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La rinascita del Sudafrica, il declino degli All Blacks: le 5 verità della Coppa del Mondo

La rinascita del Sudafrica, il declino degli All Blacks: le 5 verità della Coppa del Mondo

Il 04/11/2019 alle 13:00Aggiornato Il 04/11/2019 alle 19:28

Gli Springboks hanno giocato un rugby semplice e efficace, non proprio spettacolare ma funzionale per tornare sul tetto del Mondo. Che occasione quella sprecata dall'Inghilterra che, dopo la partita perfetta contro la Nuova Zelanda, ha mancato l'appuntamento con la finale. Giappone sorpresa, mentre l'Italia che ruolo ha assunto nel panorama mondiale?

1) Il Sudafrica ha imparato la lezione e ha saputo ripartire con un nuovo progetto

Sudafrica campione del mondo per la terza volta nella propria storia, grazie al successo per 32-12 in finale contro l’Inghilterra. Un Sudafrica che non è stato spettacolare durante il torneo, ma la squadra di Rassie Erasmus ha saputo adattarsi a tutte le situazioni, mostrandosi cinica, perfetta in fase difensiva, precisa nei calci e devastante nella mischia. Così è successo contro il Galles, quando gli Springboks hanno giocato con un fare da ragioniere, così è stato contro l’Inghilterra dove la mischia chiusa ha fatto il bello e il cattivo tempo contro la Nazionale della Rosa. La verità, però, è un’altra: il Sudafrica ha avuto il coraggio di cambiare. Il 3° posto nel Mondiale del 2015 non poteva essere sufficiente e, dopo la sconfitta nel test match contro l’Italia del 2016, la Federazione ha rivoluzionato tutto. Non per la vergogna di aver perso contro gli azzurri, ma si era capito che era il momento giusto cambiare per preparare al meglio il Mondiale. Così è stato con l’arrivo di Rassie Erasmus che ha dato un nuovo volto agli Springboks. Una vittoria su tanti fronti: dal primo capitano di colore ad alzare la Coppa per il Sudafrica, al ‘piccolo’ grande Kolbe (1,71 cm per 74 kg) che, nonostante la stazza non da giocatore di rugby, è stato fenomenale per tutto il torneo.

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2) L’Inghilterra è giovane e promettente, ma ha fallito una grande occasione

Era una squadra da seguire con interesse, ma nessuno si aspettava che potesse arrivare in finale (visto che aveva la Nuova Zelanda dalla sua parte nel tabellone) e, soprattutto, giocarla da favorita. Invece, Eddie Jones è riuscito a portare l’Inghilterra fino alla finale grazie a una partita perfetta contro la Nuova Zelanda, partita che entra di diritto nella storia dei Mondiali. Oltre alla fantasia e alla creatività, la Nazionale della Rosa ha mostrato un'aggressività fuori dal comune che ha portato gli inglesi al successo. La stessa aggressività che però è mancata contro gli Springboks che hanno fatto quello che hanno voluto in finale. Cosa è mancato all’Inghilterra? Un po’ di freschezza fisica dopo la sfida contro gli All Blacks e un po' di lucidità per dei ragazzi (giovani) che si sono fatti prendere dall’emozione della finale. La sensazione è che sia stata sprecata una grande occasione, anche se i ragazzi di Eddie Jones sono comunque giovani e avranno altre chance per alzare quel trofeo. Itoje (25 anni), Curry (21), Underhill (23), Billy Vunipola (26), Ford (26) e Watson (25), giusto per fare dei nomi. E sono stati tutti protagonisti in questo Mondiale. Vinceranno nel 2023?

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3) Nuova Zelanda alla fine di un ciclo: bisogna ripartire come fatto dal Sudafrica

Doveva essere la squadra più forte della storia, la prima a trionfare per la terza volta consecutiva. Invece, la Nuova Zelanda è caduta in semifinale battuta, comunque, da una grande Inghilterra. Era stato fin troppo semplice il cammino degli All Blacks, anche se c’è da dire che avevano superato il Sudafrica nel girone e l’Irlanda ai quarti. Ma nella partita, quella vera, la squadra di Steve Hansen ha fallito su tutta la linea. Il ct nezolandese ha provato qualche cambio tattico per ravvivare la sua squadra, ma la missione è incompiuta con un Beauden Barrett che incredibilmente ha assunto la posizione di estremo, risultando però un autentico spreco. Da ogni sconfitta, però, si può ripartire e la Nuova Zelanda dovrà farlo come accaduto al Sudafrica nel 2016. Gli All Blacks, in un certo senso, sono obbligati a far partire una rivoluzione, considerando gli addii alla Nazionale di Kieran Read, Ben Smith, Sonny Bill Williams, Ryan Crotty e Matt Todd e dello stesso ct Hansen. La Nuova Zelanda saprà evolversi?

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4) Giappone sorpresa... Ma neanche tanto!

È stata la sorpresa di questo Mondiale, con il Giappone che ha vinto il suo girone con 4 vittorie su 4, un girone con la prima del ranking Irlanda e la Scozia. Non era affatto scontato vedere la Nazionale giapponese cresciuta fino a questo punto, anche se il movimento del Paese del Sol Levante aveva già fatto grossi passi in avanti a partire da quella storica vittoria contro il Sudafrica nel Mondiale 2015 (32-34 a Brighton). Il Giappone, questa volta, ha fatto l'en plein e ha raggiunto i quarti finale, cadendo solo contro gli Springboks che si sono poi laureati Campioni del mondo. Il Giappone, ormai, è stabilmente nella top 10 del ranking, anzi vede il sorpasso sulla Francia al 7° posto. Una crescita confermata, con i nipponici che non possono neanche più essere considerati come 'sorpresa', ma come una solida realtà.

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5) L’Italia ha delle basi per il futuro, ma...

C'è chi cresce e chi resta ferma al palo. Il Mondiale dell'Italia si è concluso già da qualche settimana, ma abbiamo un'altra chance per fare mente locale su ciò che accaduto. Si diceva: non possiamo fare meno di due vittorie, ma non di più considerando il nostro girone. Era impossibile battere il Sudafrica, ma si poteva cercare di fare una meta, era impossibile non battere Namibia e Canada, ma si poteva centrare una prestazione migliore. Insomma, l'Italia riesce ancora a stare davanti ad alcune Nazionali, ma - al contrario - non dà la sensazione di poter diminuire il gap con le prime 10, come hanno fatto a suo tempo Argentina e lo stesso Giappone. C'è comunque materiale da cui ripartire: i giovani. Dal triangolo Polledri-Negri-Minozzi a Ruzza, Riccioni, Ferrari e Bellini. Tanti giovani da poter plasmare, anche se l'Italia cerca ancora la sua guida dopo l'addio di O'Shea.

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