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The Play: l’azione che ha cambiato per sempre il football americano

The Play: l’azione che ha cambiato per sempre il football americano

Il 20/11/2019 alle 18:00Aggiornato Il 20/11/2019 alle 18:09

Mancano 4 secondi e solo un miracolo può salvare i California Golden Bears: 4 secondi e 5 passaggi di materia dei sogni, con la banda in campo e la corsa di Kevin Moen verso il touchdown del mito. Al Big Game del 1982, l’Università della California batte i nemici di Stanford: questo è il racconto di The Play, l’azione più bella nella storia del football americano.

" È un dolore con cui dovrò convivere per il resto della mia vita. "

John Albert Elway Jr. è un monumento del football americano, uno dei quarterback migliori di tutti i tempi. Ha giocato cinque Super Bowl coi Denver Broncos, di cui è un’icona assoluta, e ne ha vinti due, MVP della NFL nel 1987 e del Super Bowl nel 1998. Uno dei più grandi clutch players mai visti fra le cento yard. Bello, ricco e famoso, John Elway era il protagonista annunciato dell’85th Big Game, ma il 20 novembre 1982 giocò la sua ultima partita collegiale… E la perse. Quattro secondi gli hanno negato la grandezza accademica. Quattro secondi che hanno segnato la vita dei protagonisti, di uno speaker roco, di un suonatore di trombone e del fotografo più fortunato della California. Quattro secondi di memoria collettiva in un immenso spazio emozionale di imprese collegiali, suonatori in marcia, ragazzi straordinari. Quattro secondi che hanno scolpito The Play nella storia del football americano.

Questa è la storia del Big Game, La Partita. Ogni anno, dal 1892, le squadre di Stanford e Berkeley, le due maggiori università californiane, si sfidano in una delle rivalità più celebri dello sport statunitense. Questo è il racconto di The Play, l’azione più bella nella storia del football americano, e di come l’Università della California seppe battere gli acerrimi nemici di Stanford al tramonto di un sabato leggendario.

Il California Memorial Stadium dell'Università della California (Berkeley), dal 1923 sede dei match dei California Golden Bears. Lo stadio fu costruito con fondi pubblici per commemorare i caduti della Grande Guerra.

Il California Memorial Stadium dell'Università della California (Berkeley), dal 1923 sede dei match dei California Golden Bears. Lo stadio fu costruito con fondi pubblici per commemorare i caduti della Grande Guerra.Getty Images

Cal-Stanford: il derby più famoso degli Stati Uniti d’America

Tra Berkeley e Stanford scorre la rivalità più antica del football americano. Da una parte i California Golden Bears della pubblica Università della California, che da ora chiameremo Cal, nell’enorme campus che si staglia nella Baia di San Francisco. Dall’altra gli Stanford Cardinals di Palo Alto, la home city di Facebook (che però è nato ad Harvard) nel cuore della Silicon Valley. Tra Cal e Stanford ogni sport ha il suo derby, dal Big Splash di pallanuoto al Big Meet di atletica, ma è il Big Game di football l’epicentro di un anno di ardori sportivi, perché Berkeley e Stanford sono le due facce dell’elite accademica californiana e si nutrono di notabile contesa.

Un dualismo analogo nella NCAA (National Collegiate Athletic Association) ad Alabama-Auburn o Michigan-Ohio State, ma Berkeley e Stanford, con la loro storia secolare, separate da trenta miglia di Golden City, gettano un ponte su un mare di passione. Sarà perché quando nel 1892 si disputò il primo Big Game, il quarterback di Stanford era Herbert Hoover, il futuro Presidente degli Stati Uniti d’America negli anni della grande depressione. L’uomo che fece di The Star-Spangled Banner l’inno patriottico più famoso del mondo.

Big Game 1982: gli Stanford Cardinals fanno il loro ingresso in campo a Berkeley, circondati dalla Stanford Marching Band.

