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Italia, il lato A non basta più: per cambiare musica serve anche il lato B

Italia, il lato A non basta più: per cambiare musica serve anche il lato B

Il 05/02/2018 alle 08:49Aggiornato Il 05/02/2018 alle 08:53

Dentro la sconfitta degli azzurri nella prima giornata del Sei Nazioni 2018: è vero, l'Inghilterra è più forte, ma per crescere e diventare grandi serve imparare dai propri errori, e migliorare la volta successiva. Questa è una buona occasione per farlo.

Quante volte abbiamo assistito a questo tipo di partite? Praticamente sempre, soprattutto negli ultimi tempi: l'Italrugby lotta, sta in gara per circa 60'-65' e poi crolla sotto i colpi di un avversario più forte e preparato, e fisicamente e tatticamente. È esattamente ciò che è successo all'Olimpico contro gli inglesi: questo match, più di altri, va preso come esempio e base di partenza per le prossime uscite, quasi tutte all'estero, dei ragazzi di Conor O'Shea.

Reminder per tutti: al Sei Nazioni l'Italia parte sfavorita con tutte, nella fattispecie si giocava tra la 12a e la 2a del ranking mondiale. E' sempre bene ricordarlo, a scanso di equivoci e di parole gettate al vento. Per questo nessuno si aspettava che in data 4/2/2018 potesse arrivare la prima vittoria della storia contro l'Inghilterra, per altro contro quella due volte campione in carica nel Sei Nazioni. Però il morale alto per la "prima" nel nuovo torneo era alto e le aspettative di vedere un buon match c'erano tutte: il risultato finale, pesante - 15-46 - non deve demotivare il gruppo, che ancora evidenzia molte lacune.

Testa alta in attacco

Intendiamoci, non è andato tutto male in quel di Roma: cornice di pubblico fantastica, palcoscenico perfetto per il "lancio" del Sei Nazioni 2018 a sfondo azzurro, partita molto volenterosa da parte della giovane compagine di casa, che fa perno su Parisse, Ghiraldini e il ritrovato Zanni (complimenti per i 100 caps!), ma che guarda al futuro grazie alla nuova infornata di giocatori che stanno orbitando in zona-Nazionale. Anche sul campo si sono viste cose positive: la scelta di attaccare a viso un po' più aperto rispetto al solito ha portato più vivacità in una fase offensiva che ha regalato due mete (Benvenuti e Bellini) e mezza (peccato per Boni), facendo dimenticare le brutte prestazioni di qualche mese fa. Il pubblico dell'Olimpico ha assistito a meno calci e più cariche, riuscite o meno: non è molto ma per smuovere le fondamente serve a qualcosa. Dopotutto i giovani azzurri, in tante occasioni hanno messo in difficoltà la squadra numero 2 al mondo, usando la palla: così si fa.

Orgoglio e rabbia

Le note dolenti, però, anche questa volta superano quelle positive.

" Sono orgoglioso e arrabbiato, perché ci sono stati dei problemi"

L'analisi di Conor O’Shea è al solito molto lucida ancorché appassionata: l'orgoglio è quello di vedere evidenti passi avanti dei suoi, la rabbia è perché vengono vanificati da errori a volte davvero evitabili. Troppi i calci concessi gratuitamente agli avversari, che hanno potuto così ogni volta ripartire e "fare male" agli azzurri; troppe le mischie in cui gli azzurri si sono dovuti arrendere, sovrastati dalla esperienza e strapotenza fisica degli inglesi; troppi i buchi lasciati in fase difensiva a un'Inghilterra - leggasi soprattutto Watson - che spesso non poteva credere alle possibilità che le si aprivano dinnanzi.

Il tracollo finale, con tre mete subite in 7-8 minuti, poi non ci voleva proprio. Non perché ci si aspettava di poterla vincere, ma un finale diverso, più composto, avrebbe permesso a O'Shea di poter costruire con maggiore calma sulle basi poste nella prima parte di gara: perché senza rabbia si lavora meglio per cercare di dare all'Italia una fisionomia più completa, magari che possa tenere per tutta le durata del match. Insomma il lato A della cassetta ci piace, ora vogliamo anche il lato B.

" Più giochiamo a questo livello, più impariamo a giocarci. È un lavoro lungo e duro arrivarci"

Amen, e in bocca al lupo.

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