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Novak Djokovic, dall'inferno alla rinascita: un campione nel solco di Federer e Nadal

Novak Djokovic, dall'inferno alla rinascita: un campione nel solco di Federer e Nadal

Il 16/07/2018 alle 21:26Aggiornato Il 16/07/2018 alle 21:27

Il serbo, dopo aver toccato il punto più basso della sua carriera, si è riscoperto vincente ripercorrendo le orme dei fenomeni Federer e Nadal: il 13° Slam del Djoker è quello della maturità, della famiglia, è un nuovo inizio. Wimbledon ci riconsegna un fuoriclasse che è passato attraverso infortuni, batoste e una crisi esistenziale prima di tornare a far parte della cerchia degli eletti.

C’era una volta (e c’è ancora) un dualismo leggendario: la forza dell’eleganza contro l’eleganza della forza, la classe innata contro il fisico dominante, Roger Federer e Rafa Nadal, una rivalità che ha elevato il gioco del tennis a vette inesplorate. Novak Djokovic è riuscito nell’impresa di inserirsi in questo duopolio senza avere la grazia divina dello svizzero e senza possedere il corpo forgiato nella pietra del maiorchino. Si è insinuato laddove nessuno poteva osare con una sintesi unica di resistenza, velocità e forza: un equilibrio perfetto e quasi robotico applicato a questa nobile disciplina e guidato dalla solidità mentale dei fuoriclasse.

Novak Djokovic - Wimbledon 2018 (Harun Tekpal)

Wimbledon 2016: l'inizio della discesa

Non ci si dimentica di essere campioni e a volte servono cadute fragorose per rialzarsi e riscoprirsi tali. Dopo il completamento del Career Grand Slam a Parigi, a Wimbledon 2016 il serbo si presenta da favorito, forte della più alta percentuale di successi nell’Era Open (l’82,91%) e di 13 tornei vinti in 14 mesi, veleggiando apparentemente spedito verso la conquista del Grande Slam, territorio sconosciuto dai tempi di Rod Laver (1969). Lui che era detentore di tutti e quattro i major contemporaneamente, subisce una battuta d’arresto al terzo turno da Sam Querrey – big server come Anderson all'All England Club per la chiusura di un cerchio – e sembra un incidente fisiologico. Nessuno si aspettava che quello sarebbe stato l’inizio dei tormenti di un Djoker svuotato. La vittoria del Masters 1000 di Montreal e la finale dello US Open sono gli ultimi due squilli prima della discesa e dell’oblio.

2017: annus horribilis

Il 2017 è un anno terribile e mentre Federer e Nadal impongono la loro legge agli Australian Open nella finale della restaurazione, Nole è già fuori da un pezzo, precisamente dal secondo turno, per mano di Denis Istomin, uzbeko numero 117 ATP, in gara a Melbourne grazie a una wild-card. Djokovic non perdeva al secondo turno di uno Slam da Wimbledon 2008, trafitto da Marat Safin, e sempre dieci anni fa a Miami da un giocatore fuori dai primi 100: era il sudafricano Kevin Anderson, numero 122. Il destino a volte riserva scenari incredibili...

Novak Djokovic, Benoît Paire - Miami Open 2018 day 5 - Getty Images

Novak Djokovic, Benoît Paire - Miami Open 2018 day 5 - Getty ImagesGetty Images

A Parigi viene sovrastato da Thiem, contro cui aveva vinto tutti e cinque i precedenti: è un tre set a zero senza appello, l’ultimo parziale è un umiliante 6-0. A Wimbledon un infortunio lo costringe al ritiro dopo un’ora, ai quarti contro Berdych. È quel maledetto gomito che non gli dà pace da mesi. A fine luglio arriva la decisione di fermarsi fino al termine della stagione e di rinunciare allo US Open: 51 Slam consecutivi dopo, dall'Australian Open 2005, la resa è tanto amara quanto inevitabile. Il bottino si esaurisce con due miseri tornei 250 in bacheca: Doha ed Eastbourne. Briciole.

Il punto più basso dell'inferno

L’inizio del 2018 mostra solo la controfigura del fenomeno di Belgrado: Chung a Melbourne, ma soprattutto Taro Daniel a Indian Wells e Benoit Paire a Miami fanno toccare a Nole il punto più basso. In mezzo a febbraio c’è l’operazione al gomito destro a spiegare in parte la discesa. Il resto è un romanzo psicologico, una crisi più esistenziale che fisica o tecnica. Djokovic è irriconoscibile, ha perso la luce negli occhi.

"Nole non ha dedicato tutto il tempo che doveva al tennis e lui lo sa. Un campione deve essere prima di tutto egoista [Boris Becker, dicembre 2016]"
" Mi sono sentito come se fosse il mio primo match nel tour, è stata una strana sensazione. Ho commesso alcuni errori insoliti, forse inspiegabili, credo che faccia parte del momento che sto vivendo [Nole dopo il ko con Taro Daniel, marzo 2018]"

Il buon vecchio Vajda e la famiglia come tappe della rinascita

Dal divorzio con Boris Becker dell’inverno 2016, nella speranza vana che Pepe Imaz, ex tennista spagnolo e mental coach, indichi una nuova strada, l'odissea passa attraverso la separazione da Marian Vajda, lo storico allenatore che ha plasmato il serbo, nel maggio 2017, dopo 11 anni di collaborazione. Gli altri tentativi si chiamano Agassi e Stepanek, ma c’è un vecchio proverbio che recita: "Chi lascia la via vecchia per la nuova, sa quel che perde ma non sa quel che trova".

Video - Cecchinato il sogno continua: è semifinale! Gli highlights della vittoria su Djokovic nei quarti

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Djokovic non trova nulla ma sa di aver perso troppo e non è un caso che il ritorno all’usato sicuro (coach Vajda) dell’aprile scorso coincida con questo trionfo. Gli scivoloni sul rosso, come la sconfitta contro il nostro Marco Cecchinato, sono momenti di passaggio, le tappe della rinascita. Una rinascita prima di tutto interiore perché l’esigenza di anteporre la famiglia al tennis ora è tornata a essere uno splendido connubio, riassunto al meglio da questa immagine:

Il ritorno di Djokovic

L’era del Djokovic maturo, del Djokovic due volte padre e vincente, è iniziata al termine di una semifinale indimenticabile contro Rafa Nadal, quando nel game dell’8-7 si è rivista l’intelligenza robotica applicata al tennis. Il serbo nei confronti diretti con il mancino di Manacor conduce 27-25 e contro il re di Basilea vanta un 23-22. La stella di colui che si è inserito nel dualismo leggendario del tennis contemporaneo ha ricominciato a brillare con il quarto Wimbledon, il 13° Slam, a meno uno dal podio occupato da Pete Sampras, dietro Roger (20) e Rafa (17). Federer e Nadal si erano persi e si sono ritrovati: non eravamo del tutto convinti che il Djoker potesse ripercorrere le loro orme. L’erba degli eletti ci ha restituito un vero campione per il bene del tennis.

" Non c’è posto migliore di Wimbledon per un ritorno. Per la prima volta c'è qualcuno che mi grida papà papà dalla tribuna mentre vinco uno Slam [Novak Djokovic]"
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