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Quando lo sport abbatte i muri: la diplomazia del ping pong che riunì Cina e Stati Uniti

Quando lo sport abbatte i muri: la diplomazia del ping pong che riunì Cina e Stati Uniti

Il 10/04/2019 alle 11:51

Il casuale incontro tra due giocatori di ping pong durante i Mondiali del 1971 in Giappone portò alla riapertura del dialogo tra Cina e Stati Uniti. Un esempio di come lo sport possa trascendere le barriere ideologiche e unire popoli apparentemente inconciliabili tra loro. L'episodio, così carico di significati, non sfuggì a Hollywood: comparve nel capolavoro "Forrest Gump"

«Finalmente possiamo rivelarvi che Springfield è nella regione del Guangdong», ironizzò il produttore esecutivo de I Simpson Al Jean in occasione del lancio della popolare sit-com animata in Cina. L'apertura di un Simpson Store a Pechino oppure di un punto vendita Disney a Shanghai non fa più notizia e, più in generale, tra Pechino e Washington il dialogo è continuo. Se il presidente degli Stati Uniti d'America Barack Obama e il leader cinese Xi Jinping si confrontano su emissioni di gas serra e cyborg sicurezza, le rispettive first lady dibattono temi più soft come l'istruzione. Alle soglie del 1971 il solo ingresso di un cittadino statunitense in territorio cinese sembrava al contrario inimmaginabile: fu il casuale incontro tra due personaggi appartenenti a mondi opposti e apparentemente inconciliabili a modificare per sempre il corso della Storia.

Michelle obama ping pong chine

Glenn&Zhuang, gli opposti che si attraggono

I due protagonisti di questa incredibile storia non avrebbero potuto essere più dissimili. Il diciannovenne corsair Glenn Cowan, studente del Santa Monica College, è il prototipo del figlio dei fiori nell'America degli anni sessanta. Folgorato dal ping pong in tenera età, traslocò da New York a Los Angeles per studiare alla scuola di Milla Boczar, guru della scena del tennis tavolo nella Città degli Angeli. Ben presto il richiamo di droghe leggere e ragazze californiane esercitarono un'irresistibile attrattiva sullo zazzeruto Glenn, che riuscì in ogni caso a qualificarsi per i Mondiali di Nagoya 1971 grazie all’exploit nello U.S. Open Team Championship: nell’ambiente era conosciuto come il John McEnroe del tennis tavolo, mancino tutto genio e sregolatezza. Il miglior giocatore di ping pong di sempre, il tre volte campione mondiale Zhuang Zedong, è il perfetto opposto dell'hippy stelle e strisce: ogniqualvolta scendeva in campo per difendere i colori della Cina spingeva un intero Paese a incollarsi alla radio. A 31 anni suonati, Zhuang si apprestava a tornare sulle scene dopo che la Rivoluzione Culturale aveva censurato il ping pong (identificato come la culla del Revisionismo) impedendo agli atleti di partecipare ai Mondiali del 1967 e del 1969. Alla vigilia dei Campionati, Glenn e Zhuang erano all’oscuro di ciò che il destino aveva riservato loro.

Zhuang Zedong

La fotografia che riscrisse la Storia

4 aprile 1971, Mondiali di Nagoya: gli Stati Uniti, sconfitti al primo turno da Hong Kong e Corea del Sud, chiudono il Team Event al 28° posto e sono costretti alla prematura eliminazione: troppo ampia la forbice tra un movimento di stampo amatoriale e le massime espressioni del ping pong asiatico. Il caparbio Glenn, tuttavia, si trattiene all’Aichi Prefectural Gymnasium per scambiare qualche colpo con i campioni stranieri e carpire i loro segreti. All’uscita dal palazzetto, l'amara scoperta: il pullman della nazionale statunitense è partito senza di lui. In preda all’ansia, Cowan rimedia miracolosamente un passaggio da quello che si rivelerà essere il pullman privato della nazionale cinese. Non appena salito a bordo, nel campo visivo di Coward spuntano ventiquattro cinesi addestrati dal regime comunista a “colpire ogni pallina come fosse la testa del nemico capitalista”.

La tensione è palpabile e nessun atleta cinese si sogna di attaccare bottone con l’americano “imperialista”; Zhuang Zedong, invece, è una mosca bianca. Spinto dalla sua educazione confuciana, il mito vivente si avvicina a quell'insolito esemplare di essere umano e, dopo avergli manifestato la sua amicizia con l'ausilio di un interprete, dona lui una stampa serigrafica dei Monti Huangshan, le “Montagne Gialle” che vent’anni dopo sarebbero diventate Patrimonio dell’Umanità e quarant’anni più tardi fonte d’ispirazione per le montagne fluttuanti del satellite Pandora nel kolossal Avatar. Sul volto di Glenn si fa largo un sorriso a trentadue denti: lo statunitense vorrebbe ricambiare il pensiero, ma in quel momento possiede solo un comune pettine; il giorno dopo si procura così una t-shirt su cui campeggiano simbolo della pace e beatlesiano motto Let it be e la consegna al nuovo amico. La foto che immortala lo scambio di cadeau compie il giro del mondo conquistando persino le pagine di Dacankao, pubblicazione riservata alle alte sfere del governo cinese: la mattina del 7 aprile 1971 il Gran Timoniere Mao Tse-tung trova la sua copia sulla scrivania.

