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John Shuster, da emarginato del curling a eroe americano: la sua rivincita da film

John Shuster, da emarginato del curling a eroe americano: la sua rivincita da film

Il 24/02/2018 alle 11:36Aggiornato Il 25/02/2018 alle 10:29

Dopo aver fallito platealmente a Vancouver e Sochi John Shuster ha trascinato la nazionale statunitense di curling a una memorabile medaglia d'oro a PyeongChang 2018, conquistata dopo aver battuto la grande Svezia di Niklas Edin in una finale che non dimenticheremo facilmente.

" The Shustering has begun!"

I maligni cinguettavano così dopo le scoraggianti performance di John Shuster – lo skip di Team USA – che avevano portato la nazionale statunitense sull’orlo dell’eliminazione. Sì perché dopo il Day 8 del torneo olimpico di curling maschile a PyeongChang gli Stati Uniti viaggiavano con record negativo di 2-4 con tanto di sconfitta umiliante contro la Svezia (4-10 senza appelli) e un ko contro gli azzurri contraddistinto dagli imbarazzanti errori dello stratega stelle e strisce. Sembrava di rivivere un film già visto e rivisto (azzardiamo un Ricomincio da capo con Bill Murray) con il più quotato giocatore di curling statunitense a crollare sistematicamente nel topico appuntamento a cinque cerchi e collezionare quegli errori che avevano spinto la stampa specializzata a coniare un termine ad hoc per sottolineare i suoi fallimenti…shustering, per l’appuntamento.

Vancouver, Sochi…Colossali fallimenti

Dopo l’incoraggiante e illusorio avvio di carriera olimpico – medaglia di bronzo nel ruolo di lead, ovvero colui che lancia le prime due stone di ogni end – a Torino 2006, le altre due campagne a cinque cerchi sono a dir poco fallimentari nonostante brillanti performance dei trials americani. A Vancouver 2010 i pessimi tiri di Shuster portano a un inquietante ruolino di 0-4 che convince l’allenatore a relegarlo in panchina. Team USA chiude all’ultimo posto al torneo e John Shuster è il peggior skip del torneo, quello con la percentuale più bassa di tiro. Il canovaccio si ripete quattro anni più tardi nella cornice di Sochi: la nazionale statunitense si classifica al penultimo posto con record di 2-7 (identico a quello di Vancouver) e Shuster è il secondo peggior skip. Le critiche, inesorabili e feroci, si abbattono sul classe 1982 di Chisholm, piccola cittadina del Minnesota, e la stessa federazione di curling lo sfiducia.

Shuster - Vancouver 2010

Shuster - Vancouver 2010Getty Images

Caduta agli inferi…E risalita!

Si chiama High Performance Program e di fatto è il casting che la federazione indice dopo Sochi 2014 per scovare nuovi talenti e consolidarne di già esistenti: un programma dal quale Shuster è escluso, ça va sans dire. A questo punto scatta qualcosa nella mente di John Shuster, questa sorta di archetipo dell’uomo medio della profonda provincia americana che per sbarcare il lunario lavora in un negozio di articoli sportivi e non perde occasione per gustarsi una Choppy’s Pizza: punto nel vivo, John perde 13 chili e forma una sua squadra con altri tre “reietti”. Con il nuovo team vince i campionati nazionali battendo squadre facenti parte dell’High Performance Program e soprattutto sbanca nei Trials conquistando di diritto il pass per PyeongChang 2018.

La redenzione definitiva

Torniamo dove siamo partiti con il più classico dei flashforward: sull’orlo dell’eliminazione dal torneo olimpico in Corea, Team USA si toglie lo sfizio di battere il Canada con un John Shuster finalmente extra lusso. Il ragazzone del Minnesota si commuove in diretta tv dopo la partita ai microfoni della NBC, ma i fantasmi dei precedenti fallimenti a quel punto sono completamente scacciati: la restante parte del torneo è una sorta di percorso netto con la ciliegina della torta dell’incredibile 10-7 in finale con la Svezia di Sua Maestà di Niklas Edin grazie a una memorabile mano da 5-0. Un risultato impronosticabile anche dagli addetti ai lavori più solerti: il team degli “improbabili” batte i campioni svedesi dopo aver sfangato per il rotto della cuffia l’eliminazione al round robin regalando così agli Stati Uniti d'America la prima medaglia d'oro assoluta nel curling. Sul ghiaccio di Gangneung si è materializzato un nuovo Miracle on Ice o, se preferite, l’ennesima emanazione dell’American Dream.

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