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Tim 'Hollywood' Richmond: il mito colpevolmente dimenticato

Tim 'Hollywood' Richmond: il mito colpevolmente dimenticato

Il 22/02/2016 alle 11:43Aggiornato Il 25/10/2016 alle 17:42

Nel giorno in cui la NASCAR celebra Denny Hamlin, il vincitore della Daytona 500 - l'evento sportivo più popolare negli States dopo il Super Bowl - ricordiamo Tim Richmond, leggendario pilota che infiammava il mondo delle "stock car" in un'epoca di pionieri. L'intesa con il veterano Harry Hyde, i duelli con Dale Earnhardt, la gloria e la discesa agli inferi: un mito colpevolmente caduto nell'oblio

21/02/2016, Daytona Beach, Florida: Denny Hamlin su Toyota prova a sorpassare all'esterno il leader Matt Kenseth all'ultimo giro della Daytona 500; chiuso dal compagno di squadra, scivola all'interno con una manovra da campione, si affianca alla macchina di Martin Truex jr. e prevale nell'elettrizzante testa a testa al fotofinish con un centesimo di secondo di margine. È il distacco più ridotto nella storia della Daytona 500, la tappa più importante della NASCAR Sprint Cup, campionato riservato alle berline modificate di grande serie. È assai improbabile che un appassionato potesse chiedere di meglio alla 58esima edizione della Great American Race, il secondo evento sportivo più seguito dal pubblico statunitense dopo il Super Bowl.

La NASCAR del terzo millennio è uno sport americano a diciotto carati che prospera grazie a sponsor e contratti televisivi, ma solo agli albori degli anni Ottanta cominciò a farsi largo tra i palinsesti. La stragrande maggioranza di piloti e tifosi provenivano dal Sudest degli Stati Uniti: Carolina del Sud, Florida, Virginia e Alabama erano alcuni dei feudi di un movimento a forte connotazione regionale. Come le berline modificate che sfrecciavano sulle piste ovali, anche i piloti parevano fabbricati in serie: rudi ragazzoni di umili origini cresciuti a pane e motori accomunati da un look tutto blue jeans, appariscenti fibbie a decorare i cinturoni, stivali e inconfondibili cappelli da cowboy. Good Ol' Boys, per usare il gergo della vecchia Confederazione. L’avvento di Tim Richmond sconvolse questo piccolo mondo antico.

Nascar Daytona 500 2016

Un attore di Hollywood tra i cowboy

Tim Richmond dalla ridente cittadina di Ashland (Ohio, Nordest degli States), se possibile, era l'esatta nemesi dello stereotipo del pilota NASCAR: ricco di famiglia, viveur, look da modello di GQ, indole da cavallo pazzo e reputazione da chick magnet, “calamita per le donne”. Mentre la maggior parte dei piloti si rintanava nei propri ranch una volta riposto il casco nel borsone, Richmond si divideva tra un elegante appartamento a New York e una barca ormeggiata al pontile di Fort Lauderdale. A dirla tutta, di stock car l’ex stella di football americano della Miami Military Academy ne masticava ben poco; erano le monoposto difatti il suo retroterra: nel 1980 Tim fu eletto rookie dell’anno della mitica 500 miglia di Indianapolis, distinguendosi per le performance nelle qualifiche e in gara e inebriando la folla grazie all'indimenticabile passaggio sul traguardo adagiato sulla fiancata della Chaparral 2k del vincitore Johnny Rutherford. Le open wheels lo esponevano però a eccessivi rischi e, dopo un terribile schianto nel Michigan e dietro forti pressioni di mamma Evelyn, Tim passò alle ruote coperte. I primi vagiti nel nuovo campionato non furono sfavillanti ma Tim, noncurante della diffidenza degli altri piloti e di qualche guasto di troppo in pista, dimostrò di poter fare la differenza anche a bordo di macchine dalle limitate potenzialità, forte di un talento grezzo da predestinato e di uno stile di guida intrepido e costantemente spinto ai limiti. Di pari passo con le abilità di pilota, aumentavano in misura esponenziale le stravaganze fuori dai tracciati di Richmond, ribattezzato Hollywood dagli avventori del circus: furiose scazzottate, bevute memorabili e leggendari baccanali erano all'ordine del giorno.

" Sto cercando di dimostrare di essere stato piazzato su questo pianeta Terra al preciso scopo di spassarmela e diventare un'autorità nel ramo del divertimento. "

Richmond&Hyde: la strana coppia (vincente)

