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Oltre Federer, Djokovic e Nadal: il 2019 democratico del tennis

Oltre Federer, Djokovic e Nadal: il 2019 democratico del tennis

Il 18/03/2019 alle 15:39Aggiornato Il 18/03/2019 alle 15:53

Con il successo di Dominic Thiem nel Masters 1000 di Indian Wells si è scritto il 19esimo vincitore diverso nei primi 19 tornei dell'anno. Una varianza che riapre l'annosa questione sulla qualità degli interpreti e sul ricambio generazionale. Se nei Masters 1000 infatti dal 2017 si sono visti volti nuovi, negli Slam ancora no. Per quale ragione? Le teorie sono due, scopriamole insieme.

Il concetto di ‘ricambio generazionale’ del tennis maschile è forse l’argomento più inflazionato della storia recente del giornalismo sportivo. Da anni si analizzano i numeri dei fenomeni, sottolineando l’incredibile epopea dei soliti 3+1 – Federer, Nadal, Djokovic, con annesso bonus Andy Murray – per sottolineare come il ‘cannibalismo’ di questi alieni sia stato evento senza precedenti nella storia di questo sport.

I successi di questi fenomeni della racchetta hanno contribuito a deformare la percezione di tanti degli appassionati di vecchia data; o ancor più evidentemente a crearne gli standard di chi si è affacciato alla disciplina nella contemporaneità del dominio di Federer, Nadal e Djokovic – diciamo più o meno i nati dal 1990 in poi – settando quindi dei termini di paragone che non prevedono nient’altro che l’assoluta eccellenza.

Il successo di Dominic Thiem nella finale del torneo di Indian wells ha però confermato sensazioni che i più – nell’ambiente e non solo – stanno sottolineando da qualche settimana: la clamorosa varianza di questi primi 3 mesi e mezzo di 2019.

Se è vero infatti che rispetto alle altre fasi dell’anno il periodo gennaio-aprile è quello più incline a lasciare spazio – uno slam e solo due tornei Masters 1000 in 4 mesi di tennis – i risultati fin qui ottenuti nei tornei maschili raccontano della totale assenza di un giocatore sugli scudi.

Il 2019 democratico del tennis

Spieghiamoci meglio. Con la vittoria di Thiem a Indian Wells si è registrato il 19esimo vincitore diverso in 19 tornei professionistici ufficiali messi in piedi dal circuito ATP.

VINCITORE TORNEO
Bautista-Agut Doha
Nishikori Brisbane
Anderson Pune
de Minaur Sydney (1° titolo)
Sandgren Auckland (1° titolo)
Djokovic Australian Open
Londero Cordoba (1° titolo)
Tsonga Montpellier
Medvedev Sofia
Monfils Rotterdam
Opelka New York (1° titolo)
Cecchinato Buenos Aires
Djere Rio de Janeiro (1° titolo)
Tsitsipas Marsiglia
Albot Derlay Beach (1° titolo)
Federer Dubai
Kyrgios Acapulco
Pella San Paolo (1° titolo)
Thiem Indian Wells

Un’incidenza diversa rispetto al recente passato che lascia vedere un generale livellamento già percepito in qualche modo, vertice escluso, nella passata stagione. Se qui dentro la differenza però l’hanno sempre fatta i tornei di prima fascia – ovvero quelli a cui partecipano e hanno sempre partecipato i famosi Fab, dettando legge a oltranza – la vittoria di Thiem su Federer è un altro segnale del cambiamento dei tempi. Dagli Internazionali d’Italia del 2017 vinti da Alexander Zverev in poi ci sono stati ben 7 neo-vincitori di Masters 1000 negli ultimi 15 giocati: Zverev, Dimitrov, Sock, Del Potro, Isner, Khachanov e Thiem. Un dato che fa contrasto evidente con i precedenti 8 anni e mezzo – definiamoli quelli del ‘dominio assoluto’ dei Fab Four – dove in un totale di 76 tornei ‘Masters’ erano stati soltanto 6 i tennisti ad aver vinto il loro primo 1000 della carriera.

Roma 2017-Oggi (15 tornei) Indian Wells 2009-Madrid 2017 (76 tornei)
Thiem (IW) Ljubicic (IW)
Khachanov (Bercy) Cilic (Cincinnati)
Isner (Miami) Soderling (Bercy)
Del Potro (IW) Tsonga (Canada)
Sock (Bercy) Wawrinka (Monte Carlo)
Dimitrov (Cincinnati) Ferrer (Bercy)
A.Zverev (Vari)

*La tabella dei giocatori che hanno vinto per la prima volta un torneo Masters 1000 dal 2009 a oggi nell'epoca del dominio Federer, Djokovic, Nadal e Murray

Che cosa sta succedendo?

Questa varianza ha dunque aperto nuovamente l’annosa discussione sul livello della qualità generale del gioco. Da una parte abbiamo coloro i quali sostengono il livello sia generalmente basso; e dunque più incline, nell’assenza di un nuovo dominatore, alla spartizione dei titoli. A sostegno della loro tesi ci sono appunto i numeri e il fatto che nessun rappresentate fuori dal solito lotto dei ‘4’ – chiaramente adesso ridotti a 3 – sia in grado di fornire con costanza prestazioni degne di nota. Un rendimento sul singolo che si ritraduce poi nell’andamento dei tornei. Come a Indian Wells ad esempio, dove finale esclusa si sono viste partite dalla qualità generale davvero mediocre.

Dall’altra invece chi sostiene che la percezione negativa sia stata influenzata irrimediabilmente dalla straordinarietà dei fenomeni e del loro settare la disciplina troppo in alto. Un ragionamento sostenuto dalla logica della contrapposizione degli Slam al resto del calendario: se è infatti vero che da un paio d’anni fuori dai major si assiste a una varianza, altrettanto lo è che a Melbourne, Parigi, Londra e New York, a vincere sono stati ancora gli stessi 3. Cosa significherebbe questo? Che di fatto si sarebbe ancora dentro la loro era; e che le concessioni fatte siano solo una piccola cambiale da pagare per poter continuare a dominare quando più conta, come successo del resto nell’identico arco temporale considerato in precedenza – ovvero dal 2017 in poi – dove tra Australian Open, Roland Garros, Wimbledon e US Open hanno sempre vinto Federer, Nadal o Djokovic.

Dove sia la verità è l’argomento di discussione a cui non si trova ancora risposta. Troppo basso il livello degli altri o troppo alto quello settato nel recente passato? Probabilmente nella contaminazione di queste due teorie la risposta più plausibile all’attuale fase di “transizione” tra il vecchio e il nuovo. Nell’attesa che il Roland Garros e poi Wimbledon, vengano a chiarire le idee.

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