Big Game 1982: gli Stanford Cardinals fanno il loro ingresso in campo a Berkeley, circondati dalla Stanford Marching Band.Getty Images

"The Play ha cambiato tutto"

Il 20 novembre 1982, il Big Game del centenario dura 59 minuti e 56 secondi. Avanti 10-0 all’half-time, Cal contiene la rimonta dei Cardinals ed entra nel minuto finale con un vantaggio di due punti (19-17), ma John Elway supera i 4th-and-17 dalla linea delle 13 yard con uno splendido passaggio, affidando al placekicker Mark Harmon il field goal decisivo. Mancano 4 secondi alla fine del Big Game più spettacolare del ventesimo secolo e il merito è del grande Elway, che ha dipinto un lancio di 29 yard nella volta sistina. Un’opera d’arte per le mani di Emile Harry, circondato da tre avversari.

" Carezzavamo la vittoria, ma poiché John Elway era John Elway, sapevamo che non era finita. Fu un lancio straordinario, mancavano 50 secondi e dovevamo reagire. Pochi? Ci credete se vi dico che ci sembrarono un’eternità? (Kevin Moen, defensive back di Cal)"

Tre azioni e 46 secondi dopo, Mark Harmon realizza un field goal dalle 35 yard e Stanford completa la rimonta: 20-19. La panchina dei Cardinals esplode in campo, il Big Game è cosa fatta, battere Berkeley di un punto non ha prezzo. Il grande Elway aveva trascinato i Cardinals a una vittoria annunciata, con 25 passaggi completati per un totale di 330 yard e due touchdown, e specialmente quel passante che sarà la sua cifra stilistica in NFL. Ma qui finisce il Big Game e inizia The Play. Il giudizio universale. Quattro secondi fatti di materia dei sogni.

" Visto il risultato, ho rimosso molte cose di quella partita, ma ricordo bene il passaggio dei 4th-and-17: è stato senza dubbio il mio miglior lancio nel campionato NCAA, forse della mia intera carriera. The Play ha cambiato tutto: fino a quel momento, fu una gran bella partita. (John Elway, quarterback di Stanford)"
John Elway, quarterback degli Stanford Cardinals, al Big Game 1982.

John Elway, quarterback degli Stanford Cardinals, al Big Game 1982.Getty Images

"Only a miracle can save the Bears now"

«Solo un miracolo può salvare i Bears adesso», sono le parole sommesse di Joe Starkey, dal 1975 la voce di Cal. Mancano 4 secondi, una sola azione, e lo special team dei Cardinals batte l’ultimo kickoff optando per lo squib quick: un calcio corto rasoterra che, simile al grubber nel rugby, concede il possesso avversario in posizione avanzata, garantendo però una difesa trasversale. Cal è inerme al punto da schierare dieci giocatori: uno in meno del regolamento. Stanford ha già vinto, ma un timeout chiamato affrettatamente da Elway, su ordine del suo coach Paul Wiggin, concede a Berkeley di esalare l’ultimo respiro.

Se Elway avesse atteso quattro secondi dal calcio del field goal, il Big Game sarebbe finito col pallone tra i pali della porta. Gli stessi secondi che invece restano a Cal per tentare l’impossibile. Quando l’ovale traversa la Y mancano 4 secondi, la Stanford Band è pronta a marciare per la presa di Berkeley, la panchina dei Cardinals invade il campo e gli arbitri fischiano una penalità di 15 yard per condotta antisportiva. Squib quick, 4 secondi e 15 yard: il miracolo del The Play nasce da tre segni impercettibili.

I California Goden Bears, con il loro Head Coach Joe Kapp, di ritorno al campus di Berkeley dopo aver vinto il Big Game 1982.

I California Goden Bears, con il loro Head Coach Joe Kapp, di ritorno al campus di Berkeley dopo aver vinto il Big Game 1982.Getty Images

L’azione più bella nella storia del football

Kick-off return. Kevin Moen riceve il pallone sulla sua linea delle 45 yard e già quattro giocatori di Stanford sono in tackle per finire Cal. I Golden Bears non devono finire a terra in possesso di palla e gli ultimi 4 secondi di gioco sono già scaduti. Diventeranno venti, saranno i più incredibili nella storia del football americano.

