Getty Images

Super Bowl 53a edizione: la presentazione dei New England Patriots

Super Bowl 53a edizione: la presentazione dei New England Patriots

Il 30/01/2019 alle 18:20Aggiornato Il 30/01/2019 alle 18:22

Dal nostro partner Play.it USA

È la terza stagione che occupo i miei vuoti esistenziali vomitando parole sul football americano su questo sito e, per il terzo anno di fila, mi occupo della presentazione della squadra che rappresenterà l’AFC all’imminente Super Bowl: sempre per il terzo anno di fila, sono costretto a scrivere qualcosa sui New England Patriots.

Non è facile mettere insieme circa millecinquecento parole, per il terzo anno consecutivo, su una franchigia che ormai ha ridefinito il concetto di vittoria e di successo di squadra nello sport nel quale -probabilmente- confermarsi è più difficile: affrontare da circa un ventennio quei mesi tritacarne di offseason in cui fra free agency, draft, infortuni e richieste contrattuali varie senza perdere mai una libbra di competitività, teoricamente, non è contemplato nel DNA di questo gioco-slash-lega.
Niente da fare, nonostante tutto e tutti l’asticella a Foxborough non si abbassa mai ed a questo punto, vista l’ostinazione dei cardini della franchigia a non salutare questo mondo nel futuro più prossimo, è lecito chiedersi se fra un anno, due o tre, saremo -io e loro- ancora qua a provare a celebrare una consistenza e concretezza mai vista nella storia dello sport.
Quest’anno, però, arrivare fino a questo punto non è stato assolutamente scontato e banale.

Patrick Mahomes, le quarterback de Kansas.

Patrick Mahomes, le quarterback de Kansas.Getty Images

In una AFC rimpolpata dallo sbarco di quarterback del calibro di Patrick Mahomes e DeShaun Watson e, non dimentichiamolo mai, dal ritorno di Andrew Luck, molti di noi settimana dopo settimana hanno iniziato a cullare timidamente la convinzione che forse, almeno quest’anno, i favoriti non fossero loro: a dire il vero, abbiamo avuto pure parecchi motivi per provare perlomeno a legittimare tale pensiero.
Vediamone qualcuno.
Il 2018 di Patrick Mahomes -anno che con tutta probabilità gli varrà l’MVP- è stato un highlight reel di giocate -e di successi di squadra- mai viste nella storia della National Football League: passaggi in grado di viaggiare per circa settanta yards fatti decollare senza la benché minima difficoltà, lanci no-look, fughe che nemmeno Russell Wilson sotto acidi sarebbe in grado di immaginare ed una disarmante mancanza di difficoltà nel leggere le difese avversarie ci avevano portato a pensare che quest’anno l’American Football Conference non fosse più cosa dei Patriots, ma dei Kansas City Chiefs.
Dicembre, normalmente, è il mese dell’anno in cui New England ricorda alla lega intera che quando conta veramente nessuno è in grado di alzare il livello delle proprie giocate come loro: prima del deciso -e decisivo- successo contro i New York Jets, in quattro partite Tom Brady aveva lanciato solamente sei touchdown a fronte quattro intercetti, uscendo dal campo sconfitto in ben due occasioni. Fra ricevitori completamente liberi mancati ed un braccio sempre meno potente e “meccanico”, le voci che lo davano come finito si sono esponenzialmente moltiplicate e, per una volta, a ragione: nulla di quanto fattoci vedere ci poteva permettere di ribattere con altrettanto convincenti argomentazioni.
La famosa Patriots’ way, o in italiano “tu dacci il tuo scarto che noi lo trasformiamo in un giocatore utilissimo ad aiutarci ad aggiungere un altro Lombardi alla nostra bacheca”, per una volta sembrava essere in dubbio: quanti di noi dopo l’ennesima sospensione all’ottimo Josh Gordon si sono chiesti come fosse possibile che i Patriots non fossero riusciti ad “aggiustarlo”?
E, soprattutto, quanti hanno millantato una carestia di ricevitori che sommata ad un Brady in “evidente calo” avrebbe dovuto esacerbare la loro “nuova futilità” offensiva e tagliarli fuori da ogni competizione per l’AFC?

