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Road to Super Bowl LII: la presentazione dei New England Patriots

Road to Super Bowl LII: la presentazione dei New England Patriots

Il 30/01/2018 alle 17:20Aggiornato Il 30/01/2018 alle 17:32

Dal nostro partner Play.it USA

Lo sapevamo tutti, chi negava stava maldestramente tentando di convincere se stesso del contrario nonostante fosse ben conscio della realtà: lo sapevamo tutti che i Patriots sarebbero arrivati al Super Bowl anche quest’anno e ciò è nel contempo terribile ed incredibile. Il 2017 non si è sicuramente aperto sotto i migliori auspici. Certo, già dopo i primi sessanta minuti di regular season la possibilità di emulare il 16-0 del 2007 -magari con un finale differente- erano già svanite, cadute sotto i colpi dell’allora sorprendente attacco di Kansas City: siamo così abituati a vederli dominare che quella roboante sconfitta contro i Chiefs ha fatto uscire di getto parole represse da anni di vittorie e consistenza. “Brady ha 40 anni”, Con quella difesa non centrano nemmeno i playoff“ ed un forse più veritiero “Senza Edelman faranno più fatica, soprattutto ai playoff”: ammetto che dopo la sconfitta con i Panthers ed il conseguente 1-2 alcuni di questi pensieri si erano insinuati nella mia testa, ma prima di dichiarare l’ora del decesso dei Patriots mi servono almeno otto sconfitte consecutive.

Momento trivia: vi ricordate i lanci di più di 15 yards del ben noto Peyton Manning nell’annata del Super Bowl? Li avete rimossi per salvare il ricordo del numero 18 come uno dei migliori passatori di sempre, vero? A quarant’anni TB12 ha fatto viaggiare il pallone per circa 9.5 yards a lancio, il numero più alto dal 2006, dodici anni fa: a quarant’anni? Com’è possibile? Se questo dato non vi ha fatto cascare per terra la mandibola non preoccupatevi, ho di meglio. Un’area problematica del gioco di Brady è stata per anni quella di estendere le giocate, in quanto nel momento in cui pensiamo a Brady forse gli appiccichiamo troppo velocemente in faccia l’adesivo di “pocket passer”: nel 2013 Tom era 30esimo per passer rating nelle giocate più lunghe di 2.6 secondi, mentre negli ultimi due anni è riuscito a scollinare sopra il 100 e prendersi la seconda posizione generale in tutte e due le occasioni. L’avrò ripetuto almeno venti volte, ma vale la pena farlo nuovamente presente: Tom Brady ha quarant’anni, tutto ciò non dovrebbe nemmeno essere immaginabile. “Ma Mattia, cosa c’entra con l’articolo questo excursus statistico?”: avete presente l’abilità dei Patriots di adattarsi e cambiare forma di cui vi ho parlato prima? Nulla esemplifica il tutto meglio di questi dati: se a quarant’anni con una mano completamente ricoperta di anelli riesci ancora a mettere in discussione te stesso ed il tuo modo di giocare, probabilmente meriti di vincere più di chiunque altro.

Non era partito bene il 2017, dicevamo, e -sempre considerando come “2017” la regular season- non si era concluso certamente nel migliore dei modi: la grana Brady-Belichick-Kraft-Garoppolo-Guerrero e chi più ne ha più ne metta aveva gettato pesanti ombre sul futuro -leggasi febbraio- di quella che molti vedono come la franchigia sportiva più solida d’America. Sappiamo che Garoppolo è diventato eroe popolare a San Francisco, sappiamo pure che ha quattordici anni in meno di Tom Brady: non è che ci sia ancora molto da dire su quel caso, ma può fornirci uno spunto interessante, in quanto per parlare di Patriots oramai serve un’immensa dose di originalità o di fantasia.

Quando si parla di questi qua, il rischio di dimenticare che il football sia lo sport di squadra per eccellenza è veramente alto, ma probabilmente ciò che ha permesso ai Patriots di arrivare fino in fondo pure quest’anno è stata proprio la difesa, also known as “gli altri undici senza Brady e Gronk”: sì, so bene che già avete presente il cambio di marcia in regular season che li ha portati dal subire più di 30 punti in tre delle prime quattro uscite stagionali a non subirne mai più di 27 nel resto della stagione, lo so io e lo sapete pure voi, ma pure in questo caso userò un po’ di fantasia -è più disperazione/paura del foglio bianco- e mi rifarò alla partita contro Jacksonville. Lo sfondo del cellulare di parecchi dodicenni di Boston.

Analogamente a quanto successo a settembre, nella prima metà di partita i Patriots sembravano sopraffatti da ogni singola chiamata avversaria, facendo apparire i Jaguars di Blake Bortles come il “Greatest Show on Turf” di Warner -pure loro battuti dai Patriots-: adattarsi e reinventarsi, dicevo. Ebbene sì, pure in quel caso il copione è stato lo stesso: dopo una partita ben lontana dal potere essere definita positiva, giustamente a fare la giocata decisiva ci ha pensato Gilmore, il sack spezza-gambe lo ha ovviamente messo a segno Harrison, la run defense ovviamente non ha più concesso nulla a Fournette e come era troppo facile prevedere New England è riuscita a mettere insieme l’ennesima rimonta che è valsa loro l’ennesimo Super Bowl.

Il mio abbondante uso di parole come “ancora” o “ennesimo” non è dovuto ad una mia scarsa varietà lessicale -beh, forse…- ma al fatto che oramai parlare di Brady, Belichick ed i Patriots in modo innovativo è impossibile, in quanto ciò che stanno facendo loro lo è altrettanto: vincere non può, non deve essere così facile e scontato, lo spettatore casuale non deve aspettarsi che sotto di due possessi contro una difesa ogni due minuti viene incensata dai commentatori come “la migliore della lega” New England uscirà ovviamente vincitrice… invece lo sappiamo.
Cari lettori, siamo davanti a qualcosa di unico nella storia dello sport, non nella storia della NFL, perciò il massimo che possiamo fare è sederci comodi, lasciare critiche e teorie del complotto fuori dalla nostra testa -andare a spiegare la vittoria sui Jaguars appellandosi alle yards e numero di penalty? Pigro!- e goderci uno spettacolo senza eguali: fra una decina di anni forse ci renderemo conto della fortuna che abbiamo avuto ad assistere alla più grande dinastia sportiva di sempre… ammesso che Brady non giochi fino ai 55!

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