Kevin Moen per Richard Rodgers sulla linea delle 46 yard

Richard Rodgers per Dwight Garner, Cal 44

Dwight Garner per Richard Rodgers, Cal 48

Tre passaggi e nessun effetto per Berkeley, che è ancora nella sua metà campo, invasa dai linebacker di Stanford. Cinque di loro sommergono Garner e al momento del terzo passaggio, sembra che un suo ginocchio tocchi il suolo: motivo di annose controversie, asce di guerra che un solo replay, l’unico possibile, non ha ancora sepolto dopo 37 anni.

" Quando mi sono rialzato dal placcaggio, non sapevo se la partita fosse finita perché i Cardinals erano dappertutto. Ho pensato fosse tutto perso, poi ho visto Rodgers correre con la palla. (Dwight Garner)"

Uno degli arbitri del Big Game indica persino la fine del match, ma non il main referee Charles Moffett. Stanford ha vinto? Lo pensano tutti: la panchina dei Cardinals salta ancora tutta in campo, la Stanford Band si mette in marcia con le cheerleaders, lo staff della premiazione sfodera il trofeo Stanford Axe, qualche centinaio di spettatori (dei 75,662) ha già lasciato il Memorial Stadium. Se invece credete nei miracoli, fatelo da adesso.

Richard Rodgers per Mariet Ford, sulla linea delle 47 yard. Di Stanford

Mariet Ford per Kevin Moen. Ultime 26 yard

Il fiato è sospeso. Mariet Ford vede la luce e corre per 20 yard prima del pitch: passaggio arretrato sopra la spalla destra. È un gioco rarissimo per un wide reciever: Ford lo spedisce no look e viene placcato, la palla torna a Moen dopo 20 secondi e cinque passaggi. «The band is out on the field». Kevin Moen sta correndo verso l’eternità.

Una selva di giacche rosse e berretti bianchi

A forest of red jackets and white hats. Delle 26 yard che separano Kevin Moen dalla meta, se ne vedono appena una dozzina. Le altre sono una macchia rossa di 144 musicisti che compongono la banda di Stanford. Anche loro - come i Cardinals della panchina, come Dwight Garner, ma lui solo per un istante - credevano che il match fosse finito e perciò si misero a marciare: i primi fino alla linea delle 20 yard. Quando Moen riceve l’ultimo passaggio, davanti a lui c’è una foresta di giacche rosse ed elmetti bianchi. Li schiverà tutti tranne uno per entrare nel mito. «But what's he doing? The game's over!».

" Eravamo certi che il Big Game fosse finito! Per questo mi sono messo a marciare e dovevo aver raggiunto la linea delle 20 yard quando ho sentito una specie di folata di vento. Era questo ragazzo di Cal che correva col pallone in mano e dissi: «Ma cosa sta facendo? La partita è finita! (Gary Robinson, Stanford Band)"
" Senza saper bene cosa stesse accadendo, mi son messo a correre in mezzo alla band. Mi sono detto: Schivali come fossero avversari e vediamo che succede. Alcuni stavano fermi, come impietriti. Altri, presi del panico, scattavano in ogni direzione. È stato folle, splendidamente folle, dannatamente senza senso. (Kevin Moen)"

Kevin Moen, defensive back della California University, sorriso durban, capelli lunghi e baffi fulvi, inizia l’azione dal kick di Stanford e corre verso il suo primo e ultimo touchdown collegiale. «A touchdown from nowhere for the break of the century: California has won The Big Game». È il 20 novembre 1982 e le ultime luci del giorno avvolgono l’autunno californiano in una splendida scena crepuscolare. The Play è compiuta. Magnifica grandezza.

Sports Illustrated: nella foto simbolo di The Play, Kevin Moen travolge il trombonista più famoso d'America. La foto di The Play è stata scattata da Bob Stinnett.

Sports Illustrated: nella foto simbolo di The Play, Kevin Moen travolge il trombonista più famoso d'America. La foto di The Play è stata scattata da Bob Stinnett.Eurosport

Un trombonista travolto dal destino

Quel giorno, Gary Tyrell non giocò a football, eppure è entrato nell’immaginario collettivo della nazione. Era il suonatore di trombone della Leland Stanford Junior University Marching Band, uno degli ultimi musicisti e dei pochi a non essere entrati in campo. L’unico che Moen non potè proprio schivare.

