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L'incredibile storia di Roberto Palpacelli, "il più forte di tutti"

L'incredibile storia di Roberto Palpacelli, "il più forte di tutti"
Di Eurosport

Il 17/04/2018 alle 16:17Aggiornato Il 17/04/2018 alle 16:26

L’incredibile vita di quello che sarebbe potuto diventare un fuoriclasse del tennis. E non solo in Italia. Lo sostengono tutti: da Panatta a Bertolucci, da Canè e Nargiso. Invece, Roberto Palpacelli, classe 1970, ha sprecato il suo talento in una vita di droga, alcol ed eccessi. Una carriera mai iniziata, una storia incredibile raccontata da Federico Ferrero su 'Il Tennis Italiano'.

Riano, provincia di Roma, un giorno del 1985. Dal telefono a gettoni del centro tecnico del Coni parte una chiamata: «Adriano, sono Paolo. Devi venire subito, qui c’è un under 16 che sta facendo un provino ma con gli altri non c’entra niente. Certo che dico sul serio. È mancino, la palla gli esce che è una meraviglia. Devi vederlo». Paolo era Bertolucci. Adriano era Panatta, allora direttore tecnico della Fit e pure febbricitante, ma andò ugualmente a vedere quel ragazzino che al suo circolo, a San Benedetto del Tronto, si allenava col maestro Ferrante Rocchi (ex 153 ATP) e tutti lo chiamavano Virgola, perché era magrissimo. Panatta arrivò e restò folgorato. Lo convocò in segreteria: «Ragazzino, come ti chiami? Noi vogliamo farti entrare nel gruppo. Sì, in nazionale: pensiamo a tutto noi, allenamenti, sistemazione, pasti. Dormirai con gli altri al residence Parioli in città, al mattino verrà il minibus a caricarvi». «Salve, io sono Roberto. E in questo lager non ci voglio stare un giorno di più, altro che venirci a vivere».

Qui finisce la storia, meglio, una delle storie al limite del concepibile di Roberto Palpacelli, un Enea apocrifo del tennis, un eroe mitologico del quale nessuno, però, ha mai scritto nulla. Al suo nome è associata una quantità di leggende metropolitane abnorme, per un giocatore che ha un solo dato ufficiale: il 1.355, cioè un punto ATP, nel 1999. Una messe di racconti e aneddotica tramandati di bocca in bocca, che la conoscenza collettiva di Internet non solo non ha chiarito, anzi, ha contribuito a dilatare fino a sconfinare nell’imponderabile: «Ha battuto tre volte Boris Becker», «A trent’anni, con la sigaretta in bocca, ha dato 6-1 6-1 a Volandri», «Ha vinto una partita in serie B tenendo in mano una bottiglia di birra», «Era il più forte di tutti». L’ultima è la frase più ricorrente, sul suo conto: era il più forte di tutti. A più di trent’anni dall’episodio di Riano, Paolo Bertolucci conferma: «Palpacelli era davvero speciale. Eravamo rimasti colpiti dal suo talento, ma già al raduno si vedeva che era un ribelle: non gli stava bene niente, si lamentava in continuazione. Capita così coi talenti, uno come Fognini è più difficile da governare di un Seppi, no? Solo che non ne volle proprio sapere: gli consigliammo di tornarsene a casa, pensarci bene e richiamarci. Naturalmente, quella telefonata non arrivò mai. Mi è dispiaciuto molto, perché era un pezzo raro; sembrava la accarezzasse, la palla, poi partivano fucilate. Stilisticamente era perfetto. Da lì, credo di averlo rivisto una volta sola, tanti anni dopo. Sapevo che stava passando dei problemi. Eravamo a Verona, ai campionati italiani, mattina presto, al bar: io presi un caffè, lui un Campari». Roberto Palpacelli, che a 48 anni ha accettato per la prima volta di raccontarsi dopo un corteggiamento piuttosto complesso, arriva a Giulianova in treno. Zainetto, stivaletti sportivi, capello corto, orecchino. «Se c’era un fotografo o un cameraman scappavo» esordisce, strizzando una Marlboro tra i denti. «Riano? Certo che lo ricordo. Mi dissero che mi sarei allenato con Riccardo Piatti che aveva il gruppo di Furlan, Caratti, Mordegan, Nargiso e Brandi, tutti ragazzi del ’70 come me. D'istinto risposi di no: mi proponevano tennis, pranzo, atletica; la sera, autobus e stanzoni. Ma io avevo altre cose per la testa: a quindici anni fumavo già le canne. L'anno dopo feci il primo tiro, intendo di eroina, e il problema fu che mi piacque».

