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VAR al giro di boa: tutto quello che non sta funzionando nella sperimentazione

VAR al giro di boa: tutto quello che non sta funzionando nella sperimentazione

Il 08/01/2018 alle 11:58Aggiornato Il 08/01/2018 alle 12:04

Le polemiche arbitrali delle ultime settimane rendono necessaria una nuova analisi della sperimentazione iniziata in Serie A lo scorso agosto: se il designatore arbitrale Rizzoli dovrà per forza di cose coordinare meglio i propri uomini, è indispensabile anche un salto di qualità nella narrazione dei fatti.

Mai sosta fu più opportuna. Prendersi un weekend di pausa a metà gennaio sarà anche insolito. Ma, visto l’andazzo preso dalla gestione arbitrale nelle ultime settimane, viene da pensare che sia giunta l’ora di fermarsi e riordinare le idee. Dalla direzione di Mariani in Crotone-Napoli fino a quella di Calvarese in Cagliari-Juventus, passando per Doveri nel derby della Mole. L’ultima settimana ha riacceso le polemiche sull’utilizzo della VAR, avvicinandoci pericolosamente al punto di non ritorno. È giunta l’ora di tirare un bel respiro e analizzare il quadro con la massima oggettività possibile, sperando che il designatore Nicola Rizzoli riesca a restituire una certa coerenza al metro arbitrale dei suoi. Dal nostro punto di vista, invece, cerchiamo di spiegare quello che non è funzionato in queste prime venti giornate di VAR.

Il primo problema: idealizzare la tecnologia

Già dalle premesse, si poteva intuire quanto fosse rischioso introdurre in un paese a basso tasso di cultura sportiva un supporto simile. Il primo errore, inevitabilmente, è divenuto quello dell’eccessivo entusiasmo. Di chi si era ottimisticamente convinto che la sola introduzione della VAR bastasse per rendere gli arbitri immuni dall’errore, come se si stesse entrando in una sorta di Grande Fratello orwelliano destinato a liberarci da anni di soprusi arbitrali. Sarebbe bastato spiegare attentamente quale sarebbe stato il funzionamento del supporto tecnologico per mitigare il fermento. Qui, le colpe vanno equamente ripartite tra una categoria giornalistica più attenta alla pancia che al cervello del lettore-tifoso e una classe arbitrale ancora troppo refrattaria alla divulgazione. Da qui ad arrivare alle due barricate, il passo è stato breve. Chi tifava per la VAR come grimaldello per un anno in stile 1984/85, con Verona primo e Torino secondo (una stagione falsamente passata alla storia come l’unica con il sorteggio arbitrale integrale), si è entusiasmato per i due rigori nelle prime due giornate fischiati contro la Juventus. Le reazioni bianconere e la loro interpretazione hanno fatto il resto. Nel giro di pochi giorni, la semplificazione indebita ha portato all’illusione che essere juventini significasse essere anti-VAR e viceversa. Un errore strutturale riemerso drammaticamente nell’ultima settimana. Liberarsene in fretta costituirebbe un notevole passo in avanti per accedere a una critica che entri nel merito tecnico e si liberi dai vincoli delle tifoserie.

Il secondo problema: narrazione e percezione

Che si potesse fare ricorso alla VAR soltanto in alcuni episodi (rigori, gol-non gol, espulsioni e scambi di persona), lo si sapeva sin dal principio. Eppure, la narrazione giornalistica lo ha spesso trascurato, finendo inevitabilmente per far percepire agli appassionati un quadro distorto degli eventi. Spesso ci si chiede: "Perché l’arbitro non ha utilizzato la VAR?”. Il tutto senza conoscere la risposta reale. Perché, in alcune circostanze, il direttore di gara potrebbe aver semplicemente sfruttato un silent check dell’arbitro VAR. Una maggiore trasparenza potrebbe aiutare, quanto meno per capire chi ha sbagliato in una determinata circostanza. Se è stato un errore legato al supporto tecnologico o semplicemente una valutazione errata dell’arbitro, come nell’occasione del mani di Bernardeschi a Cagliari. Se Calvarese è convinto di aver visto correttamente l’episodio e ignora il consiglio di andarselo a rivedere (commettendo un errore arbitrale), che colpa ha la VAR? Per questo, rendere pubblici in diretta i dialoghi tra i direttori di gara potrebbe essere utile a una maggiore comprensione dei fatti. Nel rugby si fa, nel calcio non sarebbe affatto un dramma.

Il terzo problema: la taratura

Entrando maggiormente nel merito, si ha la netta sensazione che le prime venti giornate di sperimentazione siano da dividersi in due tronconi. Nel primo, molti arbitri facevano un ricorso quasi sistematico alla tecnologia. Nel secondo, sono tornati a dirigere maggiormente in prima persona, dribblando fin troppo spesso la VAR.

Rizzoli ha spesso sottolineato che la sperimentazione fallirà se ad arbitrare sarà la VAR stessa e non il direttore di gara. Giusto, giustissimo. Ma è altrettanto innegabile che sia necessario tarare e rendere meno soggettivo l’utilizzo di questo strumento. Rendere obbligatorio il ricorso alla tecnologia sui tocchi di mano in area, ad esempio. E, soprattutto, utilizzare la vecchia arma del buonsenso. Con ogni probabilità, in futuro un arbitro sarà giudicato bravo non tanto perché in grado di fiutare gli sviluppi di un’azione come accadeva a Pierluigi Collina, quanto per la sua capacità di dosare interventi in prima persona e VAR, non dimenticando mai che i replay finiscono spesso per ingigantire il minimo contatto. Il giudizio sull’introduzione della tecnologia dovrà essere obbligatoriamente sospeso fino a quando la sperimentazione non raggiungerà questo livello minimo. Sia che si voglia stroncare la VAR, sia che la si voglia promuovere a priori.

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