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Italia-All Blacks 2009 a San Siro: quando l’Inno di Mameli fu la nostra Haka

Italia-All Blacks 2009 a San Siro: quando l’Inno di Mameli fu la nostra Haka

Il 26/03/2020 alle 13:02Aggiornato Il 26/03/2020 alle 17:47

Zoran Filicic, telecronista di Eurosport, ogni settimana ci racconta una storia legata agli sport che più ama dal suo punto di vista: fra flashback, esperienze sul campo e un excursus tra i grandi delle discipline più amate, un punto di vista nuovo da leggere ogni 7 giorni. Primo appuntamento col rugby e quella volta che la Scala del Calcio divenne il tempio del rugby.

La Marea Nera sale. Mi hanno sempre colpito queste parole, la frase che indicava la furia degli All Blacks che si scatenava, un inarrestabile marea galoppante che ti sospinge all’indietro, che ti lascia senza fiato, in affanno, se invece sei davanti alla televisione ti fa saltare sulla sedia, una marea ammirata tante volte, sognata ma mai vista dal vivo, fino al 2009.

Video - Cosa significa l'Haka degli All Blacks? Eccola con il testo tradotto

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Rugby alla Scala del Calcio, una bella scommessa

A novembre del nono anno del nuovo millennio la FIR (Federazione Italiana Rugby) affida ad RCS l’organizzazione di tre Test Match con Samoa, col Sudafrica e con la Nuova Zelanda. RCS sogna in grande e l’obiettivo è far innamorare l’Italia del Rugby. Vengono scelti gli stadi e si giocherà contro Samoa ad Ascoli, il 28 novembre, contro Sudafrica a Udine il 21 e contro gli All Blacks a San Siro il 14 novembre.

San Siro, la Scala del Calcio, il tempio sacro del gioco più amato dagli italiani che ospita lo sport dai valori opposti. Il progetto è ambizioso, la capienza del Meazza è immensa, si punta a riempirlo e la lunghezza del campo è al limite ma si può fare ed il progetto prende forma. Al momento dell’annuncio il clamore provocato è immenso, Italia - All Blacks a San Siro è l’evento da vedere, il Must del 2009, Bob Dylan, Oasis e Depeche Mode passano in secondo piano, è un evento da “io c’ero” e si scatena la caccia al biglietto, che porta al tutto esaurito.

L'ingresso degli All Blacks a San Siro, Italia-Nuova Zelanda 2009, San Siro

L'ingresso degli All Blacks a San Siro, Italia-Nuova Zelanda 2009, San SiroGetty Images

Continuo a giocare perché ti rispetto

La storia delle sfide tra le due nazionali iniziò nel 1979, si giocò a Rovigo (Veneto terra di Rugby) e vide la vittoria degli All Blacks per 18-12. 11 gli incroci tra le due nazionali, tra Test Match e Mondiali, 11 le vittorie degli All Blacks, lo scarto minore proprio nella partita di Rovigo, lo scarto maggiore il 101-3 di Huddersfield del 1999, in un Mondiale vinto dall’Australia contro la Francia giustiziera dei neozelandesi in semifinale. In occasione di quel massacro perpetrato ai danni dell’Italia un giornalista poco esperto chiese, in conferenza stampa, del perché gli All Blacks avessero voluto umiliare gli avversari, dopo un attimo di silenzio sconcertato gli venne risposto che i neozelandesi avevano continuato ad attaccare per rispetto verso gli italiani, e che il fermarsi e risparmiarli sarebbe invece risultato denigratorio (giusto per assaggiare un pò di mentalità da palla ovale).

Mentalità, già, giocando a San Siro una delle domande che sorgevano spontanee era “ma il grande pubblico è pronto per il rugby? Saprà abbracciare la mentalità del rugby?” Era una domanda lecita, si istitutì una massiccia campagna di diffusione dei principi etici e sportivi alla base del gioco della palla ovale, si parlava solo di rugby. Eravamo tutti molto curiosi riguardo a quella prima partita, chiaramente i confronti con Sudafrica e Samoa passavano in secondo piano perché la “scommessa San Siro” era grande. Personalmente ero coinvolto come speaker del preshow e dell’evento insieme allo speaker storico della FIR e i dettagli riguardanti la sensibilizzazione del pubblico erano numerosi, eravamo tutti un pò preoccupati del “tifo da stadio” perché sapevamo non sarebbe stato un pubblico omogeneo di appassionati di rugby (quelli che si bevono le birre a tifoserie mischiate senza l’accenno di un insulto, per intenderci) ma un pubblico eterogeneo e curioso.

La maestosa vista di San Siro prestato al rugby, Getty Images

La maestosa vista di San Siro prestato al rugby, Getty ImagesGetty Images

Alcuni All Blacks avevano già assaporato San Siro, l’anno precedente, quando una piccola delegazione era arrivata in Italia, ospite di AC Milan e dello sponsor tecnico che avevano in comune, per una campagna benefica da svolgere insieme ed erano stati invitati a San Siro a vedere, in tribuna rossa, una partita di campionato in notturna contro la Lazio (finita 2:1 per i biancocelesti). Andarono Ali Williams, Joe Rokocoko e Dan Carter e il loro comportamento nel corso del primo tempo era già arrivato alle orecchie dei giornalisti a partita appena finita, visto che i ragazzoni, dopo i primi 10 minuti guardati con stupore, iniziarono tra frizzi e lazzi a tirarsi spinte leggere lanciandosi sulle poltroncine e rotolandosi, ridendo, non essendo pronti ad apprezzare “l’arte della simulazione” come venne definita dall’addetto stampa del Milan, il giorno dopo, a Milanello (Il secondo tempo lo dedicarono alla sala vip).