Queel giorno, Bob Stinnett è il fotografo deputato a immortalare la premiazione e aspetta in end zone la fine del match. Si trova dietro a Tyrell e sta per fissare la storia di The Play nell’immagine più iconica del Big Game. Al posto giusto e nel momento giusto per scattare una foto, mentre Moen salta a braccia alzate sbaragliando il suonatore. È la foto di Sports Illustrated, un poster che venderà decine di migliaia di copie.

Moen e Tyrell sono stati travolti dal destino: chi dei due più dell’altro, dipenderà in senso lato. Un incontro che per sempre ha segnato le loro vite: «C’era talmente tanta gente sul campo che non riuscivo a capire dove fosse la linea di meta - dice Kevin Moen al Los Angeles Times nel giorno del trentesimo anniversario - Per questo ho corso per tutta la end zone! E quando ho colpito Gary stavo saltando di gioia, accidenti non l’ho proprio visto». Gary Tyrell, oggi direttore finanziario di un fondo di ventura e produttore di birra artigianale, parla nella stessa intervista:

" Certo che avrei preferito diventare famoso per le mie doti musicali e non per essere finito al tappeto durante una partita di football! Non sono molto alto, non ho visto niente. Ero in mezzo a quella folla, ho guardato l’orologio e impugnato lo strumento mentre Kevin mi rovinava addosso. Quando ho visto la foto il giorno dopo ho pensato: «Wow! Ma come diavolo ha fatto quel ragazzo a catturare il momento esatto?». Mi feci male? Macché, ero più preoccupato per il mio povero trombone!"

Conservato al College Football Hall of Fame di South Bend, in Indiana, il trombone rotto di Gary Tyrell è uno di quei simboli meno attesi dalla storia. Come l’amicizia che oggi perdura tra un ex-studente di Cal e il trombonista della banda di Stanford.

L’altro volto del Big Game

L’altra coppia del Big Game ha avuto un diverso epilogo. Prima di quella sporca ultima meta, John Elway e il suo coach, Paul Wiggin, erano stimati i migliori del campionato universitario. Nel 1982, Elway è infatti un astro nascente del football americano, destinato a diventare uno dei quaterback più famosi nella storia della NFL. The Play segna però la fine più tragica della sua prima carriera: «Quel Big Game non l’ho mai digerito». Quanto al suo coach Paul Wiggin, uomo austero e di pochi sorrisi, proprio come in certi film riservati al football americano, ha allenato i Cardinals per altre undici partite, esonerato alla decima sconfitta: «È stato impossibile voltare pagina, ma in fondo quel giorno non è morto nessuno. Oggi siamo tutti parte di quella storia. Chiedi in giro, posso perfino ridere sopra The Play». Non abbiamo trovato nessuno che potesse confermare.

Mike Tolliver e John Elway degli Stanford Cardinals in allenamento a Palo Alto, California: il "Grande Elway" era la star annunciata del Big Game 1982.

Mike Tolliver e John Elway degli Stanford Cardinals in allenamento a Palo Alto, California: il "Grande Elway" era la star annunciata del Big Game 1982.Eurosport

Sul campo, gli Stanford Cardinals devono attendere otto anni per vendicare The Play. Accade al Big Game del 1990 quando, a 17 secondi dal termine, Cal conduce 25-18. Diciassette secondi di gioco trascorsi in oltre dieci minuti effettivi tra il touchdown di Ed McCaffrey (25-24), sul lancio leggendario di Jason Palumbis, e il 39-yard field goal di John Hopkins (25-27). In mezzo c’è un passaggio intercettato in end zone da John Hardy, di Berkeley, sulla two-point converstion. Mancano 12 secondi.

The Payback. Stavolta è la panchina di Cal a invadere il campo, stavolta sono i Golden Bears penalizzati di 15 yeard. Stavolta, sul field goal di Hopkins a 5 secondi dal termine, scade il tempo. Stavolta è colpa degli invasori di Berkeley. Non si ricordano di quelli che, otto anni prima, uscirono dallo stadio senza vedere The Play. Senza sapere cosa accadde alla Stanford Band, al suonatore di trombone. Quelli che si persero il momento sportivo più importante della loro vita. Ancora non sanno che John Lynch, strong safety dei Cardinals, vincerà il Super Bowl XXXVII (2002) con i Tampa Bay Buccaneers.