Julian Edelman und Tom Brady (New England Patriots)

Julian Edelman und Tom Brady (New England Patriots)Imago

Nessuno dei “fatti” -o presunti tali- elencati sopra ha avuto importanza: i New England Patriots, ancora una volta, sono riusciti a prendere in giro la logica comune che porta avanti il macchinario NFL ed a raggiungere un altro Super Bowl.
Bolliti in attacco? Ecco a voi 78 punti in due partite ai playoff contro due ottime squadre come Chargers e Chiefs.
Difesa troppo poco brillante per contenere gli esplosivi attacchi delle squadre da playoff della conference? Nei primi tempi di entrambe le partite di questo gennaio New England ha concesso solamente sette punti, arrivati tra l’altro a causa di una busted coverage che come tutte le cose brutte a volte capita perché deve, non per altre particolari ragioni.
Gronkowski è finito? Beh, probabilmente se guardate le partite di football americano con lo spirito del fantasy owner avete anche buoni motivi per pensarlo, in quanto contro Los Angeles Gronk ha ricevuto solamente un pallone per 25 yards: per ogni fantasy owner deluso, però, c’è un Bill Belichick estasiato da una prova assolutamente impressionante per quanto riguarda il creare crateri per il running game, in quanto il suo incredibile lavoro ha permesso a Michel e Burkhead di totalizzare 141 rushing yards e quattro, provvidenziali, rushing touchdown.
E non dimentichiamoci che il semplice fatto che il numero 87 si trovasse in campo ha virtualmente tolto dalla contesa Derwin James, il miglior giocatore di Los Angeles, creando opportunità per i vari Edelman e White.

C’è un fondo di verità nell’affermare che il braccio di Brady non sia più quello di cinque-sei anni fa, ma non occorre una beautiful mind del football per capire ciò, ma un po’ di buonsenso: il ragazzo ha quarantuno anni, per Dio! Siamo progettati in quanto esseri umani per appassire con l’età e, fino a prova contraria, Tom Brady è un uomo come me o te che stai leggendo: ciò che però non dobbiamo mai assolutamente dimenticare è il fatto che -seppur non sempre- spesso grazie al lavoro della nostra testa riusciamo a compensare ogni tipo di limite fisico.
Brady non lancia più come un tempo? Bene, perché non provare a battere gli avversari in una maniera differente?
Fino a pochissimo tempo fa, affermare che i New England Patriots fossero un run first team sarebbe suonato eretico, folle e totalmente immotivato: in questi playoff, invece, a trascinarli fino al Super Bowl ci ha pensato proprio quest’aspetto di gioco spesso da loro trascurato.
Poi, se proprio vogliamo essere precisi, pure un paio di drive a la Brady di Brady hanno aiutato, ma meglio essere brevi qua, che poi qualcuno potrebbe accusarci -a ragione- di essere monotoni e prevedibili.