Col susseguirsi di stagioni e proficui cambi di scuderia arrivarono le prime vittorie in Winston Cup, la classe regina della NASCAR (oggi Sprint Cup). L'indiscutibile talento di Tim, in ogni caso, non era ancora convogliato nella giusta direzione: i successi erano sporadici e la possibilità di competere per il titolo con i mostri sacri della categoria rimaneva confinata nel campo dell'utopia. Il 1986 fu l'anno della tanto agognata svolta: l’ambizioso proprietario Rick Hendrick decise infatti di investire sul pilota ribelle, stregato dalla sua capacità di controllare la macchina in qualsiasi condizione. Per smussarne gli angoli Hendrick gli affiancò il decano dei crew chief, quel leggendario Harry Hyde che nel 1970 guidò il compianto Bobby Isaac alla vittoria del campionato. Il carattere burbero del capo scuderia entrò a stretto giro di posta in rotta di collisione con lo spirito libero Richmond, ma all’ostilità seguì l'idillio. Il patto d'acciaio tra Hyde, Richmond ed Hendrick rivoluzionò le gerarchie del campionato: la fiammeggiante Chevrolet numero 25 griffata "Folgers" del Team Hendrick Motorsport poteva finalmente competere alla pari con le migliori auto del circus. Grazie all'ineguagliato record di sette vittorie, Tim Richmond chiuse la Winston Cup del 1986 al terzo posto, a una manciata di punti soltanto dal campione Dale Earnhardt e dal secondo classificato Darrell Waltrip. Memorabili i roventi duelli a suon di sportellate con Dale The Intimidator Earnhardt, l’uomo che avrebbe dominato la NASCAR nel successivo ventennio (per poi trovare la morte in pista nella maledetta Daytona 500 del 2001, ndr). Archiviata un'estenuante stagione, gli addetti ai lavori assegnavano all'unanimità a Tim Richmond i gradi del grande favorito per la conquista della Winston Cup del 1987: tutto lasciava presagire un roseo avvenire per la rock star delle ruote coperte.

A come AIDS: la lettera scarlatta di Tim

Il destino era sul punto di presentare un conto salatissimo a Tim Richmond. All’apice del successo – coccolato dal suo team, venerato dai fan e corteggiato da un nugolo di bellezze mozzafiato – il mattatore della NASCAR stava per perdere tutto. Nel dicembre del 1986 gli venne diagnosticata l’Aids, conseguenza di un rapporto eterosessuale non protetto: un’incontrovertibile sentenza di morte pendeva sul suo capo. Morte sociale ancor prima che fisica: gli anni del risveglio delle coscienze sollecitato dall'annuncio di Magic Johnson e dal dibattito seguito al successo del film Philadelphia erano ancora lontani e l’Aids, avvolta in un velo di ignoranza e pregiudizio, era considerata il “cancro dei gay”. Richmond, deciso a non divulgare la notizia, sparì dalla circolazione saltando le prime undici gare della stagione, adducendo come causa una polmonite acuta. Sorretto da una straordinaria forza di volontà, si ripresentò in pista trionfando nei circuiti di Pocono e Riverside: un miracolo sportivo e, col senno di poi, una sorta di testamento spirituale. L'inesorabile deterioramento delle sue condizioni di salute lo costrinse ad abbandonare il team Hendrick e quando Tim provò a tornare sulle scene un'ultima volta con la vettura di Ken Ragan, si scontrò con l’ostracismo di un ambiente che cominciava a fiutare qualcosa di anomalo. Le voci su una sua presunta malattia infettiva o sul possibile consumo di droghe pesanti cominciarono ad aleggiare e per preservare l’incolumità di piloti e dipendenti e al contempo salvare le apparenze, la NASCAR arrivò a falsificare un test antidoping per estromettere l’”untore” dalle corse. Un nuovo test diede esito negativo ma i pezzi grossi del campionato automobilistico pretesero l’accesso alla cartella clinica di Richmond prima di reintegrarlo. Indignato per la palese violazione della privacy, il pilota querelò la NASCAR per diffamazione ma, prima che la causa arrivasse a processo, l’accordo tra le parti venne sigillato dal tribunale. Frustrato e ormai ridotto allo stremo delle forze, Tim Richmond si ritirò a vita privata e il 13 agosto del 1989 morì per le complicazioni dovute all'aids: aveva solo trentaquattro anni.

Una sequenza di Giorni di Tuono ispirata al rapporto tra Tim Richmond e Harry Hyde

Genio incompreso e calpestato

La verità sul caso Richmond venne presto a galla: nel 1990, pochi mesi dopo la sua morte, un'inchiesta del canale televisivo di Washington WJLA-TV condotta dalla brillante reporter Roberta Baskin sulla base di atti del tribunale e stralci d'interrogatori rivelò che la NASCAR aveva affidato al dottor Forest Tennant il compito di istituire una politica anti-doping ad hoc mirata ad accorciare la carriera di Tim Richmond. Il test che impedì al pilota di prendere parte alla Daytona 500 del 1988 - privandolo della possibilità di disputare la sua ultima grande corsa - era stato falsificato a regola d'arte. Il New York Times pubblicò la clamorosa scoperta ma nonostante l'eco mediatico sia il plenipotenziario Bill France che il Dr. Tennant ne uscirono indenni. La NASCAR si limitò a inserire ad anni di distanza Tim Richmond nel novero dei 50 migliori piloti di tutti i tempi, ma a tutt'oggi il suo nome non figura nella Hall of Fame: un'omissione inaccettabile considerando il talento e il contributo del pilota di Ashland alla popolarità del movimento. Nemmeno Giorni di Tuono, il costoso lungometraggio vagamente ispirato alla fugace traiettoria di Tim Richmond nel mondo delle corse girato da Tony Scott e interpretato dalla super star Tom Cruise, lo riabilitò. Secondo un discutibile articolo del Miami Herald la sua unica eredità consisteva nell'aver trasmesso l'Aids a dozzine di donne: dopo i torti subiti in vita, lo sciacallaggio post mortem. La verità è che l'ingessato universo della NASCAR non era pronto ad accogliere tra i suoi ranghi una figura così anticonformista: un precursore dei suoi tempi che avrebbe trovato terreno fertile nell’odierno momento storico contrassegnato dal proliferare dei social network e probabilmente valicato i confini del suo sport per assurgere a celebrità di fama mondiale.

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