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Il derby di Roma si è adeguato alla «riscossa» degli 0-0. E così, tutto come prima

Il derby di Roma si è adeguato alla «riscossa» degli 0-0. E così, tutto come prima

Il 16/04/2018 alle 07:11Aggiornato Il 16/04/2018 alle 07:22

Non è mancata la quantità, è mancata la qualità, salvo in casi isolati: le due squadre hanno provato a vincere, ma le coppe lasciano sempre strascichi ambigui.

E’ stato un derby di grandi cozzi e spericolate rincorse, un derby come la tradizione offre spesso alla pancia dei tifosi. La Roma aveva giocato martedì, la Lazio giovedì: si è visto poco. Di Francesco si era mangiato il Barcellona. Inzaghi si era fatto mangiare dal Salisburgo, perché sì, il nostro calcio è proprio esagerato: elimina Messi e si fa eliminare da una squadra austriaca battuta 4-2.

Può essere che a condizionarne il coraggio, abbia contribuito il pari dell’Inter a Bergamo. Si trattava di una tappa cruciale, una foratura l’avrebbe resa sportivamente «drammatica». E allora, precedenza ai calcoli, al carattere.

Era partita forte la Lazio, piano piano ha preso quota la Roma. All’andata aveva vinto la Magica, 2-1, ma non può essere solo un caso se, dopo 32 giornate, sono entrambe lì, terze, un punto sopra l’Inter. Le coppe, di solito, lasciano strascichi ambigui. Di Francesco chiedeva conferme, Inzaghi esigeva riscatto. Sul fronte Roma, la difesa era a tre, come in Champions, ma così alta, così ardita da rendere spasmodica ogni palla lunga verso Immobile. I molti fuorigioco testimoniano di una precisione che, per quanto «svizzera», temo non abbia del tutto liberato il cuore dei tifosi romanisti dalla prigionia della tensione, delle montagne russe.

Non è mancata la quantità, è mancata la qualità, salvo in casi isolati: come il tocco con il quale Nainggolan aveva smarcato Bruno Peres e questi timbrato il palo. Molto ha lavorato Felipe Anderson, senza però la fantasia che dovrebbe lucidarne i dribbling. Idem Milinkovic-Savic, più cornice che quadro. Non si può dire che Lazio e Roma non abbiano cercato di vincere. Le fasi difensive hanno strozzato la manovra, rari i tiri degni di passare alla storia, come pure le parate di Strakosha e Alisson. Immobile e Dzeko mendicavano munizioni: il capo-cannoniere, buttandosi negli spazi; il bosniaco, lavorando di sponde e imboscate.

La scossa sarebbe potuta arrivare dai cambi e invece no: mulinelli di polvere, valichi intasati, ruvide sportellate. Mai una scintilla, sempre e soltanto il borbottio di una pentola. In fin dei conti, un pareggio costituiva il male minore. Tutto rimane, così, sul filo, la Roma sospesa fra due Champions, una sul campo e l’altra in classifica, la Lazio senza più l’Europa League con cui allargare i sogni, l’Inter senza coppe da agosto.

In alcuni scorci la velocità era tale che pochi alluci riuscivano a domarla sul piano del nitore, della precisione. Da derby d’antan sono stati gli ultimissimi fuochi, accesi dall’espulsione di Radu: un’occasione per Marusic, un volo di Strakosha, una traversa per Dzeko. Ai punti, se consideriamo i due «legni», più Roma che Lazio. Si vede che era destino: eccesso di zero nella giornata degli 0-0 (ben cinque). I confronti diretti premiano la Roma sulla Lazio e l’Inter sulla Roma: sono piume che in una volata potrebbero pesare.

Le vostre considerazioni?

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