A permetter loro di arrivare a giocare fino a febbraio pure quest’anno ci ha pensato una camaleontica capacità di adattamento che raramente abbiamo visto nella storia dello sport: quella che in un primo momento potrebbe essere vista come debolezza, verrà pazientemente trasformata da Belichick in punto di forza e, per lo stupore degli avversari, questo nuovo punto di forza si rivelerà in grado ancora una volta di portarli fino a dove volevano arrivare, ovverosia a giocarsi il Lombardi.
Sulla carta, la difesa di New England contro Patrick Mahomes non aveva alcuna possibilità: eppure, per trenta minuti, sono riusciti ad annullarlo completamente prendendo ispirazione dai gameplan di Ravens e Seahawks, squadre che contro Kansas City o sono riuscite a vincere o ci sono andate veramente vicino.
Il capolavoro tattico firmato da Belichick e Flores è un qualcosa che per quanto banale possa sembrare -ci hanno abituato veramente troppo bene in questo ventennio- non era assolutamente scontato, in quanto un conto è avere la ricetta per fermare l’attacco più potente della lega, un conto è riuscirci: nonostante poche individualità eccellenti, New England è riuscita a ribadire il proprio posto sull’Olimpo della AFC chiedendo ai propri giocatori di svolgere semplicemente il proprio lavoro.
Do your job, parte numero… ho perso il conto, francamente: è facile perdere il conto di qualcosa, quando tale cosa continua puntualmente a ripetersi.

Ad attenderli troveranno dei Rams che analogamente a Kansas City possiedono un attacco difficilmente contenibile ed una sfilza di nomi in difesa che ci porta quotidianamente a chiederci come sia possibile che tale reparto non sia il migliore in assoluto nella lega: annullare Aaron Donald e Suh non è umanamente concepibile, ma credetemi, Belichick riuscirà a trovare, ancora una volta, il modo per limitarli il più possibile e, nel contempo, rallentare l’esplosivo attacco di L.A. guidato da quel McVay il cui acume -e pazzia- ricorda molto da vicino quello di Bill Belichick.
La storia non si fa arrivando semplicemente in finale -in tal caso il dibattito sul miglior cestista di sempre sarebbe concluso da un pezzo-, ma il “semplice” fatto che siano ancora una volta qua, quest’anno in particolare, deve farci riflettere un attimo: a cosa stiamo assistendo di preciso? Com’è possibile che da tutti questi anni la strana coppia formata da un Golden Boy della California ed un cyborg mezzo-croato stia consistentemente trovando un modo per beffare la sempre più agguerrita competizione?
Eppure, proprio in questo periodo, l’anno scorso si parlava di una relazione fattasi “tossica”, di un gioco di potere che potenzialmente avrebbe portato il loro impero a cadere più prima che poi e di un rapporto fra uomo-Brady e uomo-Belichick ai minimi storici: parliamoci chiaro, non deve essere facile far funzionare perfettamente per vent’anni una relazione con un uomo freddo, cinico e disilluso come Belichick… così come non deve essere facile per un tipo come Belichick riuscire sempre ad andare d’amore e d’accordo con un quarterback-slash-influencer trasformatosi in life-coach come Tom Brady.

Ci avevate sperato, eh?

A molti di noi non va giù il fatto che pure quest’anno “saremo costretti ad assistere ad un altro Super Bowl con i Patriots” e molti di noi -me in primis- celebreranno con immotivato ed inutile entusiasmo una loro eventuale sconfitta, ma come faccio ogni anno -e tipo quarantacinque volte ad articolo- vi invito per un secondo a fermarvi e riflettere: viste tutte le circostanze avverse, i limiti di un roster mai -per i loro standard- così “debole” ed uno sciame di giovinastri con bionici lanciarazzi al posto di umane braccia, qualcuno merita più di loro di rappresentare l’AFC ad Atlanta?
A mio avviso nessun approdo al Super Bowl incarna meglio tutti i valori ed abilità contenuti dell’abusato “Patriots’ way”, ma per favore, fatemi una cortesia: non chiamateli mai più underdog.
Con il numero 12 in campo e Belichick in panchina, illudersi che il passare del tempo e l’evolversi del gioco e delle avversarie possano trasformarli in sfavoriti è pigramente utopico: finché la strana coppia dura, fare un discorso sul Super Bowl omettendo i New England Patriots è immotivata blasfemia.
Antipatici e noiosi quanto volete, ma per avere successo in questo sport è necessario ispirarsi quanto più possibile ai New England Patriots di Bill Belichick e Tom Brady, che vi piaccia o meno.

0
0