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Il Sei Nazioni ha dato i suoi verdetti: Inghilterra campione, Italia inesorabilmente ultima

Il Sei Nazioni ha parlato: Inghilterra campione, Italia inesorabilmente ultima

Il 14/03/2016 alle 10:49Aggiornato Il 14/03/2016 alle 10:50

Quarto giro e quarta delusione per gli azzurri di Jacques Brunel: l'Italia torna a casa da Dublino con un amaro Cucchiaio di Legno (l'11° in 17 anni) e con la consapevolezza che il movimento della palla ovale così com'è in questo momento non sta funzionando.

"Beati gli ultimi perché saranno i primi". Sì, ma non questa volta. Non c'è parabola evangelica che tenga: l'Italrugby ha toccato il fondo e lo ha fatto nella maniera più fragorosa possibile. Il 58-15 di Dublino è la terza sconfitta più pesante contro gli irlandesi (61-6 nel 2003, 60-13 nel 2000), ma certamente la più dolorosa perché arriva in una fase in cui l'Italia non è più agli albori del proprio professionismo, quando sconfitte di questo tipo erano anche tollerabili; ora gli azzurri dovrebbero fare parte del novero delle big europee. Dovrebbero, appunto...

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11° Cucchiaio di Legno in 17 edizioni

Guardando le prestazioni degli azzurri in questo momento, non possono che riaffiorare alla mente le critiche che ogni tanto piovono da Oltremanica e non solo. "L'Italia non merita il Sei Nazioni", "non è uno sport per voi", "largo ad altri": tutte considerazioni che ormai non possono non essere tenute da conto. Il Sei Nazioni 2016 infatti sembra aver scavato un solco ancora più profondo tra l'Italia e le altre: l'Inghilterra ha vinto con merito con un turno d'anticipo (8 punti), Galles (5), Francia e Scozia (4) hanno collezionato almento due vittorie a testa, l'Irlanda ha deluso ma viene da due titoli consecutivi. E l'Italia si deve accontentare del Cucchiaio di Legno, l'11° in 17 edizioni del Sei Nazioni dal 2000 a oggi: non certo una percentuale confortante.

Un calvario che ha radici profonde

La cosa peggiore del match dell'Aviva Stadium è che la squadra di Brunel non ha mai dato l'idea di poter stare ai giochi: il calvario, iniziato nei primi minuti, è durato per tutta la durata del match, mettendo a nudo tutte, ma proprio tutte le mancanze di una squadra e, alzando inevitabilmente il livello della critica, di un movimento che non sembra all'altezza del compito. "Siamo stati disastrosi, non salvo nemmeno il primo tempo", fa Parisse. In campo si è vista una squadra senza nerbo, senza voglia di lottare, senza esperienza, che sembrava alla sua prima apparizione in un torneo più grande delle proprie possibilità. Gli infortuni hanno influito sull'andamento delle ultime partite? Vero, verissimo: alla lunga lista, se ne sono aggiunti altri quattro. Ma una buona squadra ha pronti ricambi, ha lavorato dietro le quinte per averne di pronti. Manca gente, pochi giocatori a disposizione? Benissimo. Il lavoro va fatto iniziare prima, dalle Accademie, preparando i giovani alle sfide dei "grandi": saranno pronti e motivati quando toccherà a loro. Dopotutto, le squadre celtiche non sono state fatte apposta?

Nel Sei Nazioni fino al 2024: e poi?

Ci risiamo. Di fronte a una dura sconfitta siamo di nuovo qui a parlare di programmazione, di giovani, di Accademie. E magari non ci siamo resi conto di aver affrontato un Sei Nazioni con un ct con la valigia (è stato lo stesso comunicato Fir a informarci che Brunel era alla sua "penultima partita in azzurro", quindi niente tour estivo), probabilmente non la maniera migliore per rilanciarsi dopo un Mondiale altrettanto disastroso. Italia fuori dal Sei Nazioni? "Per quello che ha fatto nel recente passato, anche contro l'Irlanda (battuta nel 2013 per 22-15 all'Olimpico, ndr), l'Italia merita di stare in questo torneo". Vero, capitan Parisse, soprattutto perché l'accordo con tanto di firma è valido fino al 2024: ma la scadenza non è poi così lontana e se vorremmo prolungare il nostro contratto con il rugby che conta bisogna muoversi, e farlo subito. "Ora tutti, tutto il nostro movimento, deve capire come dare una svolta, perché oggi il rugby italiano vive un momento di difficoltà": Sergio, come al solito, ci ha messo la faccia, ora tocca anche a qualcun altro ai piani alti. E prendersi le proprie responsabilità. Il presidente federale Alfredo Gavazzi, in un'intervista a Repubblica, ha prima cercato di depistare circa il prossimo ct ("Non sarà O'Shea, avrete una sorpresa, ringrazio Brunel") e poi ha provato a calmare gli animi dopo le recenti débacle: "E' nei momenti più duri che il gruppo deve imparare a crescere. Ci siamo guadagnati il rispetto del rugby mondiale e un ruolo da protagonisti nelle organizzazioni che lo gestiscono. Calma, pazienza. Facciamo crescere i giovani e saremo alla pari delle migliori. Tra 2 o 3 anni". Speriamo comunque entro il 2024.

Inghilterra campione grazie all'"equilibratore" Eddie Jones

Chi sorride in questo weekend così buio per i colori azzurri, è l'Inghilterra, nuova campione del Sei Nazioni: sì, perché il successo sul Galles (25-21) a Twickenham unito a quello della Scozia sulla Francia (29-18) a Murrayfield ha fatto sì che la classifica aridesse al XV della Rosa che ora può anche programmare un Grande Slam che manca dal 2003, l'anno del Mondiale. E così in un sol colpo il nuovo ct Eddie Jones, primo tecnico non inglese a guidare il XV di Sua Maestà, ha messo le mani sul trofeo tanto inseguito negli ultimi anni (Inghilterra seconda nelle ultime quattro edizioni) e lavato con una spugna l'onta della sconfitta subìta nella Coppa del Mondo per mano dei Dragoni. Il merito di Jones è sicuramente quello di aver dato il giusto equilibrio a una squadra che ha sì un fantastico potenziale, ma che negli ultimi tempi aveva pensato quasi esclusivamente ad attaccare che a difendere, per sfruttare la forza dei propri avanti. E invece la storia dimostra che non è con il miglior attacco che si vince il Sei Nazioni, ma con la miglior difesa; o comunque con la squadra che sa quando è il caso di esporsi e quando quello di amministrare. Una lezione di stile che l'Inghilterra cercherà di portare anche in Francia: per completare il quadro e prendersi anche il Grande Slam.

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