La Magia di un inno cantato da 80.000 persone

Ritorniamo però al 2009. L’attesa è enorme, la capienza di San Siro è di 80018 spettatori e in quella stagione solo Milan - Real Madrid di Champions League (giocata il mese prima, 3:2 per i rossoneri) e Italia - All Blacks videro il tutto esaurito.

Già dal riscaldamento, con 60000 spettatori presenti, si palpava la tensione, l’eccitazione. L’ingresso delle squadre fu scelto con cura, con le telecamere che aspettavano fuori dagli spogliatoi il viso del capitano Dan Carter. Gli All Blacks entrarono sul prato di San Siro accompagnati da un boato enorme e dalla musica dei Metallica; il brano era The Four Horseman, fatto partire al minuto 2:04, alla partenza di un’intro che li portò fuori dal tunnel nel mezzo di una schitarrata poderosa. Stesso ingresso dell’Italia, subito dopo, accompagnata però dai Carmina Burana, l’atmosfera era esplosiva.

Le squadre si schierano, la banda è pronta a suonare gli inni, prima ovviamente quello Neozelandese e al partire della musica, l’imprevisto. E’ a questo punto che il famoso “io c’ero” diventa importante poiché dalla televisione non si intuì nulla.

Cosa successe? I microfoni dell’emittente che riprendeva e trasmetteva la partita entrarono in effetto Larsen con l’audio diffuso all’interno dello stadio, un fischio assurdo risolto in pochi secondi staccando bellamente la diffusione all’interno di San Siro. Una sensazione di sconcerto e atmosfera irreale ma spettacolo televisivo salvato e avanti senza problemi, con la voce cristallina della soprano neozelandese che riecheggiava nel silenzio dello stadio. Tra gli addetti ai lavori comunicazioni radio, domande sul da farsi, l’inno successivo sarebbe stato quello italiano, cantato da Denis Dallan, ex tre quarti ala dell’Italia (42 caps) e ora tenore ma nulla da fare, andava tutelata la televisione, l’inno sarebbe stato non amplificato.

Dove nasce la Magia? Dove si nasconde il germe di un orgoglio pronto ad esplodere dal petto, dal cuore e dai polmoni di 80000 spettatori in uno stadio (quasi) silenzioso? La banda attacca il ta-tarata-ta-tatatà e per San Siro si sente un immenso sospiro, un fiato trattenuto, e mentre Dallan sfodera una bella voce emozionata, altri 80000 iniziano ad urlare una marcia trionfale, all’unisono. Le voci arrivano in mezzo al campo, il canto è un boato, i fratelli Bergamasco urlano l’inno di Mameli piangendo, il XV italiano gonfia il petto, ancora oggi il ricordo di quei pochi minuti rimbomba nella memoria di ogni spettatore presente.

I fratelli Bergamasco in lacrime cantando l'inno di Mameli a squarciagola, Italia-All Blacks

I fratelli Bergamasco in lacrime cantando l'inno di Mameli a squarciagola, Italia-All BlacksEurosport

Anche la Haka è irreale, nel silenzio si sentono le voci degli All Blacks, ad un primo inizio di fischi zittiti da uno “shhhh” generale segue un silenzio carico di rispetto e l’applauso dello stadio intero, gli spettatori hanno capito e sono pronti.

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Una partita magica

La partita ha dell’incredibile, non è un dominio Nero, l’Italia gioca con generosità ed è attaccata agli avversari, risponde e soffre, il pubblico non smette mai di tifare e tifa PER l’Italia, mai contro l’avversario. Si finisce, dopo una battaglia nel freddo del novembre meneghino, con l’Italia per 12 minuti negli ultimi 5 metri neozelandesi, sospinti da un pubblico meraviglioso. Una punizione dopo l’altra contro la mischia All Blacks che non riescono più a reggere, girano la mischia e la fanno crollare di continuo ma l’arbitro non concede la meta tecnica. E’ rugby, non ci si lamenta per le decisioni dell’arbitro e il pubblico spinge ed urla, incita, sogna.

Castrogiovanni viene annunciato come Man of the Match e parte un ennesimo boato, l’Italia prova a conquistare quella “Sporca Ultima Meta” che non arriva, mentre arriva il fischio finale. San Siro si alza in piedi, almeno i pochi che erano ancora seduti, l’Italia esce a testa alta, tra gli applausi di stadio e avversari, ognuno si rende conto che non ci sarà mai più, in Italia, una partita così.

Mentre i giocatori escono stravolti, abbracciati, da metà campo incrocio Anthony Boric, il seconda linea di origini croate è stravolto, ci eravamo conosciuti a Milanello l’anno prima e avevamo chiacchierato a lungo visto, viste le ascendenze di entrambi. Salutandolo a fine partita, curioso, gli chiedo: “Anthony, come è stato giocare a San Siro?”. Immaginavo mi rispondesse qualcosa sull’atmosfera, su quegli ultimi 12 minuti o sul pubblico, oppure sulla bellezza dello stadio, invece mi guarda e senza esitare mi dice “Man, your anthem was your Haka, I had goosebumps”, uomo, il vostro inno è stata la vostra haka, avevo la pelle d’oca.

L’Inno di Mameli, che in quella notte del 14 novembre 2009 ha messo paura agli All Blacks.

P.S.la partita finì 20:6 per la Nuova Zelanda ma non importa

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