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Wilma Rudolph: la donna più veloce della storia che rischiò di non poter più camminare

Wilma Rudolph: la donna più veloce della storia che rischiò di non poter più camminare

Il 25/03/2020 alle 19:04Aggiornato Il 25/03/2020 alle 19:25

Wilma Rudolph è stata la prima americana a ricevere tre medaglie d’oro nella stessa edizione dei Giochi Olimpici. Ma un destino maledetto sembrava aver deciso per lei molto prima di giungere alla Capitale. Da bambina, i dottori le avevano detto che non avrebbe mai più potuto usare la sua gamba sinistra.

Quando si cerca di ricostruire la storia di Wilma Rudolph, risulta molto arduo separare la realtà dal mito.

L'infanzia e la malattia

Stati Uniti, 1940. Lo schiavismo era stato abolito ufficialmente da più di 70 anni. Ma anche in questo caso, bisogna separare gli scritti dai fatti reali. Perché nel profondo sud dell’America, lacrime e violenza si presentavano ancora con ciclica ricorrenza. Il 23 giugno la piccola Wilma venne alla luce nel ghetto di Bethlehem (a Clarksville, nel Tennessee). Che cosa ci poteva essere di più distante dal Sogno Americano che quel posto? In quell’America tutto era possibile, a patto di essere maschi bianchi.

Al suo primo incontro col mondo, Wilma pesava solo 2 kg, nuova aggiunta a una famiglia che contava già 19 figli. Suo padre lavorava alla stazione come portabagagli, sua madre era una domestica. La sussistenza in quella casa era un miraggio, e la salute della gracile Wilma ne risentì quasi subito: dopo esser sopravvissuta a una doppia polmonite e una scarlattina, ecco il baratro: a soli 4 anni le fu diagnosticata la poliomielite, una malattia contagiosa (molto comune ai tempi), detta anche paralisi infantile. Il primo ospedale disponibile a curare persone di colore era distante 80 km da casa sua. A prendersi cura di lei tutti i giorni erano i membri più anziani della famiglia, che la massaggiavano in continuazione.

Wilma perse la capacità di utilizzare la sua gamba sinistra. Di lì a poco avrebbe imparato ad appoggiarsi ad un supporto metallico per deambulare; i medici erano categorici: impossibile continuare a camminare. Ma nella sua testa Wilma aveva già intrapreso quel lentissimo percorso di avvicinamento a Roma 1960, segnato da un innato spirito d’amore e abnegazione. Questo, i medici non lo potevano sapere.

" I medici mi dicevano che non avrei mai più camminato, ma mia mamma mi ripeteva che erano dei bugiardi. Decisi di ascoltare lei."

Poco a poco, quasi per miracolo, le sue condizioni migliorarono. A 9 anni riuscì a sbarazzarsi di quell’odioso ferro che la aiutava a camminare. A 11 abbandonò le calzature ortopediche che la impedivano di cadere. Ora camminava. Correva.

Wilma inizia a correre

In poco tempo imparò i fondamentali della pallacanestro e riuscì ad essere ammessa nella squadretta di basket della sua high-school, stabilendo il record di punti (49) con la stessa incandescente forza di volontà che le aveva permesso di seminare il suo più grande incubo. Sul parquet la chiamavano "Skeeter" (la zanzara) per via della sua rapidità che la rendeva imprendibile. Ma la palla a spicchi si rilvelò presto un limite per l'energia spropositata che Wilma riusciva a sprigionare in campo.

L’allenatore di atletica di Tennessee State fu stregato dalla velocità di Wilma. Decise di allenarla nonostante lei non avesse ancora l'età minima sufficiente per iscriversi al college. Si sentiva in dovere di estrarre un diamante dal fango, di pulirlo e farlo brillare. Nel giro di pochi anni tutto il mondo potè lustrarsi gli occhi davanti a quella nuova pietruzza luccicante, che il destino aveva cercato di tenere sepolta per troppo tempo.

Già a 16 anni Wilma Rudolph ottenne un bronzo olimpico sulla pista di Melbourne nella staffetta 4x100. Quella creatura indifesa che uscì dal grembo pesando solo 2 kg non esisteva più: da quella prestazione, Wilma Rudolph venne soprannominata “la Gazzella Nera”: era alta 1,80 m, aveva delle gambe interminabili, una grazia inarrivabile.

Wilma Rudolph

Wilma RudolphEurosport

Il triplo oro a Roma 1960

Nel 1960, tutto il mondo si riversò su Roma. Il boom economico, il progresso, le prime note strimpellate del rock. E poi il fermento di un pubblico che aspettava la grande promessa, che non sapeva ancora una volta dividere tra storia e leggenda. Forse nemmeno Wilma era mai riuscita a farlo. Ma la pista su cui corse i 200 metri glielo mostrò chiaramente: alle sue spalle Jutta Eine, la storia passata, davanti a lei la leggenda.

Video - Wilma Rudolph: gli straordinari 200 metri a Roma 1960

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Aveva battuto la tedesca di 4 decimi, un’eternità. Continuò a splendere nella staffetta 4x100, mentre 3 giorni prima aveva realizzato il record mondiale sui 100 metri, mai considerato ufficialmente dal Comitato Olimpico a causa dell’eccessiva forza del vento definita come discriminante. Ma poco importa, batterà quel record un anno più tardi. Perchè quando ti chiami Wilma Rudolph, ciò che ti discrimina ti spinge a correre più veloce. Condannata ai blocchi di partenza dalla medicina, dal pregiudizio e dalla sfortuna, la Rudolph si prese la sua rivincita attraverso la più umile perseveranza:

" Credetemi, le vittorie non hanno lo stesso sapore se non si suda per guadagnarsele."

Quella che fu definita “la donna più veloce della storia” si ritirò quasi subito, nel 1962; sentiva che il suo messaggio e la sua storia da raccontare erano più importanti del continuare a vincere. Era entrata nei televisori degli americani e del mondo intero, frequentava i Beatles ed Elvis Presley. Chiacchierò con l'allora Presidente John Fitzgerald Kennedy alla Casa Bianca, portando sua madre con sè. Wilma è ancora oggi uno dei simboli più rilevanti della lotta per i diritti civili e la causa afro-americana. È ricordata per aver combattuto la segregazione a Clarksville, la città dove ha speso l'infanzia, e Muhammad Ali l'ha più volte considerata come un esempio da seguire. La discriminazione razziale, per lei, rimarrà sempre una problematica d'attualità:

" Noi tutti siamo cresciuti guardando queste ingiustizie....Queste cicatrici profonde non si rimargineranno mai."

Wilma Rudolph è scomparsa nel 1994, vittima di un tumore al cervello. Una vita spesa al servizio degli altri, delle minoranze non rappresentate, delle bambine che come lei cercavano un'opportunità per correre veloce. Jacqueline Joyner-Kersee, leggenda dell’atletica leggera, dirà di lei in occasione del suo funerale:

" Ha costruito le fondamenta per tutte quelle ragazze che vogliono diventare delle grandi atlete, sebbene nessuna di loro potrà mai essere paragonata a Wilma. L’inferno dalla quale si è tolta e le vittorie che ha conquistato sono più grandi di tutto quello che potrò mai realizzare."