La diplomazia del ping pong

Ai leader di Cina e U.S.A Mao Tse-tung e Richard Nixon – l’uno, ormai in aperto contrasto con l’Unione Sovietica, intento a rompere l’isolazionismo economico e politico, l’altro alla disperata ricerca di una exit strategy per il Vietnam – si presenta ex abrupto l’irrinunciabile occasione di riallacciare i rapporti diplomatici dopo pluridecennale silenzio. Per volere di Mao la squadra statunitense di ping pong viene invitata in Cina per una serie d'incontri dimostrativi. il 10 aprile 1971 Glenn Cowan e compagni attraversano il ponte di Lo Wu ed entrano in territorio cinese: sono i primi cittadini americani a varcare quella soglia dalla proclamazione della Repubblica popolare nel 1949. La “diplomazia del ping pong” innesca un effetto domino: la Casa Bianca ricambia l'invito ricevendo la nazionale cinese, dal 21 al 28 febbraio del ’72 Nixon visita la Cina nell'ambito di quella che lui stesso avrebbe definito “la settimana che ha cambiato il mondo” (e che di fatto sancì la normalizzazione delle relazioni tra i due Paesi) e dulcis in fundo la Repubblica popolare cinese rientra nel Movimento Olimpico grazie ai buoni uffici del presidente del CONI Giulio Onesti. Già, esiste anche una “via italiana” alla diplomazia del ping pong: dopo gli americani, la Cina accolse proprio la delegazione italiana di tennis tavolo guidata dal commissario tecnico Silvio Magni e dal numero uno del CONI.

Le traiettorie parallele di Glenn&Zhuang

Le strade dei due primi attori della diplomazia del ping pong non s’incrociarono mai più. Glenn Cowan conobbe il suo quarto d’ora di celebrità al ritorno a L.A. dal viaggio in Cina: le ospitate nei salotti televisivi più in voga, un episodio pilota di una serie tv, la pubblicazione di un libro formativo sul tennis tavolo e il lancio di una linea di racchette decretarono il suo nuovo status di rock star. La traiettoria di Zedong fu diametralmente opposta: alla morte di Mao nel 1976 il pongista-diplomatico colluso con la famiglia del Grande Timoniere venne incarcerato e successivamente esiliato nella remota provincia dello Shanxi. I destini dei due vecchi amici erano però sul punto di rovesciarsi. Il ping pong non attecchì negli Stati Uniti e Glenn piombò speditamente nell’anonimato. Il ritorno alla normalità si rivelò oltremodo traumatico e il poster boy della Ping Pong Diplomacy cadde preda delle droghe e di una grave forma di ansia depressiva che lo avrebbe attanagliato fino alla morte. Il compagno di nazionale e rivale di mille battaglie John Tannehill – noto come il Jimmy Connors del ping pong – inquadrò perfettamente il suo disagio: “Dopo la Cina nulla sembrava aver senso per Glenn. Una volta che hai contribuito a portare la pace nel mondo, cosa puoi fare di meglio?”. Una sorte più benevola attendeva Zedong: nel 1985, scontato l'esilio forzato, l’ex campione del mondo ritornò a Pechino per assumere la guida dell’accademia giovanile di tennis tavolo. Zhuang mai si dimenticò di quel pittoresco californiano dal sorriso così genuino e nel 2007 volò a Los Angeles per far visita alla madre di Glenn Cowan e al contempo rendere omaggio al vecchio amico, stroncato tre anni prima da un infarto. “Non averti più rincontrato è il rimpianto più grande della mia vita”, confessò nell'ultimo frammento di una toccante lettera d'addio.

Forrest Gump: la diplomazia del ping pong al cinema

Una vicenda tanto accattivante non poteva che far breccia nella cultura popolare: lo scrittore americano Winston Groom ne trasse ispirazione per un memorabile episodio del suo romanzo Forrest Gump, adattato nel 1994 per il grande schermo dal regista Robert Zemeckis. L'ingenuo e sensibile Forrest, magistralmente interpretato dal Premio Oscar Tom Hanks, si scopre un prodigio del ping pong durante il periodo di ricovero in Vietnam e riceve la convocazione per la celebre spedizione della nazionale statunitense in Cina: in un non meglio precisato palazzetto dello sport gremito di ventimila - infervorati - tifosi cinesi e dominato dalla gigantografia del Presidente Mao, il fenomeno americano dà vita a un'interminabile serie di scambi con il campione locale. Acclamato al ritorno in patria come una celebrità ("Ero più famosissimo anche di Pinocchio", racconta a un ascoltatore occasionale) e invitato nei salotti televisivi più patinati a fianco di stelle del calibro di John Lennon, Forrest investirà i proventi dell'attività di testimonial di racchette da tennis tavolo nel più redditizio commercio di gamberi, per onorare la promessa fatta all’amico Bubba. "Qualcuno disse che la pace del mondo era nelle nostre mani, ma io giocavo solo a ping-pong": nella candida ammissione di Forrest Gump è racchiusa l'essenza di quell'incredibile storia in cui una piccola e irriverente pallina alterò gli equilibri della "grande palla", ovvero il mondo.

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