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Katarina Witt, il volto angelico della diplomazia: le medaglie, la DDR, il numero record di Playboy

Katarina Witt, il volto angelico della diplomazia: le medaglie, la DDR, il numero record di Playboy

Il 25/03/2020 alle 20:09Aggiornato Il 26/03/2020 alle 17:54

Parabola della pattinatrice Katarina Witt, regina del ghiaccio e portavoce della DDR: il regime la coccolava ma allo stesso tempo le imponeva di vincere a ogni costo. Incantò il mondo alle Olimpiadi di Sarajevo e Calgary, stregò Alberto Tomba e Donald Trump con il suo fascino. Smessi i pattini, si riciclò su più fronti e vinse l’ostracismo di chi non le aveva perdonato la devozione al regime.

All’apice della fama era nota come “il volto più bello del socialismo”: negli anni Ottanta incantava il mondo fluttuando sulle piste da pattinaggio. Katarina Witt è stata regina del ghiaccio nonché ambasciatrice della DDR in un’epoca turbolenta dove sport e politica costituivano un connubio indissolubile. Pattinatrice artistica baciata da un talento fuori dal comune, sapeva trasformarsi in un’amazzone capace di sovrastare le avversarie sul piano psicologico quando la posta in palio saliva. Complici allure e bellezza mozzafiato, l’icona degli sport invernali assurse presto a celebrità di fama mondiale compiendo strage di cuori: Alberto Tomba le fece una corte serrata senza mai perdere occasione d’inviarle enormi mazzi di rose, ma si mormora che anche l'attuale Presidente degli Stati Uniti d'America Donald Trump avesse perso la testa per lei. Al netto del gossip, Il palmares della Witt è sfolgorante: le due medaglie d’oro olimpiche fanno pendant con quattro titoli mondiali e sei sigilli europei.

Il volto angelico della diplomazia

Medaglia d'oro o addio alle gare

Il talento dell’enfant prodige di Staaken - cittadina a un tiro di schioppo da Berlino Ovest, ma situata in territorio DDR - deflagra in tenera età: nei Giochi invernali di Sarajevo del 1984 la diciottenne regola la fidanzatina d’America Rosalynn Sumners conquistando la prima medaglia d’oro olimpica. Da una parte la Repubblica Democratica Tedesca, nell’altro angolo del ring la super potenza nordamericana: la guerra dei mondi tra Est e Ovest è servita. Il copione si ripeterà quattro anni più tardi. Giochi di Calgary 1988: le aspettative di un’intera Nazione smaniosa di essere riconosciuta a livello internazionale gravano sulle spalle della campionessa in carica. Per Katarina un unico risultato è contemplato: qualora non fosse riuscita a conquistare la medaglia d’oro non avrebbe potuto continuare a pattinare né tantomeno a esibirsi al di fuori del proprio Paese con i galloni di professionista, parola dei vertici della DDR.

La sua grande rivale è di nuovo una pattinatrice a stelle e strisce: Debi Thomas, già carnefice della Witt ai Campionati Mondiali di Ginevra del 1986, è determinata a spodestarla. La sfida decisiva nel programma lungo tra le due campionesse passerà alla storia come la battaglia delle Carmen, perché entrambe scelgono di danzare sul ghiaccio sulle note della celebre opera di Georges Bizet. Elegante e aggraziata la 22enne di Staaken, atletica ed esplosiva l’afroamericana cresciuta in California: è un confronto tra due scuole di pattinaggio agli antipodi. La Witt rasenta la perfezione: la sua interpretazione della Carmen è intensa, coinvolgente e suggellata da quattro salti tripli e un doppio axel. Debi Thomas, logorata dalla tensione, cede di schianto gettando al vento persino la medaglia d’argento, a tutto vantaggio di un’incredula Elizabeth Manley.

Katarina Witt chiude in grande stile una delle sue intense esibizioni

Dal rancore alla redenzione: una seconda vita frenetica

Alla caduta del Muro di Berlino la notorietà le si ritorse contro: in pochi le perdonarono l’incondizionata adesione al regime. Dai dossier della Stasi – la cui apertura venne decretata dalla legge approvata il 29 dicembre 1991 dal Bundestag – apparve chiaro come alla pattinatrice venisse riservato un trattamento di comodo: ripulire la sua immagine agli occhi dei concittadini non sarebbe stata la più agevole delle operazioni. Essere il volto angelico della diplomazia era tuttavia un’arma a doppio taglio: se da un lato la pattinatrice poteva godere di privilegi preclusi alla stra grande maggioranza degli atleti come una macchina, un appartamento e il passaporto, dall’altro il governo produsse un dossier di circa 1.300 pagine sul suo conto, risultato di anni di intercettazioni.

Questa donna dal multiforme ingegno seppe reinventarsi su più fronti dopo il ritiro dalle competizioni: interpretò il ruolo della pattinatrice russa Nataša Kirilova in Ronin (film del 1998 con Robert De Niro), posò in déshabillé per la copertina di Playboy (il numero di dicembre 1998 fu il secondo a registrare il tutto esaurito dopo quello del 1953 con Marilyn Monroe), scrisse un romanzo di suo pugno, produsse show per la tv, presiedette il comitato promotore Monaco di Baviera 2018 e partecipò a numerose iniziative benefiche.

A distanza di anni tra la pluricampionessa e i suoi connazionali è tornata a regnare sovrana l’armonia: in fin dei conti a un’ambasciatrice tanto valorosa quanto affascinante come Katarina Witt si può perdonare tutto, nevvero?

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