Revenge of The Play. Ogni volta che i Cardinals vincono il Big Game e lo Stanford Axe torna a casa, sulla placca del 1982 viene applicato il risultato di 20-19 anziché 20-25. Come se The Play non fosse mai esistito. Come se il passaggio di Ford a Moen, sulla linea millimetrica delle 25 yard, fosse stato fischiato forward. Illegale, come il presunto ginocchio a terra di Garner. Contrasti che si riaprono ogni anno, pure negli ultimi dieci in cui Cal non ha mai vinto il Big Game. Chissà che il prossimo 23 novembre i ragazzi di Berkeley non possano riprendersi la testa d’ascia, dissotterrando l’azione più bella nella storia del football americano. Noi intanto ci abbiamo provato.

The revenge of The Play: Ed McCaffrey degli Stanford Cardinals segna l'ultimo touchdown del Big Game 1990.

The revenge of The Play: Ed McCaffrey degli Stanford Cardinals segna l'ultimo touchdown del Big Game 1990.Getty Images

Edizione straordinaria! La prima Fake New

Il 24 novembre 1982 alla Stanford University (quattro giorni dopo i 4 secondi di The Play) il ginocchio a terra di Dwight Garner e il passaggio vietato di Mariet Ford sono messi per iscritto. Due giornalisti provetti dello Stanford Daily, Adam Berns e Mark Zeigler, stampano 7000 false copie del Daily Californian, il giornale di Berkeley, sbattendo in prima pagina lo scandalo dell’anno.

Edizione straordinaria. La direzione di gara NCAA, secondo la Norma 55 Sezione C (che non esiste) del regolamento nazionale, ha deciso di annullare The Play assegnando la vittoria del Big Game agli Stanford Cardinals. Nel dossier, divulgato ad arte per il campus di Berkeley, la tesi della sconfitta a tavolino è sostenuta da una serie di articoli, falsi d’autore e un’intervista telefonica a Joe Kapp, coach dei Golden Bears, in preda a disperazione. Uno scoop a otto colonne. Una gigantesca bufala.

" Adam era lì in redazione che cercava di convincermi, vedendomi così deluso per la sconfitta dei Cardinals. Ero indietro con gli esami e nelle consegne dei pezzi. Dovevo studiare, ma Adam mi guarda e mi dice: «Tra vent’anni, quando saremo ricchi e berremo margarita sul nostro yacht, sperduti nel Mar Egeo, non ti ricorderai dei tuoi esami. Ti ricorderai solo di questo numero del Daily Californian. Questa è la nostra vendetta: facciamo sbiancare Cal». Bene, di anni ne sono passati trenta, non abbiamo uno yacht e non sono mai stato in Grecia: sto ancora aspettando un suo invito. (Mark Zeigler)"

Su una cosa Adam Berns aveva ragione: l’edizione straordinaria del Daily Californian, il numero zero delle Fake News, non sarà mai dimenticata, E appena quattro giorni e 4 secondi prima erano tutti, ma proprio tutti convinti che fosse finita. Anche Joe Starkey.

I California Goden Bears, con il loro Head Coach Joe Kapp, di ritorno al campus di Berkeley dopo aver vinto il Big Game 1982.

I California Goden Bears, con il loro Head Coach Joe Kapp, di ritorno al campus di Berkeley dopo aver vinto il Big Game 1982.Getty Images

Oh, the band is out on the field!

Mentre Kevin Moen corre il touchdown che lo consegna al mito, Joe Starkey sta diventando lo speaker radiofonico più famoso d’America. New Deal: una celebrity locale che alla fine del Big Game, come il grande Elway, passerà in NFL commentando per vent’anni le partite dei San Francisco 49ers.

