno non ha saltato un minuto, tornando a dare la sua mano agli equilibri dello spogliatoio. La cessione di Valbuena, in pessimi rapporti con Dimitri Payet, da questo punto di vista ha aiutato. Il resto, è merito del “Loco”. I simboli del lavoro del nuovo tecnico sono tre, uno per reparto. Nicolas N’Koulou, tornato a essere il difensore che Rafa Benitez avrebbe voluto portare a Napoli. Giannelli Imbula, maturato di colpo a 22 anni. E, soprattutto, André-Pierre Gignac. Che nelle prime 8 partite ha già segnato più della metà dei gol della stagione precedente (9 contro 16), ha perso otto chili ed è il vero motore offensivo della squadra. Non sta mai fermo, ma al momento opportuno si fa sempre trovare lì per colpire. Il segreto, neanche a farlo apposta, pare essere il lavoro estenuante imposto da Bielsa.

Che ha esteso le sessioni video sino a far scalare la pausa pranzo al primo pomeriggio, chiede una ripetizione ossessiva di alcuni automatismi. E, in campo, ha saputo dimostrare una certa duttilità. Il 3-3-1-3 si è ben presto trasformato in un 4-2-3-1 nel quale però tutti gli effettivi accompagnano la manovra, con sovrapposizioni, gioco di prima e tanto sacrificio. Vederli correre così fa dubitare che possano reggere a lungo. Eppure, il Marsiglia vive un autentico stato di grazia creato da un personaggio atipico, conoscitore di ogni lato del gioco. Un uomo che si può svegliare di colpo alle quattro del mattino per tornare a visionare aspetti strategici dell’avversario, che nel suo ufficio non si fa mancare ogni supporto tecnologico utile a conoscere qualcosa in più. Un santone insolito. Che fa della disciplina, del rigore e dell’umiltà i cardini del proprio lavoro. Senza dimenticare mai il calore umano che lascia trasparire al gruppo nonostante si affidi ancora a un traduttore ed eviti accuratamente di parlare in francese. Eppure, è bastato che uscisse dalla sua bocca un “caramba” come esclamativo per una bella giocata di Djédjé per entrare nel cuore di un giocatore in rampa di lancio. E’ stato sufficiente vederlo assistere alle partite seduto sulla valigia delle bottigliette d’acqua per pensare che altro non sia che questo. Un grande uomo di campo. Dategli una squadra disposta a seguirlo, la renderà qualcosa di molto simile al calcio che vedete sulla Playstation e da nessuna altra parte, tenetevi il resto.

Il lato ossessivo del Loco: l’allenamento

" Sono uno specialista di sconfitte"

Marcelo Bielsa, parlando a una conferenza per manager aziendali.

I dubbi

Bielsa splende, il suo Marsiglia insegna calcio. Ma non tutti sono convinti che questa squadra priva di impegni nelle coppe europee potrà arrivare sino in fondo. C’è chi sottolinea che il prossimo inverno se ne andranno in Coppa d’Africa due certezze difensive come Nkoulou e Brice Dja Djédjé, ma anche Alaixys Romao, Barrada e André Ayew. Mezza squadra o quasi, anche perché se il club si ostina a inserire in rosa 26 giocatori, Bielsa ne allena circa 18 (i giovani con i giovani…). Chi tiene bene i conti, si dice convinto che il taciturno Labrune abbia ancora da risolvere le situazioni relative a cinque giocatori che si svincoleranno a giugno (Ayew, Cheyrou, Fanni, Gignac e Morel). Chi guarda al campo, è convinto che prima o poi qualche allenatore di Ligue 1 troverà il modo di infilare Bielsa passando per quelle fasce che non sono mai troppo coperte in fase difensiva. O, magari, isolando Imbula in mezzo al campo come contro il Montpellier. Infine, c’è chi come l’ex Rolland Courbis pensa che l’OM potrà fare un sol boccone di tante medio-piccole. Ma che quando incontrerà il Lione il 26 ottobre e il PSG il 9 novembre, la musica cambierà: “Basta un pareggio al Parco dei Principi e torneranno a Marsiglia in pullman”. Il precedente dell’anno scorso, in effetti, può inquietare. Dopo 8 giornate l’OM aveva soltanto due punti in meno rispetto a quest’anno (17 contro 19, adesso è a 22), ma alla nona perse contro il PSG. E iniziò il crollo. Basterà il Loco a evitare che la storia si ripeta?

Nel dubbio, i tifosi dell’OM hanno già deciso con chi stare

" Il valore della squadra verrà fuori soltanto quando giocheremo contro dei grandi club"

Marcelo Bielsa, dopo la vittoria per 5-0 sul campo dello Stade Reims.

Le prospettive

La vera inquietudine è stata forse generata da un’altra conferenza stampa di Bielsa, poco dopo che si erano calmate le acque. “Non riesco a pensare al prossimo anno, il mio impegno qui è stato preso per una stagione sola”, ha dichiarato a metà settembre contraddicendo l’annuncio iniziale del club, che sosteneva e sostiene di averlo messo sotto contratto sino al 2016. Quel che è innegabile è che, per le qualità dell’uno e dell’altro, ma anche per i demeriti di tutte le parti in gioco, si sia venuto a creare un ambiente esplosivo. Sul campo e fuori, in allenamento e in conferenza stampa. Per Alex Marvel, esperto di coaching, la contrapposizione di questi opposti è uno dei cardini del tanto sbandierato metodo Bielsa. Se questo è vero, scopriremo ben presto se potrà dare frutto anche in Francia. Ma, ne siamo certi, nemmeno questo basterà a rispondere a tutte le nostre domande, a spiegare il mistero del “Loco”. L’uomo del popolo che lotta in prima linea con il popolo cileno dopo un tragico terremoto per alcuni. Per altri, l’imbonitore dei tifosi che si mette pubblicamente contro una dirigenza per cancellare i propri insuccessi. Un genio maledetto del calcio che semina ovunque vada senza poter raccogliere, un idealista convinto e convincente o forse un uomo che addossa agli altri le proprie colpe (a proposito, chiedere a Pierluigi Casiraghi che dovette subire le sue ire per aver vinto ai danni dell’allora ct cileno il Torneo di Tolone 2008). Un supereroe in tuta Adidas o forse soltanto un personaggio al di fuori del proprio tempo nel quale gli ossessionati del pallone ripongono eccessive speranze. Il quarto potere di Bielsa è proprio questo. Non ci guarderà mai in faccia per svelarcelo. Toccherà sempre a noi mettere insieme i pezzi del puzzle. Ma ognuno di noi ne serberà il suo ricordo. Intanto, a Marsiglia pare che lo abbiano già ribattezzato il “Magico”. Esattamente l’aggettivo che Welles attribuiva al cinema, straordinario strumento di incantevoli illusioni.

Bielsa, l’uomo che sa trasformare un sorriso in un evento

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