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Bacino limitato e non solo: perché l'Italia fatica al Sei Nazioni

Bacino limitato e non solo: perché l'Italia fatica al Sei Nazioni

Il 23/03/2017 alle 14:28Aggiornato Il 23/03/2017 alle 14:56

L'Italia ha chiuso nel peggiore dei modi il Sei Nazioni 2017: 0 vittorie in 5 partite, con 0 punti in classifica e un - 151 nel rapporto tra punti fatti e subiti che grida allo scandalo. Proviamo ad andare alle radici del problema.

Il bottino al Sei Nazioni poi si fa sempre più magro: gli azzurri hanno vinto solo 12 delle 90 partite giocate nel torneo per nazioni europee più importante, perdendone ben 76 (più un pareggio), ma è il trend negativo a preoccupare di più. Il top si è raggiunto nel 2013, con due vittorie con Francia e Irlanda e una impresa sfiorata a Twickenham; l'ultima vittoria risale al 2015 in Scozia (22-19), da allora sono arrivate solo sconfitte. Ma perché gli azzurri fanno così fatica al Sei Nazioni? Abbiamo provato a rispondere a questa fastidiosa domanda grazie all'aiuto di Antonio Raimondi, commentatore per DMAX ed Eurosport.

1. L’Italia parte sempre sfavorita

Pensate se la Nazionale di calcio dovesse giocare sempre – non saltuariamente ma sempre - contro Germania, Francia, Spagna, Inghilterra, Belgio e Portogallo, squadre che stanno tutte davanti a noi nel ranking Fifa. Si vincerebbe sempre? La risposta è “no”, come dimostrano i recenti risultati. Il rugby è notoriamente uno sport che premia i più forti, uno sport in cui non si vince con la fortuna. Nel calcio si può provare a difendere per tutto il tempo e magari si rivela una tattica vincente. Dal 2000 a oggi contro le prime 10 del ranking gli azzurri del calcio hanno vinto 13 partite su 47 (27,65%), contro le 12 su 90 (13,3%) di quelle della palla ovale. Contando solo le rivali storiche (Argentina, Brasile, Germania, Francia, Uruguay, Spagna) e non quelle più saltuarie (Belgio, Portogallo) allora le vittorie diventano solo 6 su 36 partite, pari al 15% (Fonte Repubblica). Nel rugby non si vince per episodi: se una squadra di Serie A ne affronta una di Serie B vince nel 99% dei casi. L’Italrugby per vincere deve performare al 100% delle proprie possibilità e sperare che l’altra squadra non sia al top: il successo sul Sudafrica di novembre ne è un esempio lampante.

2. Troppi pochi giocatori: il rugby non è una prima scelta

La mappa che riportiamo qui dice tanto, ma non tutto. La percentuale di iscritti alle federazioni di rugby dei Paesi che partecipano al Sei Nazioni non sorride certo ai colori azzurri: 87.373 secondo l’ultima stima fornita da Federugby riferita al 2016 (quelle del grafico invece arrivano da World Rugby e si riferiscono tutte al 2015) su un totale Paese di 60 milioni di abitanti equivale a un giocatore di rugby (tra bimbi e adulti) ogni 687 persone. Un’inezia confronto a nazioni come Irlanda e Galles, ad esempio, dove il rugby è di fatto il primo sport nazionale. Bisogna aggiungere poi che da noi la palla ovale arriva decisamente dopo tutte le altre: per un ragazzino che si approccia ad uno sport il calcio è la prima scelta, poi ci sono pallacanestro, pallavolo, atletica, nuoto, tennis, e solo alla fine di questo processo arriva il rugby. Se si è nel luogo e nel momento giusto naturalmente.

3. Eravamo forti in mischia, eravamo...

L’Italia del recente passato ha sempre avuto un caposaldo: la mischia ordinata, sulla quale ha sempre costruito le proprie fortune. Magari non sfruttandola come base da cui far partire il gioco, ma in maniera più “sparagnina” come grimaldello per bucare le difese avversarie. Ma c’era e lì ci si poteva sempre rifugiare. Il Sei Nazioni 2017 invece ha messo in evidenza due fasi – mischia + rimessa – totalmente insufficienti, a parte forse il primo tempo della prima partita contro il Galles. Il problema è che le difficoltà in mischia comportano altri problemi, che si traducono in difficoltà nel costruire il gioco e da consumi esagerati di energia. Gli altri poi giocano a ritmi e intensità che i nostri non riescono a sopportare.

4. Giocatori di cilindrata inferiore

E’ inutile nascondersi: i giocatori azzurri non hanno la qualità di quelli che compongono le altre nazionali: sicuramente 20 anni fa non c’era un gap di questo tipo, ed è anche questo che ci ha permesso di entrare nel salotto buono del rugby europeo. Da allora l’Irlanda – squadra che battevamo regolarmente – ha lavorato tanto, fino a diventare “scomoda” anche per i top club mondiali (chiedere a Nuova Zelanda e Inghilterra, che hanno visto le loro strisce vincenti interrompersi proprio a causa dei Verdi, ndr). La Scozia è l’esempio più vicino: se fino a un paio di anni fa – non ere geologiche dunque – lottava con noi per evitare il Cucchiaio di Legno ora si è ristrutturata e ha costruito una nazionale credibilissima. Il giocatore va valutato complessivamente: da un punto di vista fisico, tecnico e psico-fisico. Deve avere delle competenze che gli permettano di affrontare delle situazioni limite e a livello continuativo. Per fare un parallelo con il mondo dei motori, se tu viaggi su un’auto con una cilindrata inferiore per un po’ puoi tenere botta, ma sul medio-lungo periodo il motore va fuori giri. I nostri giocatori oggi non hanno la cilindrata degli altri. E purtroppo si vede in campo in maniera evidente, Sergio Parisse a parte.

5. La nuova guida tecnica è solo all’inizio

Conor O’Shea nel Sei Nazioni 2017 ha cercato di introdurre un sistema per provare a vincere le partite, ma per ora non c’è riuscito. Sicuramente si è vista una squadra con una guida, non totalmente allo sbando ma da qui a diventare una di quelle formazioni in grado di dare fastidio agli avversari, c’è ancora tanta strada da fare. “Dobbiamo migliorare atleticamente”, aveva detto: per ora il campo non ha dato i risultati attesi, visti soprattutto i secondi tempi dei nostri, a dir poco disastrosi (in tre occasioni non abbiamo messo punti a referto, ndr). “In Italia c’è talento”, aveva assicurato. Si fa fatica a credergli, se pensiamo anche qui che una volta fuori i titolari, dietro si è vista poca preparazione e un livello troppo diverso verso il basso da parte dei subentranti. In generale durante le partite dell’ultimo torneo si è costruito troppo poco, sia dal punto di vista del gioco che del risultato: c’è poco da girarci intorno, se non segni almeno 20 punti le partite non si vincono, e l’Italia è arrivata al massimo a 18 contro la Francia. E’ vero i nostri sono migliorati un po’ tecnicamente e Canna – se non fosse per la sciagurata partita con la Scozia con tre errori su tre tentativi – aveva dato segnali incoraggianti al calcio. Ma ancora non basta. “Cambieremo il rugby in Italia”: questo motto era sembrato subito molto complicato. E si è rivelato tale. “C’è tanto lavoro da fare”: su questo invece eravamo d’accordo, e lo siamo tuttora.

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