Celebre come Al Michael che la sera del Miracle on Ice, ai Giochi Olimpici di Lake Placid 1980, chiese agli americani se credessero nei miracoli: la Nazionale statunitense di hockey aveva appena battuto l’URSS nella finale olimpica. Famoso come Frank Delano Roosevelt quando, proclamato presidente degli Stati Uniti d’America in piena Guerra Mondiale, annuncia che «Se c’è qualcosa da temere, è la paura stessa». Come John Fitzgerald Kennedy nel giorno del discorso più glorioso: «Non chiederti cosa può fare il tuo Paese per te, ma cosa tu puoi fare per la tua Patria». Non esageriamo. In una classifica redatta dal Time, Joe Starkey è solo al terzo posto delle frasi più celebri del ventesimo secolo: «Oh, The band is out on the field!». E chissà che avrebbero mai detto i Presidenti più amati d’America.

" Oh, the band is out on the field! He's gonna go into the end zone! He got into the end zone! And the Bears! The Bears have won! The Bears have won! Oh my God, the most amazing, sensational, traumatic, heart-rendering, exciting, thrilling finish in the history of college football! California has won… The Big Game… Over Stanford. Oh, excuse me for my voice, but I have never, never seen anything like it in my life. (Joe Starkey)"
I protagonisti del Big Game 1982: da sinistra Joe Starkey (radiocronista) e John Elway (Stanford Cardinal); da destra Gary Tyrrell (trombonista) e Kevin Moen (California Golden Bears) il 20 novembre 2007, giorno del 25° anniversario di The Play.

I protagonisti del Big Game 1982: da sinistra Joe Starkey (radiocronista) e John Elway (Stanford Cardinal); da destra Gary Tyrrell (trombonista) e Kevin Moen (California Golden Bears) il 20 novembre 2007, giorno del 25° anniversario di The Play.Eurosport

An american sporting legend

The Play ha cambiato per sempre la storia del football americano. Prima d’allora non s’era mai visto niente di simile, dopo è diventato una sacra fonte d’ispirazione. Lo spirito di The Play veglia sui sette giocatori dei Trinity Tigers che il 27 ottobre 2007 coprono 60 yard sul campo universitario di Jackson. Con 15 passaggi in 63 secondi, battono i Millsaps Majors ed è l’azione di gioco più lunga di tutti i tempi. È il Mississippi Miracle.

The Play è pensata dall’immaginario collettivo come l’impresa più grande nella storia dello sport americano. Ha segnato la vita dei protagonisti con un attimo immenso di fragile grandezza. Ronald Rivera, per tutti Riverboat Ron, ha vinto il ventesimo Super Bowl con i Chicago Bears (1986) e ritiratosi, ha intrapreso una brillante carriera da coach NFL, oggi capo-allenatore dei Carolina Panthers.

Gary Plummer, linebacker, scelta dei San Diego Chargers al draft NFL del 1983, ha vinto l’ultimo Super Bowl dei San Francisco 49ers. Corre l’anno 1994 quando il quarterback di The Play, Gale Gilbert, perde anche l’ultimo dei suoi cinque Super Bowl consecutivi (unico nella storia della NFL) sfidando i 49ers del suo vecchio compagno di Berkeley.

Dwight Garner, running back, autore del terzo passaggio di The Play, ha giocato per due anni nei Washington Redskins prima di diventare un risk manager di Interim Healthcare.

Richard Rodgers, autore del quarto passaggio, ha giocato in Canadian Football League, oggi coach assistente dello special team dei Carolina Panthers. Suo figlio, Richard Rodgers II, ha calcato le orme del padre nei Golden Bears ed è stato protagonista nel 2015, con i Green Bay Packers, del Miracle in Motown. Tutta un’altra storia.

Mariet Ford, wide receiver, autore dell’ultimo passaggio per Moen, è stato eletto MVP del campionato NCAA 1982 prima di passare professionista, per tre stagioni, negli Oakland Invaders. The Final Play: nel 1997, Ford è stato condannato a 45 anni di carcere per l’omicidio della moglie incinta e del figlio di tre anni.

Quanto a Kevin Moen, ha smesso di giocare ai tempi del college, vive a Los Angeles e fa il broker immobiliare. Vent’anni dopo The Play, gli è tornata voglia di football ed è andato ad allenare il pop warner team della Southern California High School: i Palos Verdes Colts. «Just some ways to get a little creativity into it and keep the other team off balance». La vittoria è un pensiero dolce e meraviglioso: fate bei sogni e andate di corsa. Sono state le sue prime parole alla squadra.

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