In famiglia, come è ovvio, tutti sapevano, vedevano, si disperavano. Difficile non accorgersi di certe cose. Si fecero in quattro per aiutarlo: suo padre, sfruttando una prassi dei tempi, gli aveva anche proposto il suo posto in banca, una volta andato in pensione. Diplomato in ragioneria, il figlio poteva sostituirlo: ecco un’altra chance di fare una vita normale. «Mancai anche quella. Non ero uno da banca. Se avevo qualche soldo, mio padre diceva di mettermeli da parte, soprattutto nei periodi buoni. E c'erano tempi in cui facevo due milioni (di lire, circa mille euro ndA) alla settimana. Altro che libretto di risparmio: io li spendevo in sesso, droga e rock&roll, capito? Mi sono voluto divertire e questa è una cosa che non va d'accordo col tennis professionistico». In quattro anni, la discesa agli inferi: «Furono i peggiori della mia vita: a 24 anni il militare, a 25 la scuola nazionale maestri da cui fui allontanato perché capirono presto in che stato ero; a 26 finii in mezzo alla strada, letteralmente, neanche i miei volevano vedermi ridotto così. A 27, entrai in comunità. L’ultima occasione sportiva vera me la diede un’azienda che mi finanziò, nei primi anni Novanta, per farmi allenare. Solo che mi consegnarono quattro milioni di lire (duemila euro, ndA) per andare giocare dei futures in India. Uno come me, in India, con soldi in tasca. Più o meno è come lasciare un bambino nel paese dei balocchi. Al primo impatto, vidi una distesa di capanne di stracci, la gente che ti veniva incontro, i bambini, le fogne a cielo aperto. Stavo per risalire sull’aereo. Poi, a quel caos, mi abituai. Partii che pesavo 77 chili. Giocai la prima partita su un campo di sterco di bue, che da secco diventa una specie di gomma, contro un giocatore locale che ci era abituato, faceva sempre serve&volley. Poi, invece di ripartire per un altro torneo, mi fermai e in 16 giorni spesi tutti i soldi. Come, è facile immaginarlo. Persi 14 chili, non volevo più tornare in Italia. Lì iniziai davvero a mettermi nei guai».

Roberto Palpacelli in uno dei momenti da "Il Palpa", ovvero con sigaretta a bordo campo dopo un match appena concluso

Roberto Palpacelli in uno dei momenti da "Il Palpa", ovvero con sigaretta a bordo campo dopo un match appena conclusoEurosport

Quello che viene da chiedersi, al di là di come sia riuscito a tornare vivo dal suo viaggio all’inferno («In effetti non lo so: una volta mi fecero la puntura di adrenalina nel cuore, neanche con quattro fiale di Narcan erano riusciti a recuperarmi»), è come Palpacelli possa essere riuscito a tenere una racchetta in mano. La natura, insieme al talento per il tennis, lo ha fornito di un fisico mostruoso: potente, compatto, velocissimo, leggero e violento, una combinazione di qualità da fuoriclasse assoluto. Lui si schermisce: «Ma no, il merito è di chi me lo ha insegnato: ad Ascoli mi seguì il coach di Pietro Mennea, il mitico Carlo Vittori, e mi insegnò a usare i piedi. Dopo aver lavorato con lui, coprivo il campo con due passi». Ma la verità è un’altra e la testimonia, tra le tante, una partita di una vita successiva. Anno 2012: Palpacelli ha 42 anni, un'età da cesto e tuta col cappuccio e, soprattutto, contro tutti i pronostici è ancora vivo. Si è innamorato dell’avventura sportiva del CT Mosciano, un piccolo e vivace circolo del Teramano animato da dirigenti entusiasti (Emiliano Macrini, Massimo Albanese, Tonino di Sabatino) che hanno un sogno, portare il club dalla serie C alla serie A. Per farlo, serve una stella. Palpa, che è un sentimentale, ci sta: gioca contro ragazzi di vent’anni più giovani e in due anni perde una partita da mezzo infortunato il primo anno, un set il secondo. Trova clienti come Benincà, numero 1.200 ATP e sedici anni di vita sregolatissima in meno, e domina 6-3 6-0. Vincenti a pioggia, roba da spellarsi le mani. La memoria collettiva delle sfide degli anni Novanta, come a Recanati quando lui e Canè fecero quasi 4.000 spettatori e la gente si sedeva sulla collina per vederli giocare, o di San Benedetto 1991, quando diede lezioni di tennis gratuite a Vespan (ex 800 ATP), Santopadre (100 ATP) e Meneschincheri (131 ATP), richiama ancora gente da Marche e Abruzzo. Il pubblico non ha dimenticato e va a vedere il Mosciano perché hanno detto che c’è di nuovo lui, il Palpa, e sembra giochi ancora come ai tempi della coda di cavallo e del coltello (sì, fu visto tagliarsi i capelli in campo con il pugnale di Rambo).

Allo spareggio contro il Piacenza, Palpacelli sfida Adriano Albanesi 2.1, trent’anni, in formissima. Fa un caldo bestiale. Dopo un’ora di lotta, perde il primo set al tie-break. Si sdraia sulla panchina, cerca qualcosa nel borsone, tira fuori una sigaretta. Mentre fuma, paonazzo, dal pubblico qualcuno gli grida di non mollare, perché sembra voglia lasciare il campo, ormai esausto. Testimone dello scambio è Marco Gualdi, ex 800 al mondo e coach del Match Ball Bra, quel giorno suo avversario. «Palpacelli si girò, offeso, verso i suoi e disse che non gli dovevano rompere le palle, che tanto avrebbe vinto lui 6-1 6-1». Si sbagliò di poco: vinse secondo e terzo set 6-1 6-2. Albanesi e i suoi compagni non ci volevano credere. Finì innaffiando tutti con l’idrante e, un minuto dopo aver smesso di festeggiare, una fotografia catturò il suo demone: seduto su un gradino, lo sguardo nel vuoto, una Marlboro rossa tra le dita. Era già malinconico, come se la gioia non fosse un sentimento gratuito e si dovesse pagare col dolore.

Di lì a poche settimane, Palpacelli fece perdere le tracce di sé «e quando smette di rispondere al telefono non è mai un buon segno», dice Massimo Albanese. Staccò il cellulare per andare ad affogare nei bar il suo male di vivere...

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